TFR in busta paga, un flop confermato

Alla prova dei numeri, l’operazione Tfr in busta paga risulta un fallimento.  E’ quanto emerge da un recente studio della Fondazione dei Consulenti del lavoro: meno dell'1% dei lavoratori interessati ha infatti chiesto all'azienda ...

Leonardo Comegna

Alla prova dei numeri, l’operazione Tfr in busta paga risulta un fallimento. E’ quanto emerge da un recente studio della Fondazione dei Consulenti del lavoro: meno dell'1% dei lavoratori interessati ha infatti chiesto all'azienda di anticipare il Tfr nello stipendio mensile. Il motivo è da attribuire al Fisco. L'imposizione Irpef su questa scelta, ordinaria e non separata come accade normalmente per il Tfr che si riceve a fine carriera, risulta troppo penalizzante per il lavoratore. A un anno esatto dall'avvio, la norma sul trasferimento della liquidazione nello stipendio si conferma dunque un autentico flop.

La tassazione scoraggia. La norma, che prevede la possibilità di avere un anticipo del Trattamento di fine rapporto dilazionato con lo stipendio mensile fino a giugno del 2018, è divenuta operativa a maggio 2015. Ma il prelievo fiscale sull'anticipo è a tassazione ordinaria, e quindi conveniente solo per le fasce più basse di reddito, fino a 15 mila euro all'anno. Per chi supera questa soglia, il rischio è di un aggravio fiscale, fino a 569 euro all'anno in più. Nella relazione tecnica della legge di stabilità 2015 il Governo aveva ipotizzato che la norma potesse interessare il 40-50% dei lavoratori dipendenti. Ma il bilancio sinora è assolutamente al ribasso.

Piccoli numeri. Dopo 5 mesi dall'entrata in vigore della norma, ad agosto del 2015, su  un campione di circa un milione di dipendenti, la richiesta del “Quir” (quota integrativa dalla retribuzione), aveva riguardato da 8.420 lavoratori, ossia lo 0,83%. In quest’ultima fotografia, che la Fondazione dei Consulenti del lavoro ha eseguito a marzo 2016 su un campione di circa 900 mila soggetti, la situazione non è cambiata, anzi. E’ emerso infatti che solo lo 0,74% (ancora meno quindi)  degli interessati (6.712) a un anno di esatto di applicazione della legge si è avvalso di questa opportunità. Le motivazioni sono le stesse. La maggioranza degli intervistati (il 52%) ha affermato di non aver chiesto l'anticipazione perché la tassazione è troppo penalizzante; mentre il 18% ritiene che sia troppo dannoso per la pensione rinunciare a versare il Tfr in un fondo integrativo. Il 7% dichiara di non aver ancora valutato adeguatamente la misura, mentre il 22% non vuole rinunciare al "gruzzoletto" a fine carriera.

Questo insuccesso è l’ennesima dimostrazione che la politica ha spesso la percezione delle esigenze del mondo del lavoro, ma non è in stretto contatto con chi parla tutti i giorni con lavoratori e imprese. I dati pubblicati dopo un anno confermano la dèbacle anche di questa iniziativa pubblicizzata dal governo Renzi come salvifica per incentivare i consumi. Evidentemente né gli 80 euro in busta paga, né i promessi 80 euro ai pensionati sono serviti, servono e serviranno ad incrementare i consumi che ancora languono. O sono solo spot elettorali attraverso i quali il premier mira a incrementare i consensi? Staremo a vedere. Una cosa è certa, in alternativa alla liquidazione del Tfr di un periodo fino a giugno 2018 con forti penalizzazioni, il lavoratore preferisce richiedere una parte del Tfr accantonato in azienda o presso i fondi pensione.

 

12/04/2016

 

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