Le nuove "quote" per la pensione: promossa 102, bocciata 104

Non senza difficoltà, il governo è al lavoro sul superamento di Quota 100: come affrontare la fine del periodo sperimentale senza tornare alle rigidità della riforma Monti-Fonero? Sì a Quota 102 e a misure di invecchiamento attivo, no a nuove giungle pensionistiche e al perdurare delle disparità nei confronti dei contributivi puri 

Alberto Brambilla

Entro fine anno scade Quota 100, il provvedimento voluto dalla Lega per introdurre quella flessibilità in uscita dal mondo del lavoro - prevista dalla legge Dini del 1995 e che esiste in tutti i Paesi avanzati - che la riforma Fornero del 2011 aveva pressoché annullato. Dalle ultime dichiarazioni pare che il governo preveda di sostituire Quota 100 con Quota 102 nel 2022 e Quota 104 nel 2023, per poi rientrare nell’anno successivo nel solco della Monti-Fornero. Quindi non un provvedimento organico, che risolva i principali punti critici lasciati in eredità dall'ultima riforma, ma solo un ritocco.

Opzione comprensibile visti i tanti, troppi problemi che questo esecutivo deve risolvere ma che, nei fatti, rinvia la sistemazione definitiva del tema pensionistico. In piena continuità con i governi che si sono succeduti dal 2011 a oggi i quali, anziché sistemare le criticità della riforma del 2011, hanno fatto ogni anno una serie di provvedimenti che hanno reso di difficile comprensione le regole per gli utenti e hanno consentito a circa 900mila lavoratori in 10 anni di pensionarsi con regole ante riforma ad età molto basse. Ben 9 salvaguardie, di cui le prime due realizzate dal governo Monti dopo pochi mesi dal varo della riforma, e poi anche APE sociale, agevolazioni per precoci e lavori gravosi: una giungla di regole che le riforme Amato e Dini avevano eliminato.

Quale il risultato? Nel 2019 l’età effettiva di pensionamento in Italia per vecchiaia, anzianità e invalidità previdenziale era di 62 anni e 8 mesi per gli uomini e 61 anni e 9 mesi per le donne, come la Spagna ma al di sotto della media europea, nonostante il nostro sia il Paese con la più alta aspettativa di vita. Tuttavia Quota 102 - 64 anni d’età e 38 di contributi - potrebbe rappresentare un buon punto di caduta per il nostro sistema pensionistico perché, almeno in parte, eliminerebbe la rigidità introdotta dalla riforma Fornero, che ha imposto due canali di uscita: 67 anni d’età anagrafica con 20 anni di contributi o 42 e 10 mesi di anzianità contributiva, 1 anno in meno per le donne. Peraltro, analizzando le circa 400mila richieste di Quota 100 fatte tra il 2019 e il 2021, emerge che l’anticipo è stato in media di 2/2,5 anni, circostanza che porta l’età media di pensionamento di Quota 100 proprio a 64 anni e qualche mese e 38 anni di contributi: l'esatta conferma di come Quota 102 possa nel concreto soddisfare le esigenze dei lavoratori che hanno privilegiato un anticipo meno “spinto”, molto probabilmente per avere un effetto negativo minore sull’importo dell’assegno pensionistico. Occorre infatti precisare che nel 2022 oltre l’85% di coloro che andranno in pensione saranno nel cosiddetto regime misto con una quota contributiva iniziata nel gennaio 1996, il che significa avere oltre il 65% della pensione calcolata con il metodo contributivo. Poiché l’importo della pensione dipende molto dall’età anagrafica al momento del pensionamento, prima si accede alla rendita e minore sarà l’importo: non per penalizzazioni, come sostiene qualcuno, ma semplicemente perché si beneficia poi della pensione per più anni.

D'altra parte, è invece da ritenersi sbagliato il seguito della proposta governativa, cioè Quota 104 dal 2023 e, quindi, il ritorno alle regole Fornero. Infatti si rischierebbe di riproporre gli errori della legge Monti-Fornero, creando uno “scalone” che per 5 anni bloccherebbe l’accesso alla pensione a moltissimi lavoratori. Occorrono almeno 18 mesi tra un incremento e il successivo per poter consentire agli aspiranti pensionati bloccati nel passaggio da 62 a 64 anni (da Quota 100 a Quota 102) di poter lasciare il mondo del lavoro. Se proprio si volesse aumentare il requisito, cosa peraltro non necessaria, si dovrebbe farlo dopo 18 mesi, e non dopo un anno. Per dare un giudizio sintetico ma efficace, si può allora promuovere la proposta Quota 102 e bocciare, invece, Quota 104.

Ciò che lascia stupiti è che la discussione politica verta esclusivamente sul numero di anni di anticipo e sulle formule per accedere con anticipo alla pensione (solo per citare un esempio, si pensi alle svariate proposte di inserimento di determinate attività professionali tra i lavori “gravosi”), mentre risulta totalmente assente nel dibattito politico, e sindacale un tema cruciale per il nostro sistema pensionistico, l’equiparazione delle regole di pensionamento previste per i cosiddetti contributivi puri (quelli che hanno iniziato a lavorare dopo il gennaio 1996) - e, in generale, per le giovani generazioni - a quelle degli altri lavoratori. Per poter accedere alla pensione di vecchiaia anticipata, i contributivi devono aver maturato una rendita pari almeno a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale (circa 1.300 euro); diversamente, si passa ai 67 anni della vecchiaia ma anche qui devono aver maturato un assegno pari almeno a 1,5 volte quello sociale: se non si raggiunge, si lavora fino a 71 anni e più. Inoltre, considerando che il metodo contributivo non prevede un'integrazione al trattamento minimo, di cui oggi beneficia circa il 25% dei pensionati (tra integrazione al minimo e maggiorazione sociale), le cui pensioni attuali sono pagate proprio dai contributi e dalle imposte di questi lavoratori, per motivi di equità intergenerazionale occorrerebbe prevedere le stesse modalità anche per  “contributivi puri”, su valori tra 517 e 654 euro mensili sulla base della pensione a calcolo e degli anni lavorati.

Quanto ai lavori gravosi intanto sarebbe necessario che finalmente politica, sindacati e aziende provvedessero, come già accade in molti Paesi avanzati, a organizzare il mercato del lavoro e la vita del lavoratore in maniera tale da svolgere impieghi via via sempre più consoni all'età anagrafica: si tratta di quell’invecchiamento attivo che, per il nostro Paese, sarà fondamentale per garantire occupazione e crescita. E poi, perché mettere a carico della collettività tutte le persone che non sono più reimpiegabili attraverso complesse formule di APE sociale o lavori gravosi? Esistono i fondi di solidarietà che hanno funzionato benissimo per poste, trasporti, banche e assicurazioni: ce ne sono 13, più oltre 105 fondi bilaterali per la formazione (spessissimo inutile). Governo e parti sociali usino questo “terzo pilastro di integrazione al reddito” privato, consentendo ai lavoratori l’accesso anticipato con 62 anni di età e 35 di contributi (Quota 97), prevedendo però anche qualche lavoro socialmente utile per limitare le tentazioni verso il sommerso.

Così il sistema sarebbe sostenibile e, per almeno dieci anni, non si parlerebbe più di previdenza. 

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

27/10/2021

L'articolo è stato pubblicato su Il Messaggero del 23/10/2021
 

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