Alcune notizie utili per la riforma fiscale

Quando si parla del sistema fiscale italiano si tende spesso a trascurare una forma di progressività "occulta" ma significativa: all'aumentare dei redditi diminuiscono fino a sparire deduzioni e agevolazioni. Un bell'incentivo a evadere in un Paese nel quale il 43,68% dei cittadini paga solo il 2,31% di tutta l'IRPEF, mentre il 13,22% ne corrisponde il 58,86% 

Alberto Brambilla

Dall’esame delle dichiarazioni relative ai redditi del 2019, comunicate al fisco nel 2020 e rese disponibili proprio in questi giorni, il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali ha rilevato che il 43,68% dei cittadini italiani paga solo il 2,31% di tutta l'IRPEF, mentre il 13,22% ne paga il 58,66%. 

Detto altrimenti, la metà degli italiani (circa 30 milioni) paga poco più del 3% del gettito IRPEF, pari a 172,56 miliardi di euro al netto di bonus e detrazioni varie, per un valore di 5,2 miliardi: solo per garantire a questi nostri concittadini l’assistenza sanitaria, che nel 2019 è costata 1.930 euro pro capite, servono 52,7 miliardi di euro pagati da altri contribuenti. Poi questi cittadini usufruiscono di tutto il resto: la pubblica amministrazione, gli investimenti, la scuola, la giustizia, la sicurezza, gli esteri e così via; un enorme trasferimento di ricchezza a oltre la metà degli italiani sotto forma di servizi totalmente gratuiti e di cui, probabilmente, gli interessati non si rendono neppure conto. Solo per la spesa assistenziale, pari nel 2019 a 114,5 miliardi (poco meno dell’intera spesa sanitaria), che certo non è indirizzata se non in minime parte a coloro che dichiarano più di 35mila euro lordi annui di reddito, questo 50% di cittadini è costato, considerando il pro capite, altri 57,2 miliardi: in verità molti di più, visto che oltre il 90% dell’assistenza va a questa platea di cittadini. Ci si domanda se i partiti politici e alcune parti sociali che della riforma fiscale hanno fatto il loro “cavallo di battaglia” conoscano questi dati. La stessa domanda vale per le Commissioni Finanze di Camera e Senato che hanno formulato un documento di indirizzo di riforma fiscale per il governo: un documento pieno di buone intenzioni, dotte citazioni ma anche contraddizioni - equità tra i cittadini e sì alla flat tax agli autonomi; fisco pesante sul lavoro e poi proposta di ridurre le aliquote IVA sui consumi - ed errori, come l'aumento della tassazione sui fondi pensione, come fossero uno strumento speculativo.

La differenza tra le due delle classi di reddito dichiarato è tipica di un Paese poco sviluppati, e non da un membro del G7: da zero a 29mila euro troviamo il 78,82% dei contribuenti, che versano il 28,36% di tutta l’IRPEF e che saranno probabilmente i maggiori beneficiari dell’Assegno Unico e Universale per i Figli. Invece, quelli che dichiarano da 29.001 euro di reddito in su sono solo il 21,18% ma pagano il 71,64% dell’intera IRPEF e non beneficeranno, se non in modo marginale, dell’assegno universale per i figli e di tutta la pletora di bonus e sconti.

In base ai dati relativi al 2019, elaborati da Eurostat (molto simili a quelli elaborati dalla Commissione Europea e dall’OCSE), l’Italia si posiziona al sesto posto per il peso della pressione fiscale complessiva in percentuale del PIL (PFC) tra i 28 Paesi UE, con il 42,6%, e preceduta dalla Francia con il 47,4%, dalla Danimarca con il 46,9%, dal Belgio con il 45,9%, dalla Svezia (43,7%) e delll'Austria (43,1%). Tuttavia, dice la Fondazione dei Dottori Commercialisti, c’è una grande differenza tra la PFC convenzionale e quella reale, soprattutto per l’Italia che è in termini assoluti il Paese europeo con l’evasione fiscale più alta: infatti, nelle statistiche internazionali, la pressione fiscale complessiva è calcolata sull’ammontare del PIL, che comprende anche la cosiddetta “economia non osservata” (ENO), la quale ovviamente non paga imposte. Secondo le ultime stime Istat relative al 2017 e proiettate dalla Fondazione al 2019, espungendo dal PIL la ENO, la pressione fiscale reale balza di 5,6 punti percentuali, dal 42,6% al 48,2%. Per le stesse ragiorni aumenta anche negli altri Paesi ma, considerando il PIL e il livello di evasione del Paese, se non riusciamo a essere primi il secondo posto non ce lo toglie nessuno, e la pressione fiscale effettiva per lo sparuto gruppo del 13% che paga il 60% di tutta l’IRPEF, anche a causa delle spese indetraibili, diviene insopportabile.

Un Paese in cui la redistribuzione per le sole 3 funzioni sanità, assistenza e istruzione vale più dell’intero gettito IRPEF, perché la metà dei cittadini dichiara redditi zero, è difficile che possa avere un minimo di sviluppo. E infatti siamo il fanalino di coda per tassi di sviluppo, occupazione e produttività. Eppure, nonostante questi dati, una parte della politica preme per la progressività, per introdurre nuove imposte come quella di successione; altri vorrebbero la flat tax, massimo produttrice di elusione ed evasione. Altri ancora vorrebbero eliminare le tax expenditures ma solo per quei “ricchi” che guadagnano più di 35mila euro lordi l’anno e che fanno parte del famoso 13% che paga gran parte dell'IRPEF. Addirittura un ex Ministro della Salute proponeva, in buona compagnia, di far pagare il ticket su tutte le prestazioni sanitarie a  quanti dichiarano oltre 40mila euro l’anno lordi. In pratica, su 59,82 milioni di italiani pagherebbero i ticket e gli altri no; la stessa cosa viene proposta per le indennità di accompagnamento.

Stupisce che l’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica dica che bisogna ridurre le tax expenditures, perché favoriscono i “ricchi” sostenendo che “nel 2018 gli oneri detraibili al 19% valevano circa 2.600 euro per i contribuenti con oltre 100mila euro di reddito annuo e 140 per chi aveva dichiarato un reddito di 10mila euro". Intanto, dovrebbe ora di finirla con i termini ricchi e poveri: insistere sui ricchi, come fatto dal Movimento 5 Stelle ai tempi del taglio (selvaggio) alle pensioni alte, non fa bene alla coesione sociale. Non si vede poi l’incongruenza tra i due importi di deduzioni. Cosa si può far dedurre a un soggetto che dichiara 10mila euro e che, se va bene, paga 31 euro di IRPEF (redditi 2019)? E, se ai cittadini che dichiarano redditi alti facciamo pagare tutto e non gli consentiamo di dedurre nulla, che le pagano a fare le tasse? L’Italia è il Paese della tripla progressività: la prima è che più un soggetto guadagna e più paga; con un'aliquota del 20% chi guadagna 20 paga 4, chi ne guadagna 40 paga 8, e fin qui va bene. La seconda progressività è data dall’aumento dell’aliquota, che cresce con l’aumento del reddito passando dal 27% al 38% e 43%. La terza è una progressività “occulta” perché esiste ma non è mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte: infatti, con l’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire le deduzioni, di fatto incentivando i soggetti a non aumentare i redditi attraverso l’elusione ed evasione fiscale e contributiva.

Insomma, più tasse si pagano meno servizi pubblici si ricevono. Viceversa, meno tasse si pagano e maggiori sono le prestazioni sociali e i servizi ricevuti da Stato, Regioni e comuni. Per questo l'Italia detiene il record di evasione fiscale. Ma dalle Commissioni Marattin e D’Alfonso e dai big dei partiti, su questi temi cade il silenzio. Altro che classe media da salvare!

Alberto BrambillaPresidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

26/7/2021

L'articolo è stato pubblicato su Il Messaggero del 18/7/2021
 
 
 

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