Politica e finanza verso l’economia reale: ELTIF o PIR 2.0?

Le modifiche apportate alla regolamentazione dei PIR hanno creato numerose perplessità tra gli investitori, frenando le nuove sottoscrizioni da inizio anno. Allo stesso tempo il lancio sul mercato degli ELTIF apre nuove possibilità di impiegare capitali privati verso l’economia reale. Ne abbiamo parlato con l’On. Giulio Centemero, uno dei principali sostenitori del finanziamento alternativo alle PMI italiane

Niccolò De Rossi e Gianmaria Fragassi

Dal loro lancio i PIR hanno riscosso un notevole successo tanto tra gli investitori retail per cui erano stati inizialmente pensati quanto per quelli istituzionali, ai quali successivamente è stata data la possibilità di investirvi. I numeri record del primo anno e mezzo di vita dello strumento hanno dovuto fare i conti però con la battuta d’arresto conseguente all’incertezza dovuta alle modifiche che il Governo ha definitivamente approvato a fine aprile. L’introduzione del vincolo di investimento del 3,5% in fondi di venture capital, in particolare, ha esposto i PIR 2.0 a numerose critiche, soprattutto per l’illiquidità che ne deriverebbe.

Nati infatti per investitori con un profilo di rischio contenuto, l’inserimento di una percentuale comunque consistente di investimento in venture capital ne accrescerebbe inevitabilmente il rischio. Allo stesso tempo, l’introduzione degli ELTIF, a cui sono state equiparate le agevolazioni fiscali accordate ai PIR, offre la possibilità per gli investitori istituzionali (visto il profilo di rischio più elevato) di avere a disposizione un altro strumento per sostenere il finanziamento delle PMI. Con l’On. Giulio Centemero, capogruppo della commissione finanze della Camera dei Deputati, abbiamo allora provato a indagare similitudini, differenze e prospettive di successo sia dei PIR 2.0 che degli ELTIF.

Gli ELTIF presentano alcune caratteristiche simili ai PIR a partire dal loro obiettivo, supportare le PMI nazionali a fronte di un investimento di almeno 5 anni. La primaria differenza è invece l’illiquidità dell’ELTIF rispetto ai PIR; nonostante questo ritiene probabile che gli ELTIF vadano a sostituire completamente i PIR nel prossimo futuro, visti anche i crescenti dubbi/critiche sulle recenti riforme dei PIR 2.0?   

PIR e ELTIF sono strumenti molto diversi a partire dalla tipologia di investitore: i PIR, le cui masse raccolte spesso non hanno supportato le PMI nazionali ma sono state investite sul secondario, targettizzano i piccoli risparmiatori (investimento massimo di 30.000 euro annui) mentre gli ELTIF puntano a un pubblico più propenso al rischio. La raccolta PIR è in calo a mio avviso anche alla luce della tipologia di investitore cui si indirizza, il piccolo risparmiatore, che è avverso al rischio. Gli ELTIF sono strumenti molto più adatti alla tipologia di investitore per cui sono costruiti, come exempli gratia i clienti del private banking.

Gli ELTIF nascono come strumento che punta ad avvicinare i risparmiatori retail all’investimento illiquido, ma possono essere sottoscritti anche da investitori istituzionali. Come pensa che verranno accolti da questa platea? È immaginabile un forte interesse dalla platea istituzionale che spesso lamenta una normativa poco “amica” per convogliare grandi patrimoni in favore dell’economia reale? 

Alla sola presentazione dell’emendamento, cosa che non assicura che il testo diventi legge, le platee citate hanno dimostrato un’accoglienza calorosa. In particolare, immagino un interesse da parte degli istituzionali per varie ragioni, tra cui il fatto che si investa per lo più in società italiane o società con stabile organizzazione in Italia, il fatto che la gestione e diversificazione dei portafogli sia “embedded” nello strumento facilitando le attività di investimento e le agevolazioni fiscali. Potrebbe inoltre valer la pena scindere in maniera più chiara le agevolazioni per gli investitori retail da quelle per investitori istituzionali affinché siano effettivamente applicabili, tema che rappresenta certamente una possibilità che possiamo proporre agli uffici.

I fondi PIR sono riusciti nella storica impresa di raccogliere ingenti capitali nei 18 mesi di sottoscrizioni. Alcune stime dicono che con lo strumento ELTIF si potrebbero raggiungere 7-8 miliardi di masse gestite in 5-7 anni. È una stima che si sente di condividere?

Le stime sono certamente attendibili e, oserei dire, conservative. Le stesse, elaborate da Equita, sono in linea con le performance dei venture capital trust britannici e suppongono che circa 175mila sottoscrittori sceglieranno gli ELTIF (il 2,5% dei clienti del private banking in Italia e il 15% degli investitori nei vecchi PIR). Come politico, ovviamente, l’obiettivo che mi devo porre è quello di verificare gli effetti positivi sull’economia reale; viste le caratteristiche degli ELTIF, l’auspicio è che si vadano a formare numerosi fondi focalizzati sulle PMI italiane. Le masse gestite dovranno avere il doppio effetto positivo di remunerare gli investitori e fornire liquidità alle nostre imprese, cosa che in passato e con strumenti simili non sempre è avvenuto.

Il mondo degli investitori istituzionali, che pure ha una forte attenzione agli investimenti in economia reale, lamenta da tempo l’assenza di strumenti adatti a favorire l’economia nazionale nell’allocazione del patrimonio investito. Sono allo studio del governo altri strumenti che vanno in questa direzione?  

Nel D.L. Crescita viene creata la SIS, ovvero una SICAF semplificata che può avvicinare all’attività di investimento attivo diverse tipologie di investitori, il bonus aggregazioni che darà una spinta al M&A delle nostre PMI aiutandole a crescere e diventare investibili, e un sandbox normativo che faciliti gli investimenti e faccia fiorire il fintech, settore su cui i fondi di venture capital hanno investito 31 miliardi di dollari nel 2018 nel mondo, ma ancora poco in Italia. Altre misure sono ovviamente allo studio del gruppo Lega, ho voluto citarvi solo quelle in “pipeline” con il Crescita. 

Niccolò De Rossi e Gianmaria Fragassi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

6/6/2019

 
 

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