ETF: nell'high-yield meglio disinserire l'autopilota

È davvero saggio affidarsi al pilota automatico anche quando il terreno è scosceso? E se, in effetti, la gestione passiva del portafoglio si può considerare l'autopilota dell'asset management, una scelta di questo tipo potrebbe talvolta rivelarsi poco saggia in materia di investimenti obbligazionari...

Jørgen Kjærsgaard

La gestione passiva del portafoglio è l’autopilota dell’asset management ma, quando si parla di investimenti obbligazionari, non avere un guidatore potrebbe essere poco saggio. Si guardino, ad esempio, le obbligazioni europee high‐yield: ad oggi queste offrono rendimento, o per lo meno lo offrono a chi non ha usato fondi indicizzati quotati (ETF). Il maggiore ETF high‐yield europeo ha infatti costantemente sottoperformato il 25% dei migliori fondi comuni di investimento high‐yield europei a gestione attiva; e questo è un discorso che vale per le performance a uno, tre e cinque anni.  

Nonostante questi dati, secondo Thomson Reuters Lipper, l’anno scorso gli ETF obbligazionari  sono stati campioni di incassi nel segmento degli ETF europei. Ma come nei film, un grande seguito  non è sinonimo di Oscar. Secondo taluni consulenti finanziari, il proselitismo degli ETF sta nella  loro  semplicità  di  accesso  al mercato  high‐yield, nella  convenienza  economica  derivante  da commissioni molto basse oltre che al loro potenziale di rendimento. Elementi a favore, certo, ma è  possibile  individuare altre caratteristiche che rendono questi  strumenti  non esattamente convenienti ed efficienti come appaiono.  

In primo luogo, troviamo i costi. Il vantaggio economico di un approccio passivo non è riscontrabile in un mercato come quello high yield, dove la continua rotazione di obbligazioni in scadenza o di  nuova emissione, rimborsate o vendute, con frequenti ingressi e uscite di titoli, rende la gestione  più difficile e onerosa. Una specie di Dakar del rally. Per stare al passo, i gestori degli ETF devono  infatti effettuare frequenti operazioni, spesso con costi significativi.  

Altro punto critico è l’indicizzazione dei titoli high yield. Quando si parla di alto rendimento, la  qualità e il rischio degli emittenti varia notevolmente e poter scegliere, a volte, è fondamentale. I  gestori attivi possono farlo: possono selezionare i crediti e i settori ai quali esporsi, analizzandone dettagliatamente le caratteristiche e decidere meglio come reinvestire poi i proventi derivanti da obbligazioni in scadenza o messe in vendita. Al contrario, chi investe passivamente in un ETF presta indiscriminatamente a qualsiasi società che si indebiti abbastanza da entrare in un indice, e quindi assume un’esposizione indesiderata a settori sopravvalutati o rischiosi.  

Terzo elemento da analizzare è la liquidità. Diversamente dai fondi comuni, che sono valutati solo una volta al giorno, gli ETF possono essere scambiati in qualsiasi momento. Questo è ottimo per i  trader ad alta frequenza o per un professionista della gestione che deve proteggere la propria  esposizione per un breve periodo, ma non per il target degli ETF high yield.

I compratori di questi strumenti sono risparmiatori che desiderano raggiungere obiettivi di lungo termine, come garantirsi una pensione, per i quali occorre un’esposizione al mercato di lungo  periodo e  un  approccio  diretto  che  sia  in  grado  di  cogliere  le  opportunità  non  appena  si  presentino. Nessun bisogno di liquidità su base giornaliera, quindi, e probabilmente le scelte dei  risparmiatori sarebbero diverse se sapessero i costi in termini di performance.

Infine, non  è  nemmeno sicuro che questa promessa di liquidità si realizzi. In  caso  di  forte  contrazione del mercato non c’è alcuna garanzia che gli ETF high yield riescano a generare il  “contante” promesso, perché il loro crescente successo li obbliga a mantenere quote sempre più grandi di asset meno liquidi. Se i prezzi dovessero scendere repentinamente, trovare acquirenti  sarebbe difficile e coloro che hanno la necessità di vendere subirebbero grosse perdite.

In conclusione, gli ETF possono essere utili in determinati casi, come le operazioni a breve termine e le esposizioni tattiche al mercato high‐yield,ma rappresentano una cattiva scelta per chi ha tempistiche più lunghe. Gli investitori alla ricerca di reddito, che mirano alla crescita del valore del capitale, farebbero bene quindi ad affidarsi a chi le mani le ha ben salde sul volante e concentrarsi sulle obbligazioni high yield europee. L’autopilota meglio lasciarlo per i tracciati meno scoscesi

Jørgen Kjærsgaard, Head—European Corporate Credit di AllianceBernstein

30/6/2017

 
 
 

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