Gli Attuari e il nuovo welfare alla persona

Proposte e soluzioni per un nuovo modello di welfare "integrato e allargato" incentrato sulla persona: il commento di Giampaolo Crenca, Presidente del Consiglio Nazionale degli Attuari 

Giampaolo Crenca

Recentemente l’Ordine degli Attuari è tornato sul tema del modello per la costituzione di un nuovo welfare della persona, sotto vari profili. Gli Attuari da tempo hanno posto peraltro l’attenzione su tale tema coniando anche l’espressione “welfare integrato e allargato” con riferimento a 4 aspetti di base quali il lavoro, la pensione, la salute, l’assistenza e pertanto si sono già ritrovati allineati sul tema dell’individuazione di un welfare incentrato sulla persona. In particolare l’attenzione si è concentrata su:

  • sistema tecnico di finanziamento;
  • modalità tecniche di erogazione delle prestazioni;
  • obbligo o volontarietà di adesione. Si è ritenuto di inserire tale ultimo aspetto, di natura non strettamene tecnico-attuariale, in quanto influenza coperture, costi e sostenibilità consentendo, secondo vari livelli, il ricorso al meccanismo della solidarietà.

Prima di entrare nel merito, va ricordato come l’attuale sistema di welfare sia basato su una struttura di fatto rigida e frammentata, che sicuramente non favorisce sinergie fra i diversi comparti creando in alcuni casi duplicazioni di interventi senza favorire quindi le auspicate economie di scala. Ci vuole quindi una flessibilità che consenta di adattarsi ai bisogni che caratterizzano l’intera vita dell’individuo. Il perimetro di interesse, così come attualmente avviene nel comparto della previdenza complementare, potrebbe comprendere strumenti anche di diversa natura (forme negoziali e aperte, collettive e individuali) che perseguono le stesse finalità, anche se con modalità diverse, e che devono quindi essere caratterizzati da requisiti coerenti, permettendo nel contempo una pluralità di opzioni.

Una prima significativa rigidità è la previsione esclusiva della capitalizzazione individuale; l’attenuazione di tale principio, congiuntamente con la possibilità di introdurre sistemi di adesione automatica/tacita ai fondi di previdenza complementare (salvo possibilità di revoca successiva), va valutata in un più ampio contesto in cui si ridefinisce il ruolo dei fondi stessi, in quanto erogatori di prestazioni di welfare allargato.

Si tratterebbe pertanto di fondi configurati diversamente rispetto all’assetto attuale, che possano offrire in modo efficiente ed articolato, oltre alle coperture pensionistiche di secondo pilastro, anche coperture accessorie, coperture sanitarie, integrando nel contempo quanto già in atto per i fondi sanitari integrativi, e di Long Term Care (LTC), con una progettualità comunque eventualmente estendibile nel tempo. 

La prestazione complementare dovrebbe continuare a essere calcolata con un sistema a contribuzione definita e gestita secondo la capitalizzazione individuale, mentre le prestazioni accessorie, sempre in un’ottica di “adesione collettiva”, potrebbero essere finanziate da un contributo medio e gestite secondo sistemi a capitalizzazione collettiva. Tutto ciò potrebbe passare attraverso la previsione di un obbligo generalizzato di copertura da realizzare attraverso la valorizzazione del modello collettivo che appare il più idoneo a realizzare forme di copertura realmente accessibili sotto il profilo dei costi. Infatti, poter disporre di una platea di assicurati consistente, sufficientemente conosciuta nelle sue caratteristiche essenziali (età, sesso, reddito) e “certa” è il presupposto fondamentale per poter costruire coperture efficaci a costi sostenibili, poiché consente di utilizzare lo strumento della “solidarietà” fra profili di rischio diversi con una riduzione del “rischio” complessivo” (e quindi del relativo onere).

Strettamente connessa è poi la valorizzazione dello strumento della contrattazione collettiva, anche con riferimento alla dimensione aziendale e/o territoriale; infatti la contrattazione decentrata rappresenta lo strumento principale per l’individuazione di soluzioni condivise, focalizzate sulle effettive esigenze della platea coinvolta, che consentono di evitare eccessive frammentazioni e/o inutili duplicazioni sia con le prestazioni offerte dai diversi soggetti che interagiscono nel comparto, sia con riferimento alle coperture già offerte dal sistema pubblico. Una impostazione di questo tipo implica anche la definizione di appropriate soluzioni tecniche idonee a garantire, in relazione al complesso degli impegni assunti e per quanto ragionevolmente prevedibile, in una ottica risk-based, le obbligazioni nei confronti dei soggetti assistiti, necessariamente diversificato rispetto alle modalità con cui viene gestito il rischio, con particolare attenzione al tema della previsione di idonee riserve/accantonamenti. 

L’ideale, quindi, sarebbe consentire, in primo luogo alle parti sociali, ma anche a raggruppamenti di lavoratori autonomi o a livello territoriale, la possibilità di costituire, anche tramite fusione delle strutture già attualmente operanti nei differenti comparti nei confronti dei medesimi soggetti, un fondo generale per le coperture di secondo livello, con singole e separate gestioni (previdenziale, sanitaria, non autosufficienza, altro) destinate ad operare secondo le normative specifiche (di legge o contrattuali) ma in sinergia, con opportune forme di flessibilità, riordinando anche in modo coerente con tale approccio e semplificando la relativa fiscalità.

L’individuazione di un nuovo sistema di welfare incentrato sulla persona non può peraltro trascurare il c.d. “terzo pilastro”, organizzato su base individuale, elemento essenziale per garantire il “completamento” del sistema. Al riguardo, mentre già adeguate appaiono le soluzioni sul fronte della previdenza complementare (PIP e fondi aperti), meritevoli di ulteriori riflessioni sembrano essere i comparti della sanità e della non autosufficienza, in particolare sotto il profilo di un adeguato regime tributario agevolativo, dei costi e dell’efficacia della protezione offerta.

27/4/2017 

 
 
 

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