L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro... ma di chi?

Come recita la Costituzione, l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro: eppure, anche trascurando le (legittime) necessità strettamente correlate all'emergenza COVID-19, la storia recente sembra indicare che si stia nei fatti andando in un'altra direzione, che all'occupazione privilegia il reddito

Claudio Negro

Bell'articolo di Giovanni Belardelli sul Corriere a proposito della centralità del lavoro nella società e nella cultura del nostro Paese, che mi ispira qualche riflessione (lo dico subito) di carattere prevalentemente estetico- accademico, che però mi pare non estranea al fenomeno reale che Belardelli segnala. Ossia: l'Italia è il Paese Europeo dove la vita lavorativa è più breve - 32 anni contro 36,3 della media UE - e la partecipazione al mercato del lavoro (chi lavora e chi lo cerca) più bassa. Nota Belardelli che, sul piano sovrastrutturale (uso questa terminologia “marxiana” per ragioni che saranno più chiare dopo), questa realtà si riflette in una visione in cui il reddito è “separato” dal lavoro. E osa ipotizzare che ciò possa essere fatto risalire a quando, nelle mitiche lotte operaie del dopo '68, si proclamò la separazione tra produttività e salari, perchè il salario era "variabile indipendente"

Il che, ed è questo che suscita il mio interesse estetico-accademico, è certamente vero, ma non nasce come un fiore spontaneo nell'autunno caldo, bensì affonda le proprie radici in un'ideologia antica e condivisa: nella vulgata marxiana (che in questo dà basi “scientifiche” a precedenti visioni utopiche) il punto di arrivo della rivoluzione proletaria è una società in cui ciascuno darà quello che può, e ciascuno avrà ciò di cui ha bisogno. È la liberazione dalla schiavitù del lavoro salariato e dall'alienazione: la società produce e chiunque ne beneficia. Stalin, molto pragmaticamente, sosteneva che il diritto al reddito (chiamiamolo così) di ogni cittadino era garantito dallo Stato ma andava (ovviamente nel periodo di transizione dal socialismo realizzato alla società comunista senza classi) pagato con “corvee dovute allo Stato”.

Questa visione di una società in cui il reddito è separato dal prodotto (se escludiamo sviluppi fantascientifici peraltro quasi mai fausti) è contraddetta ovviamente dalle stesse esperienze del socialismo realizzato (da Pol Pot a Mao) ma ha avuto un grande ruolo nell'immaginario collettivo soprattutto dei ceti più emarginati, dal sottoproletariato urbano ai lavoratori agricoli ancora condizionati da strutture semifeudali. È opportuno notare che il proletariato vero e proprio nei Paesi industrializzati non indugiò quasi mai a queste utopie, ma collegò sempre saldamente il proprio lavoro con il proprio reddito (lotte sindacali nella cornice politica della socialdemocrazia; oserei dire che Bernstein “il fine è niente, il Movimento è tutto” la spuntò pure su Kautsky), mentre l'utopia ebbe successo nella società prevalentemente pre-industriale della Russia e, molto tempo dopo, tra le masse di lavoratori della terra dell'Italia meridionale riallocati in quattro e quattr'otto nella grande industria del Nord. Un'ondata migratoria non integrata nella cultura e nella professionalità del proletariato piemontese e lombardo, che finì per marginalizzare gli storici “operai coi baffi” della Fiat. E che ha introdotto il rifiuto del lavoro industriale nelle lotte sindacali dell'Autunno Caldo, da cui è stato mutuato da parte delle sinistre studentesche che lo hanno rinforzato con la citazione dei Sacri Testi.

Da qui, favorito da un substrato culturale tipico del nostro Paese, diffidente dell'impresa e del prendersi responsabilità, prevenuto nei confronti dello Stato se non come capriccioso elargitore di favori e benefici, l'idea che il reddito debba essere separato il più possibile dalla maledizione del lavoro è percolato fino ai giorni nostri e al reddito di cittadinanza.

E a questo punto è inevitabile la domanda: nella Repubblica italiana la priorità è il lavoro o il reddito? Perché il secondo è, ovviamente, prioritario in un periodo di emergenza, ma dovrebbero esserci chiari segnali che ci si sta attrezzando per sostenere il primo. Segnali che mancano e mi fanno pensare che forse, zitto zitto e senza bisogno di referendum, stia anche cambiando il dettato costituzionale.

Claudio Negro, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e Fondazione Anna Kuliscioff 

24/6/2020 

 
 

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