Spesa sociale, una prospettiva rischiosa

I dati emersi dal Sesto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano evidenziano segnali di miglioramento, ma una spesa assistenziale fuori controllo e una macchina organizzativa spesso inefficiente e inefficace nei controlli minacciano la sostenibilità del sistema di protezione sociale

Alberto Brambilla

La fotografia scattata dal Sesto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano, redatto dal Centro Studi di Itinerari Previdenziali, evidenzia un Paese con un forte e generoso sistema di protezione sociale il quale, in questi ultimi anni, da un lato ha dato segnali di miglioramento, ma dall’altro ha perpetuato le anomalie tutte italiche dovute all'instabilità politica (5 governi in 8 anni), con un insufficiente senso dello Stato e del bene comune da parte degli attori politici - per il consenso, si dice tutto e il contrario di tutto; dipende se si è al governo o all’opposizione - che hanno prodotto una macchina pubblica inefficace e una spesa assistenziale fuori controllo, mentre il debito pubblico continua a lievitare. 

I miglioramenti

Nel 2017 è ancora diminuito il numero dei pensionati, che si sono attestati a 16.041.852, cioè il miglior risultato degli ultimi 25 anni; una tendenza virtuosa che è proseguita nel 2018, con un calo di circa 25 mila unità.

Figura 1 - Percentuale di pensionati sul totale popolazione

Il rapporto tra pensionati e abitanti

Fonte: elaborazioni tratte dal Sesto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

lavoratori attivi a fine 2017 erano 23.022.959 cioè quasi lo stesso livello raggiunto nel 2008, con un tasso di occupazione pari al 58% (era 58,7% nel 2008); nel dicembre 2018 gli occupati hanno raggiunto il record di tutti i tempi, con 23.269.000 unità pari al 58,8% di tasso di occupazione totale e ben il 49% per le donne. Nonostante si tratti dei migliori risultati di tutti i tempi, siamo però ancora lontani dalla media dei Paesi UE a 15 (68% di occupazione totale, 63% per le donne). E, così il fondamentale (per la tenuta del sistema pensionistico) rapporto tra attivi e pensionati è di 1,435 attivi per pensionato: non siamo sulla luna, ma il dato è rassicurante ed è ulteriormente migliorato nel 2018. 

Figura 2 - Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati

Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati

Fonte: elaborazioni tratte dal Sesto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Le pensioni nel 2017 sono costate 220 miliardi che, al netto dell’assistenza, sono 201 miliardi (11,74% di incidenza sul PIL, molto meno dell’oltre 14% indicato da Istat) ma, al netto dei circa 50 miliardi di Irpef, costano allo Stato 151 miliardi contro i 185,5 miliardi di contributi versati dalla produzione, con un attivo quindi di oltre 34 miliardi. 

 

I punti critici

Il numero delle prestazioni invece è aumentato a circa 23 milioni, con una riduzione delle prestazioni pensionistiche e un aumento di quelle assistenziali che ormai rappresentano il 50% delle prestazioni liquidate dall’INPS: un dato abnorme che cresce di anno in anno. Nel 2008 i trasferimenti a carico della fiscalità generale per finanziare l’assistenza valevano 73 miliardi; nel 2017 hanno raggiunto i 110,15 miliardi (+ 50% in soli 10 anni), cui si dovrebbero sommare i circa 10 miliardi spesi dagli enti locali per l’assistenza (stima RGS) e gli oltre 12 miliardi di euro spesi dagli enti locali e dalle istituzioni centrali per la funzione casa, per un totale di 130 miliardi e con un tasso annuo di aumento del 5,32% (contro, rispettivamente, i 151 miliardi e lo 0,88% delle pensioni). 

Oltre la metà dei pensionati è totalmente o parzialmente assistita dallo Stato, un dato molto preoccupante come quello del finanziamento del sistema che rappresenta il secondo punto di debolezza del nostro welfare. Nel 2017 la spesa pubblica totale è stata di 839,5 miliardi di cui 453,5 miliardi (oltre il 54%) per il welfare (pensioni, sanità, assistenza). Per finanziare questa enorme spesa (tra le più elevate in Europa) occorrono tutti i contributi, tutte le imposte dirette e una parte delle indirette.

Ma chi le paga? La metà degli italiani dichiara reddito zero o inferiore a 7.500 euro lordi l’anno; il 45% di tutti i contribuenti (sono circa 40 milioni) versa solo il 2,8% dell’Irpef, mentre il 57% dell’Irpef è a carico del 12% dei contribuenti, tra i quali l’1,10%, massacrati dalle imposte e da tagli indiscriminati e mancate rivalutazioni sulle pensioni, versa il 18,86% dell’Irpef. Dati fiscali e assistenziali non credibili per un Paese come il nostro. 

 

Conclusioni

Purtroppo rispetto a maggio, i dati sull’occupazione sono leggermente peggiorati, mentre la quota assistenziale si è incrementa ancora. Alla luce di questi dati si sarebbe potuto concedere qualche flessibilità al sistema delle pensioni e ridurre invece l’abnorme spesa assistenziale, che è il vero freno del Paese, anche migliorando l'inesistente macchina organizzativa. E, invece, le norme contenute nella Legge di Bilancio e nel decreto sul Reddito di Cittadinanza, pensioni e quota 100, fanno prevedere un aumento dei pensionati di oltre 300 mila unità, senza alcun elemento equitativo nel calcolo della pensione e un aumento di 8 miliardi della spesa assistenziale anche per l’introduzione del reddito di cittadinanza, senza alcun miglioramento della macchina. Macchina che, oltre ad essere inefficiente, si basa su parametri molto distanti dalla “prova dei mezzi” adottata dai Paesi più sviluppati, legando il tutto all’ISEE che, secondo un'indagine della Guardia di Finanza, è falso in 6 dichiarazioni su 10. Tutto ciò, oltre ad interrompere una striscia positiva che durava da oltre 10 anni, farà peggiorare i conti pensionistici INPS (300mila in meno che versano e 30 mila in più che prendono) e il rapporto attivi/pensionati. Farà aumentare la spesa assistenziale che, nel 2019, potrebbe avvicinarsi ai 120 miliardi di trasferimenti (142 miliardi in totale), senza alcun incentivo per il lavoro (anzi, viene proposto il sorpassato e produttivo di lavoro nero “divieto di cumulo”) e per la produttività. Una prospettiva pericolosa alla luce de vistoso rallentamento dell’economia e di una futura legge finanziaria che parte già con un fardello di oltre 40 miliardi.

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

11/2/2019

L'articolo è stato pubblicato in data 11/2/2019 sul Corriere della Sera, L'Economia
 
 

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