Enti di previdenza in aiuto degli iscritti che perdono reddito

Non solo lavoro agile... Sono molte le novità di grande interesse introdotte dal cosiddetto Jobs Act degli Autonomi, non ultima la possibilità di delegare agli Enti di Previdenza di diritto privato l'attivazione di "prestazioni sociali" a sostegno del reddito

Alessandro Bugli - @a_bugli

Nell’era della rivoluzione 4.0 - ancora (in parte) non assaggiata - si parla già di 5.0, in un mondo proteso verso le atmosfere di nebbia e pioggia incessante di Ridley Scott in Blade Runner, dove uomini e robot lavorano accanto (anche se, a dire il vero, sospetto già oggi che qualche collega sia uno di quei “replicanti”).

A ben vedere, anche il vecchio noto mercato dell’amore fisico ha già aperto da tempo ai robot, con locali ad hoc per ogni piacere. Che c’entra tutto questo con gli Enti di Previdenza? Nulla, ma ci arriviamo subito. Un attimo (!).

La Gazzetta Ufficiale del 13 giugno u.s. riportava il testo della legge n. 81/2017 (che ricorderemo per tanto tempo) “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l'articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”; gergalmente, “Jobs Act degli autonomi” o “lavoro agile”.

Per quanto risulti affascinante e centrale per il futuro il tema del “lavoro agile”, basti pensare ai dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che seguono (18% dei lavoratori dipendenti UE a 28, v. grafico 1), ci occuperemo oggi di un solo pixel dell’innovazione legislativa citata; un picture element che però diviene fondamentale per non rovinare l’immagine complessiva della riforma.

Grafico 1: percentuale lavoratori dipendenti in “smart work” o “telelavoro”

* Fonte: Eurofound and the International Labour Office (2017), Working anytime, anywhere: The effects on the world of work, Publications Office of the European Union, Luxembourg, and the International Labour Office, Geneva.

E così … i più o meno 5 milioni di lavoratori autonomi, professionisti compresi, sentono finalmente parlare della loro sicurezza sociale.

Un primo reboante esperimento in questo senso era arrivato con legge “forense” e l’introduzione della polizza infortuni obbligatoria per l’avvocato e i suoi collaboratori e praticanti. Una misura “paternalistica” che impone al lavoratore (teoricamente) più libero di tutti, di doversi obbligatoriamente garantire per gli eventi fortuiti, violenti e esterni che possano riguardare la sua salute. Un cambio di passo, un cambio di visione. Non è dato a nessuno, nemmeno all’avvocato, di esporsi al rischio di trovarsi in stato di difficoltà per i fatti che possano riguardare la sua salute. Un (consapevole o meno) ritorno all’idea che i sistemi di sicurezza sociale debbano tendere a prevenire i fenomeni di “slittamento” in povertà di intere fasce della popolazione. Si pensi in questo senso alla nascita dei sistemi di previdenza sociale che obbligano il lavoratore a contribuire per la sua pensione di domani, per evitare di trovarsi senza possibilità di lavorare e, allo stesso tempo, senza reddito nella terza (e quarta) fase della sua vita. “Sicurezza”: si sapeva già secoli addietro che, diversamente, il “popolo affamato fa la rivoluzion”. “Sociale”: secondo il noto insegnamento costituzionale “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Venendo al nostro pixel, il legislatore dell’art. 6 della nuova legge ha colto uno dei fenomeni del tempo: la perdita di reddito da parte dei professionisti e, tra questi, in primis le giovani generazioni (che a ben vedere non perdono reddito, semplicemente non l’hanno ancora visto).

Art. 6 (c.1): “Al fine di rafforzare le prestazioni di sicurezza e di protezione sociale dei professionisti iscritti agli ordini o ai collegi, il Governo è delegato ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi nel rispetto del seguente principio e criterio direttivo: abilitazione degli enti di previdenza di diritto privato, anche in forma associata, ove autorizzati dagli organi di vigilanza, ad attivare, oltre a prestazioni complementari di tipo previdenziale e socio-sanitario, anche altre prestazioni sociali, finanziate da apposita contribuzione, con particolare riferimento agli iscritti che abbiano subìto una significativa riduzione del reddito professionale per ragioni non dipendenti dalla propria volontà o che siano stati colpiti da gravi patologie”.

In attesa di conoscere (se e) come verrà esercitata la delega, quali saranno queste “prestazioni sociali” (danaro o prestazioni in forma specifica? Con mia nota, quasi isolata, predilezione per le seconde, molto più utili al fine e fondamentali per evitare sprechi e errate allocazioni delle poche risorse a disposizione), il legislatore attribuisce Enti di Previdenza di diritto privato un ruolo centrale nel sistema di “sicurezza sociale” dei professionisti di oggi e di domani. Non che ciò non avvenisse già, ma limiti normativi e altro, hanno certamente ridotto la portata degli spontanei interventi di tali Enti. Va detto che molto spesso sono gli stessi professionisti a lagnarsi del loro stato, ma allo stesso tempo non indagano le prestazioni ottenibili dal loro ente di riferimento.

Certo, il lemma “finanziate da apposita contribuzione” lascia prevedere un incremento della contribuzione e qualcuno avrà da obiettare.

Gli Enti di previdenza divengono, quindi, a pieno titolo l’ombrello del welfare a 360 gradi dei loro iscritti e dei loro familiari, con il compito di garantire salute, futuro sereno e – oggi, per legge – un presente dignitoso ai tanti colleghi e alle loro famiglie (si ricorda, peraltro, solo incidentalmente, che i professionisti e i loro studi professionali danno lavoro – a loro volta – a tanti lavoratori subordinati e garantiscono reddito alle loro famiglie).

Volendo dare il segno della serietà dei temi, dall’angolo visuale che conosco meglio (ma il dato vale secondo Adepp per la generalità dei professionsiti), provando a disinnescare all’origine le possibili obiezioni di cui si è detto e smentendo i noti teorici della categoria dell’avvocatura come “casta”, proviamo a rappresentare in grafico cosa è successo in questi anni. Dal 2008 al 2015, l’avvocatura (categoria certamente rappresentativa della libera professione, se non altro per numero di componenti) ha perso più del 23% di reddito in termini reali (solo l’ultimo anno ha fatto registrare una ripresa nell’ordine del 3-4%). Attenzione, stiamo parlando della media dei redditi (dal super studio legale al giovane neo avvocato). Se il dato fosse disaggregato per fasce di età,  l’effetto sarebbe ancora più impressionante, guardando agli under 40.

Nel consultare la tabella si consiglia di porre attenzione, poi, al divario di genere, ancora spaventoso.

C’è tanto lavoro da fare.

Tabella 1: Redditi medi avvocati per anni da 2011 a 2015 

Redditi medi avvocati da 2011 a 2015

* Fonte: Bilancio d’Esercizio Cassa Forense al 31/12/2016

19/6/2017

 
 
 

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