Né gioco d’azzardo né sotto il materasso: dove dirigere il risparmio?

In uno scenario incerto e volatile ricercare la soluzione ottimale per allocare i propri risparmi diventa sempre più complesso: la previdenza complementare può rappresentare una soluzione alternativa?

Niccolò De Rossi

Annus horribilis. È forse così che si potrebbe definire, dal punto di vista finanziario, quello appena concluso. Il 2018 si è infatti rivelato denso di scenari avversi che hanno influenzato i mercati a livello globale.

Negli Stati Uniti non sono mancate le turbolenze causate anche da una politica resa talvolta erratica dalle scelte del Presidente Trump, che ha contribuito ad agitare i mercati tanto sul fronte interno (ingerenze sulle decisioni delle FED) quanto su quello esterno con lo scontro commerciale ancora tutto aperto con la Cina. I Paesi emergenti, più o meno indistintamente, hanno risentito soprattutto del rafforzamento del dollaro americano verso cui sono particolarmente esposti, e in alcuni casi, di una consistente svalutazione della propria moneta. Al contempo, l’Europa, che vede il Presidente Mario Draghi ormai in scadenza di mandato, oltre ad aver affrontato il nodo Brexit, ha confermato la fine del QE pur continuando a rassicurare i mercati che gli attuali tassi di interesse rimarranno invariati almeno fino alla prossima estate. Da ultima, ma non per importanza, l’Italia ha visto prevalere la compagine gialloverde ancorata all’ormai noto contratto di Governo sottoscritto nel marzo scorso. I toni piuttosto accesi con cui si è condotto il confronto con la Commissione europea, in particolare sulla Legge di Bilancio per il 2019, hanno provocato diffidenza tra gli investitori internazionali,con il conseguente innalzamento dei rendimenti su tutte le scadenze della curva.

Non poteva che conseguirne un andamento negativo di praticamente tutte le asset class, che infatti hanno subito in modo generalizzato un progressivo sell off dal rischio soprattutto in chiusura d’anno. Nemmeno i classici beni rifugio come le materie prime sono riusciti a salvarsi dal territorio rosso, con il petrolio che ha registrato una perdita di circa il 25% nell’anno con la caduta del prezzo di novembre. Ma anche azionario USA ed Europa e i rispettivi mercati obbligazionari, per motivi diversi, hanno segnato rendimenti fortemente negativi.

Il 2019 non può dunque che iniziare in un clima di consistente incertezza e volatilità, non solo dei mercati finanziari, ma anche delle scelte di allocazione dei risparmi. Se è vero che “i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri”, per l’anno appena cominciato si auspica che questo possa suonare più come un augurio che come un monito. In tale scenario, a quale tipo di investimento può rivolgersi il risparmiatore medio?

Come è noto, l’industria del risparmio gestito offre ormai un’ampia gamma di prodotti e tipologie di investimento: si va da portafogli estremamente liquidi, caratterizzati da un rischio molto contenuto e di conseguenza da un rendimento basso, fino a complesse strategie che mirano a conseguire ritorni positivi proprio in fasi di mercato ribassiste. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. È altrettanto noto però come siano numerosi i fattori che caratterizzano l’ottimale allocazione del proprio risparmio: ammontare del capitale investibile, propensione al rischio del singolo investitore e orizzonte temporale di riferimento. Inoltre, la valutazione di allocazione delle proprie risorse dovrebbe essere guidata da una conoscenza finanziaria di base, che consenta di ponderare coscientemente la migliore soluzione investibile, più o meno rischiosa che sia, e soprattutto dalla valutazione dei costi che inevitabilmente finiscono per impattare, anche profondamente, sulla performance finale realizzata in particolar modo sul lungo periodo.

Come rilevato da Consob nel Rapporto 2018 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, le nozioni di base (inflazione, relazione rischio/rendimento, diversificazione, interesse composto, mutui) sono comprese correttamente da circa il 50% del campione intervistato, scivolando a meno del 20% se ci si dirige verso concetti più avanzati (rischiosità azioni e relazione prezzi/tassi di interesse delle obbligazioni). Inoltre, il tasso di partecipazione delle famiglie italiane al mercato finanziario si attesta al 29%, vedendo primeggiare depositi bancari e conti correnti (oltre il 30% della composizione del portafoglio), seguiti da fondi comuni e titoli di Stato. Ma se dunque alla comprovata carenza di conoscenze finanziarie del risparmiatore medio, che porta molto spesso a propendere per soluzioni di investimento anche molto distanti da quelle ottimali, si sommano uno scenario mutevole e altamente incerto, scegliere di destinare il proprio risparmio alla previdenza complementare può rappresentare una soluzione efficiente.

La possibilità in particolare di aderire e contribuire a un fondo pensione porta con sé più di qualche vantaggio. In primo luogo c’è quello fiscale, derivante dall’intera deducibilità dei contributi versati fino a un massimo annuo di 5.164,57 euro, nonché di vedere applicata un’imposta sostitutiva del 20% su interessi e plusvalenze realizzate anziché del 26%. Inoltre la contribuzione alla previdenza complementare, che è tipicamente effettuata durante l’intera vita lavorativa e oltre, consente di accedere a un versamento del risparmio dilazionato nel tempo, eliminando eventuali barriere di size di ingresso. Le varie linee di investimento presenti all’interno dei fondi pensione consentono inoltre di soddisfare la personale propensione al rischio, e in alcuni casi, tenere in conto l’età di ingresso e di permanenza attraverso i cosiddetti profili life-cycle.

Con particolare riferimento ai fondi pensione negoziali, per tutti quei lavoratori che ne possono beneficiare da contrattazione collettiva, oltre a mitigare gli impatti negativi della carente educazione finanziaria, dell’errata valutazione del profilo rischio rendimento dell’investimento e relativi costi e della scelta tra un orizzonte temporale di investimento di breve o lungo periodo, l'adesione consente infatti di beneficiare del contributo datoriale che andrà ulteriormente ad alimentare il montante contributivo accumulato dal lavoratore. È inoltre ormai noto come l’ISC (Indicatore Sintetico dei Costi) delle forme di previdenza complementare (soprattutto per i fondi pensione negoziali) sia estremamente contenuto, il che porta ad avere a “fine corsa” una performance aggiuntiva anche molto consistente. Come evidenziato da Covip, infatti, a parità di condizioni, all’aumentare dei costi sostenuti minore sarà la prestazione pensionistica che si riceverà al momento del pensionamento: ad esempio, un ISC del 2% invece che dell’1% può ridurre il capitale accumulato dopo 35 anni di partecipazione al piano pensionistico di circa il 18% (ad esempio da 100.000 a 82.000 euro). Basandosi inoltre su un orizzonte di investimento di lungo periodo, circa 40 anni per chi si affaccia oggi al mondo del lavoro, il contesto di mercato attuale potrebbe essere visto come un’opportunità e non come avverso, poiché si comprano oggi asset rischiosi a prezzi bassi.

In conclusione, se l’incremento dell’educazione finanziaria è uno dei temi che assumeranno sempre più rilevanza e se l’incertezza dell’apertura d’anno non consente per adesso l’individuazione di soluzioni di investimento chiare, dotarsi di una pensione complementare sembra poter rappresentare una ragionevole alternativa d’investimento.

Niccolò De Rossi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

29/1/2019

 
 

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