Il Conte II aumenta la rivalutazione delle pensioni, ma solo dal 2022…

Dopo il grave inciampo dello scorso anno, la Legge di Bilancio per il 2020 del governo Conte bis interviene nuovamente sulla rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, confermando per un biennio le cifre della legge 145/2018 ma prevedendo dal 2022 il ritorno a una versione “migliorata” della 388/2000

Giovanni Gazzoli

Nel commentare la rivalutazione delle pensioni effettuata dal governo gialloverde con la legge di bilancio approvata a fine 2018, parlavamo di promesse mancate: infatti, mediante la modifica delle percentuali di adeguamento del trattamento minimo al corso dell’inflazione, i redditi dei pensionati venivano fortemente intaccati in senso negativo, peraltro mediante una doppia beffarda azione: da una parte, appunto, la riduzione dell’adeguamento all’inflazione, dunque redditi con minore potere d’acquisto, dall’altra un conguaglio per restituire il denaro che – nel mentre che l'esecutivo introduceva le nuove percentuali – i pensionati avevano ricevuto stanti le percentuali della legge precedente (reintrodotta dall’INPS per sanare un vuoto normativo causato dall’immobilismo della politica).

Effettivamente, quella del ricorso alla modifica della perequazione automatica delle pensioni (ossia l’aumento degli importi delle pensioni a seconda dell’aumento dell’inflazione, e dunque del costo della vita) quale mezzo privilegiato per recuperare un po’ di soldi da utilizzare in disparati modi è una mossa in voga da molto tempo nella politica. A dire il vero, lo è stata più durante i governi di centro-sinistra, come un breve excursus storico può riportare alla mente.

Possiamo cominciare dal 1997, ossia poco dopo la riforma Dini, che seguì quattro anni di mancata rivalutazione delle pensioni, necessaria per riordinare un sistema che per oltre venti anni aveva fatto un uso improprio del denaro pubblico. Ebbene, in quell’anno, da parte del governo presieduto da Romano Prodi, fu azzerata la rivalutazione delle pensioni superiori a 5 volte il trattamento minimo (TM): si trattava di pensioni nette di 1.430 euro, ossia certamente non ridotte ma neanche da privilegiati. Tale misura fu mantenuta anche negli anni successivi, con i governi D’Alema I, D’Alema II e (meno drasticamente) Amato che si alternarono fino alla fine della legislatura, nel 2001.

Con l’inizio del millennio tornò al governo il centro-destra, con Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio. L’imprenditore milanese, che tra i suoi cavalli di battaglia aveva proprio il sostegno ai pensionati, ritornò alla situazione precedente all’azzeramento di Prodi. Così per tutta la legislatura, finché il governo successivo, presieduto nuovamente da Prodi – a capo di una coalizione di centro-sinistra – con la legge Damiano riadottò l’azzeramento della rivalutazione, anche se limitandosi per questa volta alle pensioni superiori alle otto volte il TM. Nel 2008, con il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi, la situazione tornò ad essere favorevole per i pensionati, i cui redditi furono nuovamente rivalutati sulla base della legge 388/2000, ossia come negli anni 2001-2006.

Tuttavia, con la crisi di governo, le dimissioni del Cavaliere e l’avvento del governo tecnico del professor Mario Monti, la situazione precipitò: uno dei maggiori settori in cui si intervenne fu proprio quello delle pensioni, con la celebre riforma Fornero: in mezzo a questo trambusto, anche le famose percentuali tornarono a essere modificate, stavolta in modo ancor più drastico. Infatti, per effetto del decreto legge 201/2011 vennero immobilizzate tutte le pensioni superiori a 2 volte il trattamento minimo, ossia circa mille euro lordi: una misura realmente pesante, tanto che in seguito il decreto Poletti riconoscerà l’errore intervenendo ex-post.

La legislatura successiva, caratterizzata da ben 3 governi (Letta, Renzi e Gentiloni), in un mare di instabilità politica trovò comunque un trait d’union: i soldi dei pensionati. Pur ripristinando livelli di rivalutazione simili al periodo pre-Monti, le percentuali restarono sempre lontane dalla legge di riferimento, quella 388/2000 adottata da Berlusconi, il cui ripristino venne prorogato al 2019. Proprio per questo, a fine 2018 l’INPS decise di pagare le pensioni sulla base dei criteri della 388/2000, salvo poi incappare nella finanziaria del Conte I, che – come detto – decise di intervenire nuovamente, migliorando di pochissimo rispetto a Gentiloni ma peggiorando rispetto alla 388/2000 (da cui il predetto conguaglio).

Eccoci così alla Legge di Bilancio del Conte bis che, lungi dal ripristinare la 388/2000, decide di confermare quasi integralmente per il 2020-2021 le cifre del 2019. Infatti, come recita il comma 477 della Legge di Bilancio, la rivalutazione sarà del 100% fino a 4 volte il TM (era 97% nella fascia da 3 a 4 nel 2019), del 77% da 4 a 5, del 52% da 5 a 6, del 47% da 6 a 8, del 45% da 8 a 9 e del 40% oltre le 9 volte.

In aggiunta, la stessa legge – nel comma successivo – legifera anche per il periodo successivo al 2022. In questo caso si vede audacia, perché non solo si ritorna alla 388/2000, ma addirittura la si migliora: se, infatti, le prime due fasce vengono rivalutate al 100% dell’inflazione, la quarta al 90% e oltre la quinta al 75%, anche la terza fascia viene rivalutata al 100%, mentre nella 388/2000 era al 90%. Certo, il fatto che tale aumento arriverà solo tra due anni, quando con tutta probabilità – vista la storia recente e l’andazzo presente – questo esecutivo non sarà più in carica, lascia pensare che tanta generosità poggi sulla certezza che tale governo non dovrà assumersi la responsabilità di un eventuale “tradimento” di quelle promesse mancate (historia magistra vitae). A chi toccherà l’ingrato compito di mettere le mani in tasca ai pensionati?

Tabella 1 – Confronto tra le percentuali di rivalutazione delle pensioni al corso dell’inflazione previste
dalla legge 388/200 e dalle due Leggi di Bilancio dei governi Conte I e II

La rivalutazione delle pensioni nel tempo (Conte bis)

Fonte: elaborazioni a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Giovanni Gazzoli, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

16/1/2020

 
 

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