Inflazione, rischio o conditio sine qua non 
per investimenti e sviluppo?

L'inatteso ritorno dell'inflazione porta con sé tante potenziali conseguenze negative quanti possibili impulsi positivi per le economie mondiali: se le tendenze inflattive rappresentino o meno un'occasione per sviluppo e investimenti dipenderà in effetti da molti fattori, non ultimi l'andamento di COVID-19 e la capacità/volontà di BCE e FED di governare il fenomeno

Gianmaria Fragassi

L’inflazione - dal latino inflatio -onis “enfiamento, gonfiatura”, derivato di inflare “gonfiare” - è in economia, “un aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi, o anche diminuzione prolungata del potere d’acquisto (cioè del valore) della moneta, le cui cause vengono in genere individuate in una crescita eccessivamente rapida della quantità di moneta in circolazione, in un eccesso di domanda globale determinato da altre cause, o in una pressione al rialzo dei costi; è un fenomeno complesso, che i governi cercano di contrastare e controllare, in quanto ha forti conseguenze negative sia sulla produzione e l’occupazione, sia sulla distribuzione del reddito tra i gruppi sociali”. 

Rapida crescita della liquidità, eccesso di domanda e rialzo dei costi ma anche aumento dei prezzi delle materie prime sono le conseguenze che ci lasciano 18 mesi di choc derivante da pandemia. 

L’inatteso ritorno dell’inflazione non ha, però, solo forti conseguenze negative come da definizione ma porta con sé anche impulsi positivi: rappresenta un volano per l’economia ed è infatti una condizione necessaria – se sotto controllo - per lo sviluppo. Come ben evidenzia il grafico sull’andamento dell’inflazione in Italia, in Eurozona e in US negli ultimi 25 mesi, si può osservare come il nostro Paese sia rappresentato dal valore più basso (seppur di poco) con un 1,9% su base annua a luglio 2021, contro il 2,2% della media europea. 

La crescita dell’inflazione in Europa è costante da inizio anno con un andamento molto progressivo. Molto repentina invece è la crescita negli Stati Uniti dove anche luglio, come giugno, fa registrare un record di 5,4 punti percentuali su base annua (non accadeva da oltre 10 anni). L’aumento inflazionistico pare riflettersi anche negli indicatori  macroeconomici più comuni. Il PIL europeo (fonte EUROSTAT – 19 Paesi) ha fatto registrare un +2% nel secondo trimestre rispetto al primo. In Italia, la situazione è ancora migliore rispetto alla media europea con un +2,7% registrato nel secondo trimestre. 

Economia trainante anche negli Stati Uniti dove, a fronte di inflazione al 5, 4%, il PIL secondo trimestre registra un secco +6,5% di crescita, seppur inferiore alle stime che volevano una crescita del +8,4%.

Figura 1 - Inflazione  in Italia, Unione Europea e Stati Uniti (giugno 2019 - luglio 2021)

Figura 1 - Inflazione in Italia, Unione Europea e Stati Uniti (giugno 2019 - luglio 2021)

Fonte: elaborazioni Itinerari Previdenziali su dati Istat, Eurostat, OCSE, U.S. Bureau of Labor Statistics 

A una prima analisi si potrebbe dunque ipotizzare che al crescere dell’inflazione sia proporzionalmente correlato l’aumento del PIL. I dati vanno analizzati con particolare attenzione, soprattutto bisogna avere ben in mente che non si è di fronte a una “normale” crescita economica ciclica, ma di fronte a una ripartenza da zero dell’economia. E la differenza tra una ripresa ciclica e una ripartenza da zero è che, purtroppo, da zero si può ripartire una sola volta e occorre che ciò avvenga con cautela. “Adelante, Pedro, con juicio, si puedes”,  esortava il gran Cancelliere Ferrer. 

L’Ufficio Studi di Confcommercio ha pubblicato lo scorso luglio un’interessante ricerca dal titolo “L’(in)atteso ritorno dell’inflazione” mostrando un confronto dei livelli di inflazione più ampio nel tempo (2014-2021) e più esteso geograficamente (si analizzano anche Giappone, Cina e UK). Da questa figura si evince come a partire dall’inizio del 2021 si siano manifestati diversi segnali di ritorno dell’inflazione. Nella media del periodo 2014-2020 nelle principali economie il tasso di variazione annuo si è mantenuto sotto il 2% (obiettivo inflazionistico delle banche centrali). Solo tra il 2017-2018 si sono registrate alcuni importanti picchi di inflazione (Italia compresa) derivanti dai prezzi delle materie petrolifere. Questa prolungata condizione di sostanziale assenza di inflazione sembra modificarsi tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021. 

Figura 2 - Variazioni % tendenziali dei prezzi al consumo in alcuni Paesi e nell’eurozona 

Figura 2 - Variazioni % tendenziali dei prezzi al consumo in alcuni Paesi e nell’eurozona

Fonte: elaborazione Ufficio Studi Confcommercio su dati Eurostat, OCSE e uffici nazionali di statistica 

In particolare, negli Usa l’inflazione a maggio ha raggiunto il 5%, con una rapida accelerazione rispetto all’1,4% di dicembre 2020. In Europa, le dinamiche, seppure in ripresa, appaiono più contenute, con un’inflazione su base annua passata dal -0,3% di dicembre al 2% di maggio. L’Ufficio Studi di Confcommercio annovera tra le cause di tale fenomeno “gli eccessi di liquidità e di intervento fiscale”, le “disfunzioni nelle catene globali di offerta”, “l’intensità della crescita delle quotazioni di diverse materie prime”.

Se l'economia cresce rapidamente oppure se l'inflazione è troppo elevata, la Banca Centrale può innalzare i tassi d'interesse. Tradizionalmente viene considerata una “buona” inflazione quella che si attesta poco sotto o vicina al 2%. Le Banche Centrali la considerano ottimale: ciò significa che l’economia è in buona salute, che i consumi aumentano alimentando la crescita e i salari pure si elevano grazie a un mercato del lavoro più solido. Infine, un’analisi condotta dal centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali con alcuni dei più importanti gestori finanziari a livello globale ci riporta le seguenti considerazioni. 

Per molti, il picco di inflazione fatto registrare dagli Stati Uniti da inizio anno rappresenterà “una fiammata di breve durata” destinata a diminuire nei prossimi mesi, ma che “continuerà ad accompagnarci nei prossimi anni”. Cina e Stati Uniti sono i Paesi che per primi, post pandemia, hanno imboccato la strada della ripresa vigorosa. È probabile che per loro si stia avvicinando la fase nella quale il trend di crescita (rimanendo sicuramente positivo) rallenterà. 

Ciò che appare più probabile per i prossimi mesi è che queste impennate inflattive si normalizzino, assumendo un carattere più transitorio, e che gli obiettivi di politica monetaria  (obiettivo di inflazione simmetrico del 2% a medio termine) fissati da Federal Reserve e BCE  vengano centrati. 

Tornando allora alla domanda di partenza, vale a dire se l’inflazione rappresenti un rischio oppure un’occasione per spingere investimenti e sviluppo, non si può a questo punto concludere che sarà verosimilmente il mix dei fattori che l’hanno causata - unitamente all’andamento del virus e alla capacità/volontà di BCE e FED di governare il fenomeno inflattivo - a determinare la risposta. 

Gianmaria Fragassi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 
 
13/9/2021
 
 

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