Scuola: fabbrichiamo precari, eppure mancano sempre insegnanti

Il rapporto alunni/insegnanti del nostro Paese è tra i più bassi in Europa (e non solo): eppure, il sistema scolastico italiano continua a imbarcare precari, alimentando sprechi e inefficienze, spesso anche a discapito degli studenti 

Alberto Brambilla e Giovanni Gazzoli

Analizzando il Rapporto OCSE “Education at a Glance 2019”, a parte le non ottime valutazioni qualitative sul nostro sistema d’istruzione, scopriamo che l’Italia per rapporto studenti/insegnanti è costantemente nelle ultime posizioni delle classifiche mondiali: ci sono troppi insegnanti rispetto agli studenti, il che genera sprechi e squilibri.

Ciononostante, insegnanti, politici e sindacati chiedono liturgicamente ogni anno nuove assunzioni e regolarizzazione della “fabbrica dei precari”. Inoltre, pare che il 30% dei docenti - unica categoria in Italia a non aver perso un euro per il lockdown - si rifiuti di andare al lavoro per paura di COVID-19. Anche per questo sono quasi saltate le due settimane di corsi di recupero dall'1 settembre per gli studenti promossi ma con lacune formative. Del resto, siamo tra i Paesi più impreparati ma con tutti promossi (il 99,5%): altro che il 6 politico del Sessantotto! Siamo l’unico Paese che negli ultimi 12 anni abbia fatto registrare il 99,6% di promossi; nel 1925 erano il 59,5%, nel 1960 il 72% e il 96% nel 1999. E i sindacati volevano poi che le 2 settimane, nonostante i docenti e bidelli siano regolarmente pagati, fossero addirittura considerate lavoro straordinario! All'estero riprendono tutti, anche perché la scienza (vedasi la ricerca British Medical Journal) ritiene che i rischi siano bassi, da noi no: la nostra burocrazia - dopo i lavori “gravosi”, di cui non vi è traccia scientifica, si è inventata i “lavoratori fragili” con particolare riguardo al personale con più di 54 anni, occasione presa al balzo da circa 250mila coraggiosi docenti, autodefinitisi “fragili”, che non vogliono saperne di andare a lavorare dopo aver fatto ben tre mesi di ferie, alla faccia di quei tanti che invece hanno dovuto lavorare. Per capirci, le persone in età da lavoro tra i 54 anni e i 67 sono oltre 11,3 milioni e, se fossero tutti fragili, anziché essere ultimi nella classifica per tasso di occupazione con meno di 23 milioni di attivi, diverremmo ultimissimi, considerando oltretutto che in Italia abbiamo anche 4,9 milioni di invalidi civili, INPS, Inail, e altri.

Ma torniamo al rapporto tra studenti e insegnanti: giusto per ricordare (la memoria non è il punto forte nazionale) come, a seguito della riduzione di 87mila cattedre decisa tra il 2008 e il 2010 da Tremonti e Gelmini, il rapporto alunni/insegnanti - che partiva da 9 a 1 - si attestò a 12 a 1, un rapporto sempre inferiore alla media dell'Unione Europea e distante da Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, ma utile a  diminuire sprechi e inefficienze. Sotto traccia però, con il connivente assenso della politica e del sindacato, è comunque continuato -  anno per anno - l’utilizzo, verrebbe da dire “la fabbrica”, dei cosiddetti precari, anche per tappare i “buchi” dei troppi docenti, soprattutto quelli provenienti dal Sud, assenti per svariati motivi. Arriviamo poi alla regolarizzazione di circa 90mila professori precari realizzata nel 2015 dal governo Renzi, con il provvedimento della “Buona Scuola” (nomi altisonanti per norme scadenti) che ha riportato i rapporti citati ai livelli pre Tremonti/Gelmini e agli ultimi posti per efficienza in Europa (9,7 studenti per ogni docente nella primaria, 9,8 per le secondarie; qualche decimo in più per l’OCSE). Non contenta, la ministra Valeria Fedeli impone a Padoan una nuova stabilizzazione di 25mila insegnati di cui proprio non si sentiva la necessità ma, in quanto sindacalista, doveva creare posti di lavoro senza troppa selezione. Siamo nel 2020 e, su richiesta di Azzolina, arriva un'altra infornata di 84.808 docenti con immissione in ruolo per il prossimo anno scolastico 2020/21, con il vincolo di prestare servizio per almeno 5 anni nel posto in cui si viene assunti: forse se ne assumeranno meno di 30mila, ma il “vincolo” verrà aggirato, come negli ultimi 25 anni, per motivi di salute, figli, di cura e altre motivazioni alle quali, per motivi umanitari, non si potrà dire di no. E, così, avremo un esubero al Sud e carenze al Nord come sempre, peraltro con grave danno per gli studenti sballottati tra un insegnante e l’altro. 

Sulla selezione dei docenti e sul rapporto alunni/insegnanti nessuna indicazione dal Ministero: come siamo messi allora oggi nella classifica numero di alunni per docente?

Figura 1 – Numero di studenti per docente, scuola primaria (dati OCSE 2017; istituti pubblici e privati)

Figura 1 – Numero di studenti per docente, scuola primaria (dati OCSE 2017; istituti pubblici e privati)

Male: per quanto riguarda la scuola primaria (figura 1), l’Italia è in ultima posizione se consideriamo i principali Paesi OCSE e alcuni non-OCSE: infatti ogni docente segue 11,7 bambini, circa due in meno della Spagna e più di tre in meno di USA e Germania, per non prendere a riferimento Regno Unito o addirittura Francia, dove a ogni docente sono assegnati quasi 20 bambini. Passando alla secondaria inferiore (figura 2), la cifra scende ulteriormente: 11 ragazzi per ogni professore, un dato peggiore solo di Polonia e Russia, lontano dai 14/15 di Francia, USA e Regno Unito e anche dai circa 12 della Spagna. Infine la secondaria superiore (figura 3), quella che presenta il dato peggiore all’interno del sistema italiano: 10,4 ragazzi per ogni docente. Solo Israele fa peggio di noi (9,6), mentre tutti i principali Stati, europei e non, vanno meglio: dal 10,7 di  Madrid ai 17,2 di Londra, passando per gli 11,1 di Parigi, i 12,7 di Berlino e i 15,4 di Washington. Eppure la ministra Azzolina ha definito le classi, con un linguaggio poco italiano e ancor meno elegante per un ministro della Repubblica, “classi pollaio”.

Figura 2 – Numero di studenti per docente, scuola secondaria inferiore (dati OCSE 2017; istituti pubblici e privati)​

Figura 2 – Numero di studenti per docente, scuola secondaria inferiore (dati OCSE 2017; istituti pubblici e privati)

Figura 3 – Numero di studenti per docente, scuola secondaria superiore (dati OCSE 2017; istituti pubblici e privati)​

Figura 3 – Numero di studenti per docente, scuola secondaria superiore (dati OCSE 2017; istituti pubblici e privati)

Quanto alla qualità del corpo docente e alla sua dislocazione il giudizio degli esperti è negativo: mancano, da un lato, la programmazione e l’organizzazione per evitare i problemi di ogni inizio d’anno per aule, insegnanti e materiale didattico; dall’altro, c’è carenza di docenti in materie scientifiche e linguistiche, manca una riqualificazione e formazione continua degli insegnanti e una loro collocazione dove servono - e non dove vogliono andare - al fine di evitare i continui cambi in corsa di insegnati.

Purtroppo la qualità complessiva la si deduce dagli esiti delle indagini OCSE PISA e a perderci sono proprio i giovani, il futuro del Paese, cui si riferiva recentemente Mario Draghi.

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

elaborazioni a cura di Giovanni Gazzoli, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

13/9/2020

L'articolo è stato pubblicato su Libero Quotidiano del 5/9/2020
 
 
 

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