Gli investimenti a impatto sociale: "il cuore invisibile dei mercati"

La pandemia COVID-19 ha accentuato la necessità di valutare gli investimenti anche sotto il profilo dell'impatto positivo che possono generare sul territorio e, più in generale, sull'economia del Paese: l'esperienza delle Fondazioni di origine Bancaria negli investimenti correlati alla missione e, in particolare, negli investimenti a impatto sociale

Michaela Camilleri

Nell’era COVID-19, le società contemporanee stanno affrontando sfide quantomai inedite: la crescita e l’invecchiamento della popolazione, i cambiamenti climatici, la mutata domanda di servizi sanitari e socio-assistenziali. Questioni che inevitabilmente impongono un ripensamento degli strumenti e delle strategie sui cui è basato il modello europeo di protezione sociale. 

Il potenziale di crescita degli investimenti a impatto sociale può offrire un contributo al percorso di ammodernamento delle politiche per l’inclusione sociale e per l’ambiente. Come definito dal Rapporto Italiano della Social Impact Investment Task Force istituita in ambito G8, l’impact investing è “un’attività di investimento in imprese, organizzazioni e fondi che operano con l’obiettivo di generare un impatto sociale misurabile e compatibile con un rendimento economico”, che si distingue per: l’intenzionalità dell’investitore di generare un impatto sociale; l’aspettativa di un rendimento economico che motiva l’investitore; la flessibilità del tasso di rendimento atteso che può posizionarsi al di sotto del livello medio di mercato o allinearsi ai rendimenti di mercato; la varietà degli strumenti finanziari utilizzati e delle forme di intervento che spaziano dal debito all’equity puro; la misurabilità dell’impatto, fondamentale per assicurare trasparenza e rendicontazione. 

Le Fondazioni di origine Bancaria si caratterizzano per un particolare allineamento tra la loro missione e gli investimenti a impatto sociale. Con un patrimonio netto contabile che nel 2019 ha raggiunto i 40,3 miliardi di euro ed erogazioni per 24,1 miliardi tra il 2000 e il 2019 che, sommate al patrimonio, farebbero superare i 70 miliardi di euro, le 86 Fondazioni rappresentano un’importante realtà di investitori istituzionali che nel tempo ha dimostrato la capacità di conservare e valorizzare il proprio patrimonio anche modificando le scelte di investimento (in termini sia di asset class sia di strumenti finanziari).

Secondo i dati di bilancio rielaborati dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali nel Settimo Report dedicato agli investitori istituzionali italiani, gli investimenti a impatto sociale delle prime 27 Fondazioni per attivo rappresentano circa il 7,6% di tutti i fondi d’investimento alternativi acquistati direttamente (includendo in questa definizione social housing, residenziale sanitario, programmi di rigenerazione urbana, etc.) e sono risultati in sensibile crescita negli ultimi sei anni di analisi.

Gli investimenti a impatto sociale rientrano all’interno della più ampia categoria dei mission related investment, dal momento che la logica dell’impact investing è quella tipica con cui le Fondazioni decidono le loro opportunità di investimento: cioè l’approccio a un investimento finalizzato a obiettivi sociali da raggiungere, che risulta possibile e sostenibile grazie alla capacità di produrre redditività per il capitale impiegato oltre a essere misurabile in termini di impatto conseguito. 

Si tratta, in altre parole, di uno strumento per l’utilizzo diretto del patrimonio per finalità istituzionali. A differenza di altri investitori istituzionali, le Fondazioni di origine Bancaria non hanno iscritti e raccolta nuova, dunque, il patrimonio è il principale asset a disposizione delle Fondazioni per adempiere al proprio scopo: sostenere il benessere della comunità di riferimento e promuovere lo sviluppo economico e sociale del territorio. Da tempo, quindi, le Fondazioni hanno iniziato a guardare al patrimonio non solo come fonte per lo svolgimento della propria attività istituzionale mediante contributi, ma anche come strumento, attraverso un impiego diretto, per il perseguimento della propria missione. L’investimento assume così un orizzonte di riferimento molto più ampio rispetto all’erogazione e può consentire di creare più concretamente le condizioni di sostenibilità degli interventi. 

La definizione dei mission related investment si riferisce allora a tutti quegli investimenti che, in maniera diretta o indiretta, consentono alle Fondazioni di perseguire i propri scopi istituzionali. I risultati dell’indagine annuale condotta dalla Acri sulla base delle informazioni contenute nei bilanci di esercizio 2018 consente di individuare gli investimenti finanziati con le sole risorse patrimoniali e non erogative, comprendendo sia le partecipazioni assunte in società, che le quote di fondi o altre forme di investimento. 

Nei bilanci del 2018 gli investimenti correlati alla missione si attestano complessivamente a 4.447 milioni di euro (erano 3.236 milioni nel 2009, +37,4%) e rappresentano il 9,7% del totale attivo e l’11,2% del patrimonio, valori assoluti in leggera crescita rispetto all’anno precedente, ma sostanzialmente inalterati come incidenza sugli aggregati totali. Complessivamente si registra una variazione che, seppure di soli 12 milioni di euro, fa segnare un aumento (+0,3%), a fronte del decremento di 140 milioni del 2017. Guardando al dettaglio per settore, lo Sviluppo locale risulta essere quello cui viene indirizzata la quota più rilevante delle risorse, con circa l’87% del totale, seguito da Arte e beni culturali e da Assistenza sociale (settore che ha registrato la variazione più significativa rispetto all’anno precedente, +26 milioni). 

Figura 1 – Composizione percentuale degli investimenti correlati alla missione delle Fondazioni per settori

Figura 1 – Composizione percentuale degli investimenti correlati alla missione delle Fondazioni per settori

Fonte: Venticinquesimo Rapporto sulle Fondazioni di origine Bancaria, anno 2019

Michaela Camilleri, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

3/11/2020

 
 
 

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