Un'Italia povera? Cosa emerge dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF

Stando alle dichiarazioni dei redditi analizzate dall'ultimo Osservatorio Itinerari Previdenziali, l'Italia sarebbe un Paese di poveri: il 43,66% dichiara infatti redditi fino a 15.000 euro, corrispondendo solo il 2,31% di tutta l'IRPEF. Un dato poco credibile, certo influenzato da fenomeni di evasione fiscale e non degno di un Paese del G7

Alberto Brambilla

Il 57% degli italiani, vale a dire circa 14.535.000 famiglie su un totale censito da Istat di 25,7 milioni, vive in media con meno di 10.000 euro lordi l’anno: è quanto emerge dall’ultima analisi del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali che ha analizzato le dichiarazioni dei redditi degli italiani relativi al 2019 e dichiarati nell’anno pandemico 2020. 

In dettaglio su 41.526.000 persone che hanno presentato la dichiarazione, 10.000.000 cittadini hanno dichiarato di aver guadagnato i redditi che vanno da situazioni addirittura negative a un massimo di 7.500 euro l’anno. Poiché gli abitanti nel 2019 erano circa 59,7 milioni, a ogni dichiarante corrispondono circa 1,44 abitanti che, in generale, rappresentano le persone a loro carico. Pertanto, a questa prima classe corrispondono 14,48 milioni di abitanti che, in base alle loro “dichiarazioni”, vivrebbero per un intero anno con una media di 3.750 euro lordi l’anno (media aritmetica tra zero e 7.500), pari a 312 euro al mese da dividersi per 1,44, meno di una pensione sociale o integrata al minimo. Altri 8.100.000 contribuenti dichiarano redditi tra 7.500 e 15.000 euro: a questi corrispondono 11,66 milioni di abitanti che, sulla base di quanto comunicano al fisco, vivrebbero con una media di 11.250 euro lordi l’anno, pari a 938 euro al mese, che devono bastare per mantenere 1,44 persone; quindi, un nominale per testa di 651 euro al mese, meno dell’importo previsto dal reddito di cittadinanza (780 euro). Secondo lo studio Itinerari Previdenziali, realizzato con il sostegno di CIDA, ci sono poi altri 5.550.000 italiani che dichiarano redditi tra i 15 e i 20mila euro lordi l’anno; per il solito calcolo, a costoro corrispondono 8 milioni di abitanti che vivono con una media di 17.500 euro lordi l’anno, da dividersi per 1,44. 

Riassumendo, i contribuenti delle prime due fasce di reddito (fino a 7.500 e da 7.500 a 15 mila euro) sono 18.140.077, pari al 43,68% del totale dei dichiaranti, di cui 6,134 milioni pensionati che evidentemente hanno versato pochi o nulli contributi; quindi, o sono un esercito di sfortunati o hanno evaso mica male in 67 anni di vita. In totale questi dichiaranti pagano solo il 2,31% di tutta l’IRPEF cioè circa 4 miliardi. A questi contribuenti (si fa per dire), corrispondono 26,13 milioni di abitanti che, per il solo servizio sanitario di cui beneficiano gratuitamente, costano ad altri cittadini “volonterosi” ben 50,4 miliardi; poi ci sono tutti gli altri servizi forniti da Stato, regioni, comuni, comunità montane e così via di cui evidentemente si rendono poco conto se evidenziano un continuo malcontento che si riflette nelle urne. Il plebiscito dei M5S che promettevano 780 euro al mese di reddito di cittadinanza per tutti ne è un chiaro esempio, ma ne potremmo elencare altri. 

In totale, queste prime 3 classi - pari a 34,1 milioni di abitanti, poco più del 57% - pagano 14,7 miliardi di IRPEF, pari all’8,35% del totale d’imposta. È un dato credibile? Difficile pensare che gli abitanti di un Paese membro del G7 vivano come quelli di un Paese del nord Africa. Anche perché, seconda grande sorpresa, in Italia le connessioni da telefono mobile sono oltre 77,71 milioni, cioè più del 125% degli abitanti, mentre il 97% degli italiani risulta avere almeno uno smartphone, ma sono in molti ad averne almeno due. Per non parlare del gioco d’azzardo che, stando ai numeri, per molti concittadini è più importante della salute o di altre spese primarie. Di fatto, secondo i dati dell’Agenzia dei Monopoli, i nostri connazionali hanno investito nel 2019 oltre 125 miliardi di euro tra gioco regolare e irregolare, cioè più della spesa sanitaria totale che si ferma sotto i 115 miliardi. Secondo i dati ACI, il parco circolante in Italia nel 2019 è di 52.401.299 unità, composto da 39.545.232 auto; solo il Lussemburgo ha più macchine di noi tra gli Stati dell’Unione Europea, anche se va considerato che il 56% delle vetture nel nostro Paese ha tra 5 e 20 anni di anzianità (in quanto vecchie, costano in manutenzione più del nuovo); rispetto all’anno precedente si registra un aumento dell’1,4%. Dopo le autovetture vengono i motocicli con 6.896.048 unità e i veicoli commerciali e industriali con 5.775.006 unità. 

Non male per un popolo di poveri. Quelli che dichiarano guadagni annuali dai 35.000 in su sono solo il 13,22%, cioè 5,5 milioni, meno del 10% della popolazione, ma pagano il 58,86% di tutta l’IRPEF e non godono di alcuna agevolazione, bonus, sconti. Solo, e ci mancherebbe altro, i bonus edilizi, la previdenza complementare e poco altro. Sommando anche i redditi da 29.000 a 35mila risulta che il 71,5% di tutta l’IRPEF è a carico del solo 21%. E c’è molta gente in Parlamento che vorrebbe aumentare a questo 21% di “maledetti” ricchi, le tasse o applicare una patrimoniale, magari anche sugli immobili con la revisione del catasto. E anche aumentare la tassazione sui redditi finanziari, senza capire che se uccidiamo il risparmio possiamo dire addio sostegno all’economia e all’acquisto di titoli di Stato. Peraltro, gran parte di questo 21% è costituito da quanti, come imprenditori o dirigenti d’azienda, creano occupazione, non disponibile per decreto. I dichiaranti redditi lordi sopra i 100mila euro (in Italia si parla sempre di lordo, il netto di 100mila euro è pari a circa di 52 mila euro netti) sono solo l’1,21%, pari a poco più 501.840 contribuenti, che tuttavia versano il 19,56% (19,80 nel 2018) dell’IRPEF.

Alla luce di questi dati crediamo ancora ai racconti dei cosiddetti progressisti, e cioè che siano solo i ricchi a evadere, o siamo forse in presenza di un’evasione di massa? E poiché vale la seconda occorre mettere in atto, approfittando della delega fiscale, alcune manovre tipo: il contrasto di interessi, l’anagrafe generale dell’assistenza, la verifica individuale sulle richieste di sussidi e pensioni assistite e, soprattutto, la riduzione di quei 144 miliardi di spesa a carico della fiscalità generale (cioè sempre a carico del citato 21% di cittadini) per misure assistenziali. Una cifra che ha raggiunto l’importo delle pensioni al netto della fiscalità.

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

15/11/2021

L'articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, L'Economia del 15/11/2021
 
 
 

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