Lockdown, ripartenza e isterismo collettivo

Influenzati dalla "mano invisibile" dell'opinione pubblica, gli italiani hanno per timore del contagio rinunciato a molti dei loro diritti in favore di un regime puntigliosamente assurdo. E ora si corre il rischio che questi stessi condizionamenti finiscano con il rallentare anche la ripresa economica: l'opinione (controcorrente) di Giuliano Cazzola sulla fase 2

Giuliano Cazzola

Lo stentato avvio della fase 2 ha reso ancor più palesi i condizionamenti a cui è sottoposto il percorso verso  il ritorno (si fa per dire) alla normalità. Innanzitutto ogni decisione del governo - leggasi di Giusppe(i) Conte - deve ottenere se non l’imprimatur almeno la neutralità della "scienza" (ovvero di chi si arroga il diritto di parlare in suo nome). Il premier, infatti, ha giustificato la maggiore cautela rispetto alle attese e agli annunci lasciati filtrare nei giorni precedenti, facendo riferimento alle preoccupazioni degli scienziati sulla possibile ripartenza del contagio; questi ultimi hanno reso noto un documento - di cui si è parlato il meno possibile - sottoscritto da tutti i virologi, ospitati a tempo pieno, da 50 giorni, sugli schermi televisivi: un documento nel quale erano prefigurate vere e proprie catastrofi umanitarie tali da sottoporre nuovamente le strutture ospedaliere al rischio del collasso.

In sostanza, al primo tentativo della politica di sottrarsi alla <tirannia> della scienza è emerso con chiarezza che il club dei virologi non intende farsi da parte. In ballo non ci sono solo banali questioni di prestigio, ma molto di più: a chi deve toccare la responsabilità di una riapertura precoce, da cui derivino nuovi focolai sparsi nella Penisola. Il governo vuole presentarsi all’opinione pubblica con il lasciapassare dei comitati scientifici, in modo da poter condividere con loro la responsabilità di un'eventuale ripartenza del contagio. Gli scienziati hanno mangiato la foglia e intendono avvalersi del potere surrettizio e, soprattutto, della ‘’incredibile’’ credibilità loro riconosciuti – attraverso l’uso spericolato e complice dei media – dall’opinione pubblica, anche se, a pensarci bene, non avevano molto da dire. Pertanto bisogna ammettere, anche a giustificazione di Conte, che nessun governo – sia pure meno sgangherato dell’attuale – avrebbe potuto reggere la ripresa (anzi, la continuazione) dei decessi, in presenza di un veto sulla riapertura solennemente dettato dalla "scienza’" e rimasto disatteso.

Si arriva così alla questione di fondo che nessuno intende prendere di petto. L’epidemia non è in via di superamento: è "viva e lotta insieme a noi". Quindi, come ha affermato nei giorni scorsi, Wolfgang Schauble, «purtroppo le persone continueranno a morire a causa di COVID-19, perché tutti prima o poi lasciano questo mondo».  Dobbiamo necessariamente abituarci a convivere con il nuovo virus, facendo  di tutto per trovare, al più presto possibile, delle terapie adeguate che favoriscano la cura e la guarigione; fino a quando non sarà approntato un vaccino. Se si pretende di rimettere in moto l’economia, le istituzioni pubbliche e del vivere civile solo a conclusione di questo processo, ci si deve rassegnare a quanto diceva John Maynard Keynes: «nel medio periodo saremo tutti morti».

Ed è a questo punto che emerge un altro ingranaggio dell’incastro perverso in cui è finita l’Italia (ancor più di altri Paesi ugualmente "feriti a morte"). Occorre fare i conti con la "mano invisibile" dell’opinione pubblica. Io non sono convinto che in questi mesi gli italiani abbiano dimostrato "responsabilità", "disciplina", "senso civico". I nostri concittadini si sono fatti prendere dal panico, si sono lasciati convincere da un’informazione (soprattutto televisiva) sensazionalistica, parziale, ispirata al "pensiero unico" del male assoluto. Che cosa ci sarebbe stato di scorretto a inquadrare questa grave e ignota epidemia in un contesto in cui fossero rappresentate anche le altre cause di decesso, magari con riferimento a quanto avvenuto negli ultimi anni?  Si sarebbe sottovalutata, forse, l’emergenza sanitaria, tanto da indurre gli italiani a gozzovigliare nelle movide cittadine a base di apericene? Nulla di tutto questo.

Si è proceduto, in nome dell’audience, a terrorizzare gli italiani, creando un clima di psicosi irrazionale, rinchiudendoli nei loro domicili per settimane, quando – magari anche per errori di gestione – i contagiati e i deceduti il virus non lo hanno contratto ai giardini pubblici ma, in grande maggioranza,  tra le mura di una casa di riposo o di un ospedale oppure dagli stessi familiari insieme ai quali  erano reclusi in circa 40 metri quadri (più o meno come nelle celle vere). Senza che se ne rendessero conto, i cittadini di una Repubblica democratica sono stati privati di tutti i diritti politici, civili, economici e sociali. Ciò in nome di un diritto ‘’tiranno’’ alla salute, negato per settimane a persone sofferenti di patologie gravi, ma diverse dal coronavirus. Evocare il concetto di diritto è fuorviante, perché ai nostri connazionali  sono state proibite le libertà più elementari. Si è affidato alle forze dell’ordine di amministrare, con discrezionalità, norme adatte a uno Stato etico: il divieto (con tanto di posti di blocco) di raggiungere in sicurezza le ‘’seconde case’’ (anche i ricchi piangano?); quali prodotti sono da considerare ‘’necessari’’ e quindi possono essere acquistati; quale grado di stabilità di una relazione è idonea a consentire contatti personali, rispettando pur sempre le debite distanze e indossando la mascherina (anche se non è ancora chiaro quale sia la tipologia regolamentare); per quali imprescindibili esigenze è consentito viaggiare in auto insieme al coniuge e ai figli; se è consentito varcare la soglia di una chiesa mentre il sacerdote celebra la messa.

L’elenco degli abusi  potrebbe essere lungo. La questione seria, però, è un’altra: l’opinione pubblica, alla prova dei fatti, ha condiviso questa gestione dell’emergenza, considerando quanti, magari senza volerlo, venivano colti a violare queste regole assurde e prevaricatrici, come "nemici del popolo", come "untori" da individuare e perseguire con ogni mezzo disponibile. In pratica, gli italiani, per timore del contagio, hanno acconsentito a sottoporsi a un regime non solo autoritario, ma puntigliosamente assurdo. Ecco perché il vero ostacolo alla ripresa delle attività non sta nel governo, ma nella gente. Si possono riaprire i ristoranti, i teatri, i cinema, gli stadi, le palestre, le discoteche. Ma siamo sicuri che non resteranno vuoti a causa di una fobia difficile da estirpare? E che gli esercenti non dovranno chiudere per mancanza di lavoro?

Spero di sbagliarmi, ma durante la pandemia abbiamo assistito al manifestarsi, con altri mezzi, di un altro virus: l’inganno della percezione.

Giuliano Cazzola

8/5/2020

 
 
 

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