Investire in economia reale, dalla teoria alla pratica

Allocare i patrimoni istituzionali in investimenti domestici o mission related è la teoria (solo apparentemente semplice) che può aiutare l'economia nazionale, ma passare dalla teoria alla pratica significa confrontarsi con ostacoli finanziari, normativi e culturali non di poco conto. Perché sostenere lo sviluppo del Paese non deve solo essere una “alternativa”

Gianmaria Fragassi

Un ponte tra investitori istituzionali e operatori: il Tavolo di Lavoro sull’investimento in economia reale – nato nel 2018 da un’idea di Borsa Italiana e Itinerari Previdenziali e ormai trasformatosi in un tavolo tecnico permanente - vuole rappresentare un punto di contatto tra la teoria (e la normativa) tradizionale esistente sul tema e il pratico ed effettivo utilizzo di strumenti innovativi per il trasferimento di parte dei patrimoni istituzionali all’economia reale. La ricetta pare molto semplice, in teoria. La pratica ci racconta invece di percentuali bassissime di investimenti domestici a discapito di capitali esportati all’estero in favore, sempre in teoria, di minori rischi, minore volatilità e maggiore redditività.

Dalla crisi del 2008 l’Italia non si è mai realmente ripresa, il Paese non gode di ottima salute, complice anche  il cambio di sei governi negli ultimi dieci anni, ognuno dei quali con idee e ricette differenti per il sostegno e la ripresa del tessuto produttivo italiano. È sufficiente aprire una qualsiasi testata giornalistica per imbattersi nelle solite diplomatiche dichiarazioni sulla recessione economica; la teoria dice che il problema dell’Italia sia la bassa crescita, che la politica dovrebbe stimolare l’industria, che lo Stato dovrebbe impegnarsi per rimettere in moto gli investimenti (soprattutto infrastrutturali), per ridare fiato alle imprese. Imprenditori, imprese, manager, associazioni si aspettano sempre più attenzione e iniziative da parte del governo.

La crescita però, purtroppo, non si ottiene tramite manovre espansive assistenziali, ma piuttosto attraverso iniziative ragionate, con orizzonti temporali che vadano oltre le tornate elettorali, che permettano all’industria di tornare a investire creando valore e posti di lavoro per il Paese. Il numero delle PMI in Italia è molto più elevato rispetto agli altri Stati occidentali, sono 80.000 le imprese in Italia, e cubano l’80% dell’occupazione totale. All’interno di questo universo emergono realtà industriali di elevato standing industriale, spesso leader nelle proprie nicchie di mercato. Esistono moltissime eccellenze, dalle tecnologie all’agroalimentare, dal tessile alla meccanica, dalla robotica alla manifattura, dall’aeronautica alla medicina che meriterebbero rispetto, attenzione e incentivi per crescere. Le PMI sono però costrette soprattutto dallo scenario economico attuale a rivedere la propria governance e la propria composizione finanziaria nell’andare a sostituire il canale di credito bancario con strumenti alternativi. Si parla quindi di un importantissimo cambiamento culturale prima che finanziario.

Questo stesso pensiero sta appunto alla base del Tavolo di Lavoro sull’investimento in economia reale: allocare i patrimoni istituzionali in investimenti domestici o mission related è la semplice teoria che può aiutare l’economia nazionale. Gli investitori istituzionali, come gli imprenditori, si aspettano maggiore attenzione e aiuto dai ministeri competenti, ma spesso per passare dalla teoria alla pratica è necessario muoversi con i soli strumenti che si hanno a disposizione. Sostenere lo sviluppo e la crescita del Paese non deve essere una “alternativa”, ma deve diventare (nei limiti normativi, finanziari e del buon senso) il punto di partenza.

I vantaggi fiscali per gli investitori italiani che si impegnano in questa buona pratica sono spesso poco rilevanti nelle scelte di investimento. Il mercato offre oggi diverse opzioni di investimento alternativo (minibond, Pir, Eltif, private equity/private debt, venture capital, Spac) che si concentrano nell’aiutare l’economia reale ma che, al contempo, offrono buoni rendimenti con rischio moderato. A parità di rischi e rendimenti dovrebbe essere logico aspettarsi una spinta fiscale da parte del governo ma, anche nel decreto crescita, troppo poco sembra essere stato fatto.

Persiste inoltre una visione miope sull’illiquidità degli investimenti che, seppur conformi e indicati per investitori di lungo periodo quali gli investitori istituzionali, spesso mostrano poco appeal maggiormente tra i fondi pensione. Questo anche perché è cambiato il mondo e con esso il mercato del lavoro, oggi formato dai cosiddetti job hoppers, ovvero coloro che cambiano spesso occupazione. La mobilità sul lavoro avrà del restosempre maggiori riflessi sulla platea degli iscritti alle forme di previdenza complementare, la composizione degli iscritti di questi enti risentirà inevitabilmente di questi “salti di lavoro”  andando a intaccare i flussi contributivi e le rotazioni del TFR.

Gianmaria Fragassi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

9/4/2019

 
 

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