Gestori, Fondi pensione e Casse di Previdenza: insieme per trovare nuove soluzioni di investimento

E’ il titolo di una conferenza del “Salone del risparmio 2015” che ha offerto l’opportunità di un approfondimento sulle ultime novità regolamentari, già in vigore o ancora in via di definizione, che stanno interessando sia le forme pensionistiche complementari sia le Casse di previdenza ...

Paolo Novati - @PAOLONOVATI

E’ il titolo di una conferenza del “Salone del risparmio 2015” che ha offerto l’opportunità di un approfondimento sulle ultime novità regolamentari, già in vigore o ancora in via di definizione, che stanno interessando sia le forme pensionistiche complementari sia le Casse di previdenza, con particolare riferimento agli investimenti delle risorse.

E’ stata anche l’occasione per conoscere quali sono le scelte effettuate in ambito europeo sul tema degli investimenti previdenziali e si è conclusa con un confronto tra gestori, rappresentanti delle forme pensionistiche complementari e delle Casse professionali.

Il dott. Ruggiero del Dipartimento del Tesoro del MEF ha evidenziato come i recenti provvedimenti legislativi, adottati -DM 166, legge di stabilità-  o in emanazione -possibilità di ricevere il TFR in busta paga, portabilità del contributo datoriale, maggiori flessibilità in uscita- siano una risposta ai mutati scenari economici caratterizzati da crisi e dalla globalizzazione dei mercati finanziari. Situazione che ha portato ad un drastico abbassamento dell’inflazione e alla riduzione dei tassi di interesse a livelli minimi se non negativi per alcuni paesi.

Si pone quindi la necessità di trovare nuovi criteri di gestione del risparmio che portino a rendimenti in linea con le esigenze di accumulo per il risparmio previdenziale e che possano essere anche di aiuto alla crescita economica aiutando le imprese riducendo la parte bancaria dei finanziamenti sostituendola con altre forme speso più economiche.

Ecco quindi la maggiore libertà di investimento prevista per gli Enti in modo che possano investire, se adeguatamente strutturati, in strumenti più rischiosi ma con rendimenti di lungo periodo più elevati anche grazie ad alcuni incentivi fiscali loro correlati.

Il dott. Matti Leppälä Ceo di Pension Fund, poi, ha illustrato come si muovono nel complesso gli enti previdenziali in Europa. Come l’Italia, l‘Unione Europea ha bisogno di crescere e gli Enti previdenziali sono particolarmente indicati quali investitori di lungo periodo in infrastrutture e nell’economia reale e come tali sollecitati dalle varie Autorità: detti Enti, però preferiscono di gran lunga investimenti di breve periodo. Quali le motivazioni?

  • Difficoltà di gestione di questo tipo di investimenti che richiede strutture più numerose ed esperte con conseguenti maggiori costi;
  • Problemi di natura pubblica dovuti alla scarsità dei progetti infrastrutturali proposti e dalle regole in continua evoluzione;
  • Problemi legati alla scarsa conoscenza di questi prodotti, dalla ridotta dimensione di molti Enti e dalla netta preferenza degli aderenti per il breve termine;
  • Scarsa percezione sul valore di questi investimenti e l’obiettiva opacità di molti di essi;
  • Ostacoli dovuti alle sempre più numerose regole finanziarie (vedasi EMIR);
  • Regole per gli Enti diverse per ogni stato;
  • Rischi politici quali la nazionalizzazione di Enti in alcuni paesi.

Speranze per un miglioramento della situazione sono riposte nel Fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI) -vedasi l’articolo relativo del 19 febbraio scorso- e nella Capital Market Union il cui obiettivo è la creazione di un mercato dei capitali stabile e più integrato per i 28 Stati dell’Unione Europea. Una delle più importanti finalità è quella di uno spostamento dei finanziamenti dalle banche ad un mercato dei capitali che riduca i costi per le aziende. Attualmente la Commissione Hill, dopo averne stilato il Green Paper lo ha sottoposto alla pubblica consultazione con scadenza 13 maggio 2015. Si auspica una partenza effettiva dopo le dovute ratifiche per il 2019(???).

Nella tavola rotonda che ne è seguita sia gestori che rappresentanti degli Enti hanno concordato sulla necessità di rivedere le convezioni in essere passando dai classici mandati bilanciati 70/30 o simili ad altri di tipo “flessibile”. In pratica si auspica una collaborazione più stretta fra gestori ed enti finalizzata a definire di comune accordo obiettivi fissi. In pratica non ci si dovrebbe limitare al solito benchmark ma pensare ad un rendimento obiettivo da raggiungere sfruttando tutte le libertà di investimento concesse e quindi investire in ogni prodotto al momento più opportuno.

In particolare tutti gli Enti hanno già avviato riflessioni su come operare ed in particolare per gli investimenti di lungo periodo ed illiquidi. Riflessioni che non possono non evidenziare l’esistenza di rischi non solo di mercato ma spesso anche di tipo politico.

Fra questi non guasta ricordare il Tfr in busta paga, le anticipazioni, la flessibilità in uscita, la portabilità del contributo datoriale che rendono difficoltosa la determinazione dei flussi con conseguente privilegio degli investimenti liquidi.

Da non dimenticare l’aumento della tassazione che rende meno appetibili gli investimenti nell’economia reale mitigata (?) dal credito di imposta concesso. Tralasciando l’importo disponibile (80 milioni complessivi per fondi e casse) molto esiguo, ottenerlo sembra oltretutto un piccolo percorso di guerra.

Infatti dalle anticipazioni sul decreto attuativo che circolano in questi giorni sembra emergere che:

  • occorre investire nella “realizzazione di infrastrutture correlate all’erogazione di servizi pubblici o di pubblica utilità, effettuate attraverso la sottoscrizione o l’acquisto di azioni o quote di società (oppure obbligazioni  o similari) operanti nei settori delle infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sanitarie, delle telecomunicazioni e della produzione e trasporto di energia e fonti energetiche";
  • l’investimento avrà durata di almeno 5 anni, mentre per una durata di almeno 10 anno si potrà investire anche in OICR o fondi chiusi che investono nei titoli sopracitati;
  • il credito di imposta è riconosciuto sulla differenza” tra l’ammontare delle ritenute e imposte sostitutive applicate , nella misura del 26% (20% per i fondi pensione), sui redditi di natura finanziaria, dichiarate e certificate dai soggetti intermediari o dichiarate dai soggetti medesimi, e l’ammontare di tali ritenute e imposte sostitutive computate nella misura del 20% (11% per i fondi pensione), a condizione che un importo corrispondente tali redditi sia investito nelle attività di carattere finanziario a medio o lungo termine”;
  • fondi pensione e Casse dovranno comunicare ogni anno all’Agenzia delle Entrate “l’importo dei redditi che è stato investito nelle attività finanziarie specificate entro 6 mesi dal termine del periodo d’imposta di riferimento e quello massimo agevolabile”. L’Agenzia valuterà il diritto al credito (!);
  • l’erogazione del credito d’imposta, nel caso di supero degli 80 milioni, dovrebbe avvenire pro-quota fra gli aventi diritto;
  • non si hanno indicazioni sull’operatività geografica delle società su cui si investe: potrebbe capitare di finanziare società UE ma con attività fuori dai nostri confini.

Tutto semplice, chiaro ed a sostegno delle nostre aziende.

 

02/04/2015

 

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