Lavoro o famiglia: perché bisogna scegliere?

Pubblicato un approfondimento Istat sulla conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare: dallo studio emerge ancora una volta un problema purtroppo già noto, quello di un binomio che troppo spesso è posto come alternativa, specialmente alle donne

Giovanni Gazzoli

Nei giorni scorsi, l’Istat ha presentato i risultati di un approfondimento tematico sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, concentrandosi in particolare sull’aspetto dell’assistenza a persone che ne necessitano in modo continuativo, specialmente gli anziani non autosufficienti. È, quest’ultimo, un tema molto attuale, poiché è lo specchio di un bisogno sempre più crescente, dato l’invecchiamento costante della popolazione, al quale si trovano sempre meno risposte.

Per contestualizzare tale discorso, partiamo dai dati. In primis – molto brevemente, poiché sono numeri arcinoti – quelli sulla demografia. Tra i molti che potremmo addurre, ne scegliamo tre: l’età media della popolazione italiana, che supererà i 50 anni nel 2050; l’indice di vecchiaia, che ci segnala che per cento giovani oggi ci sono 169 anziani, nel 2035 ce ne saranno 255 e nel 2050 ne avremo 283; e, infine, l’incidenza della popolazione over 65 sulla popolazione totale che, nel 2055, sfiorerà il 40%!

Insomma, ci saranno sempre più anziani. Il problema vero, tuttavia, è che saranno sempre più soli, se facciamo riferimento al tradizionale modello sociale italiano, dove la famiglia si prendeva cura dei “suoi” anziani: proprio le famiglie, ormai, sono sempre più atomizzate, il che significa avere minori risorse di assistenza parentale nell’immediato futuro. Già oggi, infatti, il 32,8% delle famiglie italiane è composto da un singolo individuo, mentre il 20,7% da coppie senza figli: il totale supera il 50%. Risultato, una solitudine diffusa, evidente nel dato degli over 65 che vivono da soli, ossia il 28,7%, quasi uno su tre! E pensare che, di questi, il 43% presenta disabilità anche gravi in una delle funzioni base che definiscono la non autosufficienza.

La risposta pubblica al tema della LTC è insufficiente, se pensiamo che nonostante a ciò venga dedicato l’1,74% del PIL, sulle famiglie grava una spesa consistente in oltre 11 miliardi di euro; dato peraltro fortemente sottostimato, e che potrebbe più che raddoppiare considerando diversi criteri di calcolo.

Figura 1 – Persone impegnate nell’assistenza a familiari non autosufficienti o a minori 

Figura 1 – Persone impegnate nell’assistenza a familiari non autosufficienti o a minori

Fonte: Istat

Difficoltà evidente anche in riferimento alla cura di figli under 15: guardando la percentuale di affidamento a servizi e rete informale, scopriamo che quasi la metà (48%) dei nuclei familiari non si avvale né degli uni né dell’altra, mentre il 17% di entrambe; il 21% fa affidamento solo sui parenti, percentuale maggiore di quella che si appoggia sui servizi, 14%. Stringendo ulteriormente il campo di analisi sui servizi, è lecito chiedersi chi li utilizzi: ebbene, il 31% dei nuclei familiari che si avvalgono di servizi pubblici o privati hanno figli tra 0 e 14 anni, il 53% tra 0 e 5; inoltre, il 63,7% è caratterizzato dalla presenza di figli tra 0 e 5 anni e di genitori entrambi occupati. Indagando invece le motivazioni delle madri che non si avvalgono di servizi pubblici o privati, si rileva che il 9,6% adduce ragioni di costo, il 4,4% è invece frenato dalla mancanza di posti.

Tenendo lo sguardo ampio sull’assistenza tout court, l’Istat rileva che nel 2018 sono state complessivamente 12 milioni 746mila le persone tra i 18 e i 64 anni che si sono prese cura dei figli minori di 15 anni o di parenti malati, disabili o anziani: significa ben il 34,6% dell’intera popolazione, percentuale in linea con la media europea - che recita 34,4% - corrispondente a 106 milioni di persone (al vertice della classifica si pone l’Irlanda, con il 45% degli abitanti impegnato nell’assistenza di un familiare, mentre all’ultimo posto troviamo la Germania, con il 28%). A proposito del paragone con il resto del continente, merita una citazione l’approfondimento dell’Osservatorio sul mercato del lavoro curato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, che ha analizzato proprio gli strumenti di work-life balance: “A essere direttamente determinante nelle scelte occupazionali per una donna vi è sicuramente la necessità di occuparsi dei figli, di adulti non autosufficienti e altre responsabilità afferenti all’ambito della cura all’interno della propria famiglia. Con riferimento agli ultimi 10 anni risultano infatti numerose, rispetto alla media europea, le donne italiane che, in ragione di responsabilità familiari e cura di figli o familiari non autosufficienti, rinunciano a cercare lavoro e risultano pertanto inattive” .

Se nello stesso segmento 18-64 consideriamo gli occupati, lstat evidenzia come tale attività di cura sia svolta dal 40% dei soggetti: emerge quindi con prepotenza la necessità di una conciliazione di questo doppio lavoro de facto, sia per favorire chi ha un’occupazione sia per non scoraggiare chi la deve cercare, e specialmente le donne, che come dice Istat “hanno un maggiore carico di tali responsabilità”.

Effettivamente, la conciliazione di lavoro e famiglia è difficoltosa per il 35,1% degli occupati con responsabilità di cura nei confronti di figli, per il 34,7% che hanno responsabilità di cura di figli under 15, del 34,4% su cui “grava” la cura di familiari disabili, malati o anziani e del 41,7% di coloro che si devono contemporaneamente occupare di figli a familiari non autosufficienti.

Figura 2 – Conciliazione vita lavorativa – vita familiare 

Figura 2 – Conciliazione vita lavorativa – vita familiare

Fonte: Istat

Cosa sta alla base di queste difficoltà? Ossia, su cosa si può lavorare, in primis, per agevolare la conciliazione lavoro-famiglia? Ebbene, al primo posto svetta l’orario di lavoro troppo lungo, specie se implica turni o straordinari serali e durante il fine settimana, poi l’impegno generato dall’attività lavorativa, che assorbe la maggior parte delle energie fisiche e/o mentali, e ancora il tragitto casa-posto di lavoro spesso lungo e non di non facile percorrenza, infine la rigidità sia dell’orario di lavoro in sé sia di responsabili e colleghi.

Come si prova a superare tali ostacoli? L’Istat parla di “compromessi”: per la stragrande maggioranza delle madri, questo significa la riduzione dell’orario di lavoro, ma troviamo anche quella delle responsabilità con conseguente minor impegno, fino ad arrivare al cambio del posto di lavoro o del datore di lavoro, in cerca di ambienti più favorevoli.

Numeri e informazioni che non sorprendono più di tanto, essendo questo un problema presente già da diverso tempo, e sul quale c’è ancora molto da migliorare.

Giovanni Gazzoli, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

4/12/2019 

 
 

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