Sulla sostenibilità delle casse di previdenza dei liberi professionisti: alcune idee sul funding ratio

Della sostenibilità delle casse di previdenza dei liberi professionisti molto si è detto, e talvolta in modo non corretto. Quest’anno, per la prima volta fra le informazioni in tema di politica di investimento richiesti da Covip alle Casse professionali compare il Funding Ratio, ...

Tiziana Tafaro

Della sostenibilità delle casse di previdenza dei liberi professionisti molto si è detto, e talvolta in modo non corretto. Quest’anno, per la prima volta fra le informazioni in tema di politica di investimento richiesti da Covip alle Casse professionali compare il Funding Ratio, tradizionalmente inteso come rapporto fra le attività detenute a copertura degli impegni previdenziali e gli impegni stessi (riserve matematiche).

Con riferimento alla realtà delle Casse appare peraltro opportuno introdurre qualche ulteriore riflessione sul tema, in considerazione dei differenti sistemi di finanziamento secondo i quali operano le Casse cosiddette ex 103 e ex 509.

Infatti, mentre per le sette nuove gestioni pensionistiche istituite con il d. lgs. n. 103/1996 è stato previsto l’obbligo del modello gestionale di tipo contributivo, fino ad allora presente solo nella previdenza complementare, le Casse già esistenti prima del 1996, privatizzate con il d. lgs. n. 509/1994, sono basate su un modello gestionale completamente differente.

Negli “Enti 103” il contributo soggettivo versato da ciascun aderente attivo viene accumulato nei “conti individuali” gestiti in capitalizzazione come patrimonio dell’Ente Previdenziale, in maniera analoga a quanto previsto per un Fondo pensione a contribuzione definita. Il flusso annuo del contributo soggettivo è destinato esclusivamente ad alimentare i montanti contributivi individuali, mentre il flusso annuo relativo al contributo integrativo, al netto delle spese di gestione dell’Ente dell’anno, contribuisce a formare una riserva di sicurezza per fronteggiare i rischi che rimangono a carico dell’Ente. Nessun contributo viene utilizzato per pagare le prestazioni dell’anno, in quanto le somme necessarie sono prelevate dall’apposita voce di bilancio: la riserva pensioni.

Negli “Enti 509”, invece, il contributo soggettivo e il contributo integrativo versati ogni anno da ciascun aderente attivo sono dapprima utilizzati per pagare le prestazioni e le spese di gestione dell’Ente dell’anno per poi conferire il residuo a patrimonio dell’Ente.

Il procedimento gestionale descritto per gli “Enti 103” è quello di un classico sistema finanziario di gestione a capitalizzazione, nel quale è a priori stabilita una relazione di equilibrio attuariale tra contributi versati e prestazione previdenziale (il montante contributivo alla data di liquidazione della pensione rappresenta il valore capitale della pensione stessa). 

Per tali enti, l’applicazione del  funding ratio non pone quindi particolari problemi, essendo il concetto di riserva  connaturato al meccanismo di funzionamento degli enti stessi; si tratta piuttosto di individuare la corretta misura di tale indicatore. Normalmente, per un ente a capitalizzazione completa si richiede un funding ratio prossimo al 100%, con oscillazioni accettabili entro un certo intervallo compatibile con l’andamento dei mercati (a cui si fa riferimento almeno in parte per valutare le attività) e con eventuali regole di solvency.

Diverso è il discorso per gli Enti 509, che operano secondo il sistema finanziario di gestione a ripartizione su un orizzonte pluriennale di 50 anni: in questo caso il concetto di “funding” risulta estraneo, per definizione poiché il criterio della ripartizione non prevede la costituzione di riserve vere e proprie, ma solo, eventualmente, di accantonamenti destinati a far fronte ad eventi eccezionali.

Quanto sopra non significa peraltro che non sia possibile misurare il livello di “funding” di un ente a ripartizione, ma piuttosto che occorre “adattare” l’indicatore alle peculiarità dell’ente stesso. A tal fine si ritiene  che una proxi adeguata possa essere rappresentata dal rapporto  fra la somma del patrimonio e del valore attuale medio dei contributi e il valore attuale medio degli oneri limitatamente al cinquantennio futuro; si ritiene opportuno peraltro che tale rapporto sia calcolato con riferimento ad almeno tre cinquantenni contigui di operatività della Cassa (ed in base alle ipotesi demografiche, finanziarie ed economiche previste per il bilancio tecnico attuariale). In tal modo, pur non avvalendosi del classico funding ratio, è comunque possibile verificare il grado di patrimonializzazione della Cassa, attraverso l’analisi dell’andamento del rapporto fra valore attuale medio delle attività e delle passività del cinquantennio. 

26/11/2014

 

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