La lotta alla povertà tra assistenzialismo e doveri dimenticati

La logica assistenzialistica che spesso guida gli interventi della politica muove dalla convinzione diffusa che, per ridurre le disuguaglianze e contrastare la povertà, si debbano sempre e comunque rivendicare i propri diritti. Ma non si può parlare di diritti senza citare anche i relativi doveri

Alberto Brambilla

Se la domanda è “la povertà in Italia esiste?” la risposta non può essere che sì. In parte (3/4% della popolazione) è fisiologica dipendendo da problemi psicofisici o da eventi dannosi (perdita della salute o del lavoro o della famiglia – si pensi ai separati, i nuovi poveri); buona parte però dipende da fattori che rendono poveri come il gioco d’azzardo, le tossicodipendenze o alcoldipendenze, la cattiva alimentazione, una vita non salutare e un'incapacità culturale ed educativa di affrontare i problemi della vita: in una frase la povertà educativa e sociale.

Ma è così elevata come appare dai dati diffusi dall’Istat? Per quanto riguarda la quantificazione della povertà assoluta e relativa, i dubbi sull’attendibilità di questi dati sono parecchi; a cominciare dalla metodologia di rilevazione della spesa per consumi, sulla quale si basa il calcolo della povertà: poche famiglie coinvolte (solo lo 0,66% delle famiglie, circa 17.000 su oltre 25,9 milioni); rilevazione mediante diario cartaceo (è difficile che le famiglie coinvolte dichiarino, ad esempio, spese per “vizi”, mentre eviteranno dichiarazioni che possano mettere a rischio la fruizione di eventuali sussidi correlati al reddito) e dalle scarse correlazioni tra povertà e altre variabili, tra le quali il lavoro irregolare (per non parlare di quello legato alle tante attività criminali), l’infedeltà fiscale e la paura di perdere il diritto a quella miriade di prestazioni che vengono erogate in funzione del reddito; nelle regioni del Sud, per esempio, il livello di prestazioni assistenziali sia pensionistiche sia sociali, è molto elevato rispetto alle altre aree del Paese; e così pure l’obesità. Meno reddito dichiarato (che consente di beneficiare di prestazioni sociali) equivale spesso a meno consumi dichiarati e registrati nell’indagine, anche se poi l’Istat evidenzia anomalie proprio in quelle aree del Paese ad alti livelli di evasione fiscale, ma che presentano consumi più elevati rispetto al PIL pro capite.

Povertà assoluta e povertà relativa: le definizioni ISTAT

 

La necessità di analizzare il problema povertà

E così, sulla base dei dati forniti da Istat, senza fare troppe considerazioni, i politici si lanciano in spericolate proposte per ridurre quello che sembra un fenomeno di vaste proporzioni. Tuttavia, pur considerando che ci sarà sempre un livello fisiologico non riducibile, bisogna ammettere che siamo ben lontani dal poter delineare il perimetro della povertà, mentre i numeri diffusi dall'Istituto di Statistica forniscono solo un pretesto alla demagogia della politica, sempre in clima elettorale e quindi a caccia di consensi, senza però porsi il problema di indagare quali sono le cause di questa povertà e come fare per ridurla il più possibile.

L'incidenza della povertà per presenza famiglie stranieri - ISTAT

Sarebbe anzitutto necessaria una scomposizione dei dati per capire la “distribuzione” della povertà economica. La tabella evidenzia che la povertà cresce di più al Sud rispetto alle altre aree del Paese e determina il vistoso aumento complessivo dei due livelli di povertà. In seconda battuta, occorrerebbe analizzare la provenienza e composizione delle famiglie con scarsi consumi; i maggiori livelli di povertà assoluta e relativa (rispettivamente il 29,2% e il 34,5%) riguardano le famiglie straniere, dato compatibile con il loro recente arrivo in Italia e col fatto che devono partire da “zero”; più o meno lo stesso discorso vale per le famiglie miste (16,9% e 23,9%). Attenzione quindi a lanciare allarmi sociali sull’impoverimento degli italiani; ad esempio, per la povertà relativa la situazione delle famiglie italiane non è peggiorata rispetto ai livelli pre-crisi 2008, mentre per quella assoluta c’è qualche lieve peggioramento che dipende prevalentemente dal Sud, gran parte delle cui cause vedremo in seguito.

Quello che finora (negli ultimi 23 anni) è mancato alla politica è una strategia di medio termine, un obiettivo finale che, al netto dei fisiologici, deve essere quello di ridurre il numero dei poveri, partendo proprio dalla distribuzione e dalle cause che hanno creato la povertà economica, analisi di vitale importanza per mettere in pratica idonee politiche di recupero per le fasce di popolazione con “povertà educativa” e - aggiungiamo noi - “sociale”, cioè quelle con bassa formazione scolastica e modesta capacità di prendere decisioni non complesse. Situazioni che portano spesso milioni di persone a soffrire di ludopadie, alcoldipendenze, tossicodipendenze, cattiva alimentazione e stili di vita poco salutari; ma ci sono altre innumerevoli cause che andrebbero analizzate caso per caso.

Se confrontiamo i numeri della povertà assoluta e relativa, ci accorgiamoche oltre la metà dei poveri si può individuare in soggetti a rischio per gioco d’azzardo, droghe, alcol, (tutti consumi che certo non compaiono nei “diari cartacei” Istat). E ci siamo limitati a tre macro-patologie, ma ce ne sono molte altre che derivano da un non corretto stile di vita: si pensi, ad esempio, all’elevato numero di soggetti che soffrono di depressioni. Oppure, a quelle derivanti da scorretti regimi alimentari che portano a fenomeni come l’obesità. Tutte queste patologie sfociano per almeno il 50% in malattie croniche, che certo non agevolano la ricerca del lavoro o il mantenimento dello stesso. Diventa allora evidente che questi individui avranno problemi con il lavoro (sono i primi a essere licenziati o non assunti) e, quindi, anche economici; ma saranno anche un problema per le loro famiglie e soprattutto per i loro bambini che cresceranno in un ambiente malsano e non sereno generando situazione che perpetueranno con molta probabilità la povertà dei figli, i futuri nuovi poveri con un’alta dispersione scolastica e molte probabilità di diventare in futuro anch’essi affetti dalle medesime patologie.

I numeri della povertà, le dipendenze

Qualche riflessione alla politica e anche ai media dovrebbe scaturire sia dai dati patrimoniali sia dalle spese dei nostri concittadini: ad esempio, l’altissima percentuale di possesso della casa, i parchi auto e moto più numerosi tra i Paesi Ocse, l’elevato possesso di telefonini (la spesa per la telefonia è di oltre 24 miliardi l’anno), l’elevato numero di abbonamenti alle pay radio o tv, ma anche i 100 miliardi spesi per il gioco d’azzardo, i quasi 20 miliardi per il fumo, i 15 per l’uso di droghe, la spesa per palestre, fitness, chirurgia estetica, le spese per maghi e cartomanti (quasi 9 miliardi), e così via. Spese che spesso sono effettuate proprio dalle fasce deboli, dalle famiglie povere (si pensi ai gratta e vinci acquistati dai pensionati) e non solo da quelli che stanno bene; dati che non restituiscono una fotografia di un popolo malandato e che rinuncia alle cure sanitarie come da più parti politiche si ripete usando sentiti dire e non analizzando alcunché. 

Alcune possibili cause di povertà: le dipendenze

 

Le risposte della politica: solo una mera logica assistenziale

Se a queste situazioni si risponde solo con prestazioni in denaro è molto probabile che queste somme vengano impiegate non già per migliorare il tenore di vita della famiglia, ma per aumentare la patologia. Per dirla in modo non politically correct,  dare 780 euro di reddito di cittadinanza a un povero che soffre di ludopatia significa alimentare la malattia, permettendogli di spendere almeno una parte di quei soldi (i 100 euro al mese prelevabili in contanti) per il gioco d’azzardo; un alcolista si ubriacherà di più e magari tratterà male, al ritorno a casa, la propria moglie e i figli, perpetuando anche per loro, lo stato di povertà economica, educativa e sociale. Le risorse economiche sarebbero meglio impiegate nei centri di assistenza sociale dove uno psicologo, un biologo nutrizionista, un assistente sociale, un medico, un infermierem ma anche un esperto contabile, potrebbero “prendere in carico” il soggetto povero e attraverso un percorso rieducativo cercare di far uscire lui e la sua famiglia dallo stato di disagio, con notevoli vantaggi per il livello di civiltà della nostra società, e anche economici. Solo così si potrebbero ridurre i costi per l’assistenza e aumentare i livelli di occupazione con notevoli vantaggi per l’intero Paese.

Come ha risposto invece la politica in questi ultimi 11 anni per diminuire i livelli di povertà assoluta e relativa? La quasi totalità delle risposte di tutti i governi sono state finora esclusivamente monetarie o basate su una riduzione del carico fiscale. Soluzioni standardizzate per tutti, al posto di interventi di sostegno mirati in termini di servizi, educazione o prevenzione. Un esempio su tutti il reddito di cittadinanza, ovvero un aiuto economico che tampona il problema, ma non lo estirpa alla radice; vista la distribuzione territoriale della povertà e considerato che i livelli economici per essere considerati poveri sono differenti a seconda che si viva al Nord, Centro e Sud e che si abiti in città o in campagna, prevedere l’erogazione di somme standard sull’intero territorio nazionale non risolve il problema a chi vive in una città del Nord, mentre chi vive in un paesino del Sud, otterrebbe un valore maggiore del livello oltre il quale si è poveri. Come abbiamo visto, dare soldi e non servizi e “presa in carico” dei soggetti deboli, non aiuta a uscire dalla povertà: la alimenta. Senza efficaci servizi di welfare e di collocamento, e con le ultime proposte di legge, non si aiuteranno le famiglie a trovare un lavoro.

E così il costo dell’assistenza è passato dai 73 miliardi di euro del 2008 ai circa 116 miliardi del 2018, con un aumento strutturale di circa 43 miliardi che ogni anno graveranno sul bilancio pubblico, finanziati dalla fiscalità generale (il che significa che non sono coperti da contributi) e al netto delle imposte (essendo tutte prestazioni esentasse). Dal 2008 l’incremento della spesa assistenziale è costato ben 232 miliardi alle finanze pubbliche, per gran parte fatti in deficit. 

Gli ultimi anni delle passate legislature

Sommando i disavanzi annuali realizzati negli ultimi 10 anni si raggiunge la cifra di 553 miliardi – in 11 anni e 6 governi - con un incremento dello stock di debito del 24%. Il debito sarebbe aumentato se non ci fosse stata la politica monetaria della BCE che, dal 2013 al 2018, ha fatto risparmiare al nostro Paese ben 90 miliardi di euro di interessi sul debito. Considerando che siamo fermi dal punto di vista della produttività e che le nuove spese assistenziali, in particolare il reddito di cittadinanza, comporteranno un aumento del deficit e del debito pubblico, la sostenibilità complessiva del nostro sistema di protezione sociale appare sempre più a rischio. Tutto ciò è confermato anche dall’elevato livello della spesa nazionale per il welfare

Il bilancio previdenziale nel bilancio statale

Infatti, se consideriamo che per il welfare (pensioni, assistenza sociale e sanità) spendiamo oltre il 54% della spesa pubblica totale e addirittura il 57% se rapportato alle entrate fiscali e contributive superando anche i livelli della Svezia, si capisce che, da un lato, si è puntato tutto sul distribuire soldi (si vedano gli 80 euro e i vari bonus di Renzi), senza neppure disporre di un sistema informatico di controllo su chi prende, da dove prende e perché prende e, dall’altro, si è totalmente abdicato al ruolo sociale di comprendere le cause della povertà e cercare di risolverle (forse, un'operazione troppo difficile per il livello della nostra politica; più facile promettere tutto a tutti, eventualità peraltro che, visto il livello culturale nazionale, rende di più in termini di voti).

Ma ci siamo davvero così impoveriti in questi ultimi 10 anni? Se analizziamo le dichiarazioni dei redditi tra il 2008 e il 2016 scopriamo però un dato difforme da quello dell’Istat. 

Analisi degli ultimi 9 anni di dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef

Infatti, rispetto al 2008 i contribuenti che dichiarano fino a 7.500 euro l’anno e che quindi rientrerebbero tra i poveri assoluti (massimo 625 euro/mese quindi con consumi ridotti) sono diminuiti di circa 1.245.000 unità; e così pure i contribuenti che dichiarano tra 7.500 e 15.000 euro che rientrano sia nella povertà assoluta sia nella relativa, diminuiti di 1.210.000 unità. Anche i dichiaranti tra 15mila e 20mila euro (potenziali poveri relativi se con famiglia a carico) sono diminuiti di circa 1 milione e 40mila. In totale 3,5 milioni di soggetti, di cui 2,5 milioni sono migrati nelle classi di reddito più elevate (molto al di sopra dei livelli di povertà), mentre 1 milione di contribuenti sono scomparsi dai radar del fisco. Nuovi poveri o evasori ed elusori?

 

Non solo diritti per contrastare la povertà

La logica assistenzialistica che ha guidato finora gli interventi della politica in questo campo muove dalla convinzione diffusa che per ridurre le disuguaglianze e contrastare la povertà si debbano sempre e comunque rivendicare i propri diritti; mai un riferimento ai doveri dei cittadini. Ma non si può parlare di diritti senza citare anche i relativi doveri. Molto spesso infatti la mancanza di diritti è causata da quelli che non fanno il proprio dovere e la povertà economica dipende dalla povertà educativa che sottrae i diritti dei bambini spesso a causa dei loro genitori.

Viene molto utile per concludere una frase di Mazzini dell’aprile del 1860 che è quanto mai di attualità, tanto da sembrare scritta oggi: “La “cultura del diritto” ha generato uomini che si sono impegnati nel miglioramento della propria condizione senza provvedere a quella degli altri; in conseguenza della teoria dei Diritti, gli uomini, privati di una credenza comune, calpestano le teste dei loro fratelli (...) È dunque una questione di educazione: Educazione a un principio: il Dovere. Attraverso l’educazione al Dovere si può arrivare a comprendere che lo scopo della vita non è quello di essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori. Questo non vuol dire rinunciare ai diritti, bensì arrivare al loro raggiungimento attraverso la pratica dei Doveri. Quando udite dire dagli uomini che predicano un cambiamento sociale che lo fanno per accrescere i vostri diritti, è opportuno diffidare della proposta perché loro conoscono i mali che vi affliggono e la loro condizione di privilegio giudica quei mali come una triste necessità dell’ordine sociale; per questo lasciano la cura dei rimedi alle generazioni che verranno”.

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

10/5/2019

 
 

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