Il mondo tutto vs. la portabilità del contributo del datore

Ritorno a pochi giorni di distanza in argomento DDL concorrenza e, in dettaglio, sul tanto criticato art. 15 in materia di fondi pensione. Sin qui, voci autorevoli della materia hanno stigmatizzato la proposta, accusando l'Esecutivo di ...

Alessandro Bugli - @a_bugli

Ritorno a pochi giorni di distanza in argomento DDL concorrenza e, in dettaglio, sul tanto criticato art. 15 in materia di fondi pensione.

Sin qui, voci autorevoli della materia hanno stigmatizzato la proposta, accusando l'Esecutivo di voler cancellare dall'esistente i fondi negoziali; accusa questa già preventivata nel primo intervento “a caldo” (leggi il precedente articolo).

La critica aperta al libero e indiscriminato diritto di trasferimento del lavoratore tra le diverse forme di previdenza temo finisca per essere letta in termini controproducenti per le stesse forme negoziali, finendosi così (involontariamente) per sostenere che una volta che i lavoratori avranno la massima libertà di migrare, lo faranno a danno delle forme pensionistiche negoziali o chiuse, spostandosi verso le forme individuali commerciali.

Ma i fondi negoziali o preesistenti, pur nelle loro diversità, sono veramente così male? A legger bene rendimenti e costi, si direbbe proprio il contrario.

In prima battuta, forse utopisticamente, mi ero convinto che la possibilità data ai negoziali di aprirsi a nuovi bacini di potenziali associati avrebbe comportato un aumento delle adesioni per alcuni di questi ultimi, anche a sfavore delle forme commerciali (si pensi all’attrattività data dai fondi pensione storici, che hanno sempre reso positivamente e hanno costi ridotti di partecipazione rispetto ai loro omologhi commerciali). Evidentemente mi sbaglio. Forse questa possibile attrazione non esiste.

In effetti, in alcuni casi per alcuni di questi fondi manca la capacità di pavoneggiarsi, mostrando la “ruota”, dando atto delle proprie potenzialità e dei pregi e potendo assorbire, se non altro, tutto il proprio bacino di potenziali associati (eventualità tutt’altro che impossibile e prossima a verificarsi per determinati settori e categorie).

Il tema attiene, quindi, anche e soprattutto alla capacità di comunicazione. Sebbene, di recente, uno dei grandi maestri della materia - in privato -  mi abbia convinto delle potenzialità dell'effetto "mensa" o HR, si rende forse necessaria una revisione delle regole di raccolta delle adesioni (fissate nel 2008 da COVIP), cercando nuove soluzioni, nel limiti dell’umano possibile. Anche questo temo, qualora vi sia ancora spazio per intervenire sul testo, meriterebbe puntuale attenzione.

Passando ora al testo della proposta legislativa di innovazione delle materia complementare (art. 15, c. 1, lett. d), questa risulta così formulata: “In caso di esercizio della […] facoltà di trasferimento della posizione individuale, il lavoratore ha diritto al versamento alla forma pensionistica da lui prescelta del TFR maturando e dell’eventuale contributo a carico del datore di lavoro.

La portata letterale della disposizione non sembra lasciare molti dubbi sul fatto che così si voglia garantire al lavoratore che intenda trasferirsi volontariamente a un fondo diverso da quello negoziale di riferimento (e che abbia diritto al contributo del proprio datore) di non perdere pro futuro la quota di finanziamento dovutagli dal datore nella misura fissata nelle fonti istitutive.

La domanda sorge, però, spontanea: perché se si vuole aprire alla possibilità di destinare il contributo del datore ad una forma di previdenza complementare diversa da quella collettiva, si è deciso di limitare una simile opzione alla sola ipotesi di trasferimento volontario, decorso un biennio di iscrizione alla forma collettiva di riferimento?

Mi spiego: letteralmente, il lavoratore che aderisca ex novo alla previdenza complementare e che sia interessato ad iscriversi ad una forma diversa da quella negoziale non parrebbe poter ottenere, da subito, che il proprio datore versi ad una di queste forme il contributo fissato nelle fonti istitutive.

Secondo questa ricostruzione, per beneficiare di tale contributo, il lavoratore dovrebbe comunque aderire - per almeno un biennio - al fondo negoziale di riferimento, salvo poi decidere di trasferirsi e portare con sé il contributo datoriale.

Sempre che sia voluto, il Legislatore sembra – da un lato – aprire in toto alla possibilità per il lavoratore di migrare senza penalizzazioni – dall’altro lato, però –imporre a questo di compiere almeno un giro di giostra sulla forma negoziale di riferimento, potendo solo successivamente decidere di trasferirsi e spostare il contributo datoriale (contributo che, in assenza di tale limite, potrebbe già, ab initio, essere destinato alla forma prescelta dal lavoratore, essendo la misura del contributo normalmente fissata nelle fonti istitutive). Questo fatto si ripeterebbe, poi, ogni qual volta il lavoratore dovesse cambiare datore e accedere ad una diversa fonte istitutiva, non potendosi ottenere da subito che il nuovo datore si impegni a versare il proprio contributo ad una forma complementare diversa da quella negoziale di riferimento. E così: altro giro, altro regalo.

In conclusione, se il testo del DDL dovesse essere promulgato nella forma attuale e l’interpretazione data essere condivisa, i fondi negoziali o chiusi finirebbero per godere, ancor oggi, di una – seppur ridotta – rete di protezione, potendo nei primi due anni necessari di permanenza presso di loro del lavoratore persuaderlo delle qualità, della redditività e della convenienza in termini di costo del fondo stesso, evitandone la tanto biasimata fuga con contributo del datore.

 

04/03/2015

 

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