Perché il contrasto di interessi può essere un'arma fiscale vincente

Flat tax e contrasto di interessi vanno nella stessa direzione ma, per un Paese ad alta infedeltà fiscale come l'Italia, proprio la seconda soluzione potrebbe rivelarsi quella più efficace per le casse dello Stato, per le famiglie e anche per la battaglia con lavoro nero e sommerso: il punto di vista di Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

Alberto Brambilla

Flat tax, contrasto di interessi a fiscalità rimodulata o un mix delle due formule? 

Che l’imposizione fiscale in Italia sia eccessiva per il combinato di imposte dirette e indirette, non v’è dubbio; il tema, però, è perché è così alta e se non si risponde a questa prima domanda, la soluzione si complica. Poi, è bene precisare che i pochi Paesi che hanno introdotto la flat tax hanno un sistema di protezione sociale poco sviluppato, che quindi costa meno e necessita di minori finanziamenti attraverso la fiscalità.

Nel nostro Paese, caratterizzato da una elevata spesa per welfare (che incide per il 57% delle entrate totali dello Stato), da un elevato grado di elusione ed evasione fiscale (circa il 20% del Pil comprendendo oltre alla cosiddetta economia non osservata, quella criminale) e l'enorme debito pubblico, sarà difficile introdurre la flat tax o estenderne l'applicabilità a nuovi segmenti di lavoratori. L'attuale flat tax discrimina infatti fortemente tra lavoratori autonomi e dipendenti a favore dei primi, ma anche tra autonomi in crescita di attività e di fatturato, e che quindi deducono le spese dai ricavi, e quelli che non crescono o crescono poco e che dunque, non avendo interesse a deduzioni e detrazioni, veleggiano nell'economia "grigia".

Inoltre, ci sono le clausole IVA da disinnescare e che valgono oltre 23 miliardi. Proprio l'IVA è una delle imposte più evase e, conseguentemente, la perdita di gettito è consistente. Ma dove si annida maggiormente l'evasione dell'IVA? In Italia ci sono più di 25 milioni di famiglie che comprano una serie di servizi e lavori per la casa, aiuti domestici, mobilità e così via, direttamente dai fornitori finali i quali annoverano - oltre ai lavoratori autonomi regolari - un plotone di irregolari, secondolavoristi, assistiti da ammortizzatori sociali, disoccupati, clandestini e altri. Tolti artigiani e commercianti regolari, si possono stimare in non meno di 3-4 milioni i "sommersi"[1]che, peraltro, fanno una spietata concorrenza sleale nei confronti dei regolari. Basta moltiplicare il numero di famiglie per 3-4 interventi l'anno e per i 3-4 milioni di "sommersi" e vengono fuori 220 milioni di prestazioni "IVA evasa"; numeri cui occorre poi sommare le prestazioni fatte dai regolari, ma che diventano a propria volta in "nero" per un ovvio motivo di concorrenza e competitività. Si prenda allora il caso di un lavoratore medio che guadagna 1.400 euro al mese e che deve imbiancare casa (la stessa cosa vale per lavori idraulici, elettricisti, tappezzieri, meccanici di bici, moto, auto, carrozzieri ecc.), sostenendo un intervento di costo pari a circa 1.000 euro;  il copione nazionale è ormai standard: "Se vuole la fattura sono 1.220 euro, ma se non le serve - perché in Italia è indeducibile o se te la fanno dedurre la sconti in 10 anni, idiozia della nostra burocrazia - il costo posso farlo a 900 euro". Ora poiché gli italiani non sono né eroi fiscali e né tantomeno idioti, la scelta è quasi scontata: "Faccia 900 euro". Il fornitore non ci paga le tasse, l'IVA, i contributi sociali e vive a "carico" di coloro che le tasse le pagano, mentre il capofamiglia, con i 320 euro risparmiat,  riesce in quel mese a comprare qualcosa in più per i bambini e per la casa. 

Infine, un ultimo ma non meno importante problema: i redditi da lavoro sono bassi nel nostro Paese anche a causa (ma non solo) del cuneo fiscale-contributivo e, quindi, le famiglie avrebbero bisogno di avere maggiori deducibilità per aumentare il potere d'acquisto e aumentare in modo razionale i consumi.

Il "contrasto di interessi" riesce a dare una soluzione a tutti questi temi, senza causare perdite di gettito per l’erario. La proposta è la seguente: per un periodo sperimentale di 3 anni tutte le famiglie possono portare in detrazione dalle imposte dell'anno il 50% delle spese effettuate con regolare fattura elettronica (incrocio dei codici fiscali), nel limite di 5.000 euro annui per una famiglia di 3 componenti, limite che aumenta di 500 euro per ogni ulteriore componente; nel caso di incapienza sono previste misure compensative (quota asili nido, mense ecc.). I lavori e servizi detraibili sono: manutenzione della casa (lavori idraulici, elettrici, edili, tappezzerie, mobili), manutenzione di auto, moto e biciclette, piccoli aiuti domestici. I risultati? 

1) La famiglia, indipendentemente dal reddito, risparmia 2.500 euro di Irpef (è come pagare i lavori - IVA compresa - al 50%, una bella concorrenza agli irregolari) il che equivale a una quattordicesima mensilità che, per redditi fino a 35mila euro (il grosso dei contribuenti, come emerge dall'indagine curata dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali), rappresenta una riduzione del 50% del cuneo fiscale. 

2) Gli irregolari, diffusissimi, vengono drasticamente ridotti: si intraprende un “circolo virtuoso” e si spezza la catena che "nero tira nero"; questo è forse il maggiore risultato dell’intera operazione: si riafferma la legalità.

3) Lo Stato non ne ottiene un guadagno stratosferico anche se le entrate migliorano almeno del 15% che, su un'evasione tra IVA (evasa per 8 fatture su 10), contributi e imposte pari a circa 160 miliardi, vale comunque 24 miliardi (giusto lo sminamento delle clausole IVA). Oltre ai contributi sociali evasi (si stimano 20 miliardi l'anno) incassa anche più Irpef, Ires, Irap.

Flat tax e contrasto di interessi vanno nella stessa direzione, ma per un Paese ad alta infedeltà fiscale, a nostro avviso, il secondo prevale, tanto più che il 50% degli italiani paga meno del 3% di tutta l’Irpef e quelli che pagano le imposte, il 30% della popolazione (redditi sopra i 35mila euro), salvo lo scaglione tra 35 e 55mila, non beneficerebbero della flat tax. Perché mai gli attuali evasori dovrebbero emergere se si riduce l’Irpef del 15% circa quando per beneficiarne dovrebbero pagare il 24% di contributi sociali, l’Inail, l’IVA e le altre incombenze fiscali?  

Ultima domanda, perché non si è mai fatto se la prima proposta è del 2004? Perché è mancato il coraggio e la voglia di un cambiamento vero, fuori dai lacci della burocrazia e finalmente a favore dei nostri concittadini, soprattutto quelli onesti.

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

10/6/2019

 


[1]L’ISTAT al 2016 (ultimo anno disponibile) stimava in totale 3 milioni 701 mila irregolari, di cui 2 milioni 632 mila dipendenti e 1 milione circa gli autonomi; a questi vanno aggiunti gli irregolari neo ed extra comunitari, i secondolavoristi e gli assistiti da ammortizzatori sociali e fondi esubero.

 

 
 

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