Al via il reddito di inclusione

In arrivo il reddito d'inclusione a contrasto della povertà per 400mila famiglie indigenti 

Leonardo Comegna

Semaforo verde per il Rei, il reddito d'inclusione a contrasto della povertà. Con la pubblicazione della legge delega (n.33, in G.U. del 24 marzo) sulla lotta alla povertà e per il riordino delle prestazioni sociali, ora la parola passa agli enti locali. Comuni in prima linea: i servizi sociali del territorio, infatti, dovranno tra l'altro collaborare con i centri per l'impiego per favorire il reinserimento nel lavoro. Il Governo ha 6 mesi di tempo per tradurre i principi in norme, e per dotare il sistema assistenziale del nuovo strumento che, almeno nelle intenzioni, punta a essere più evoluto dell'attuale Sia, il sostegno all'inclusione attiva. Sia che finora ha risposto ai bisogni di circa 65 mila nuclei familiari, ma che si appresta (secondo le stime del Ministero del Lavoro) ad essere esteso a 400 mila nuclei familiari (circa 1,7 milioni di persone).

Le deleghe - Il provvedimento prevede tre deleghe. La prima concerne l'introduzione del Rei (reddito d'inclusione), con una conformazione unica per l'intero territorio nazionale. L’obiettivo è il contrasto alla povertà, intesa «come impossibilità di disporre dell'insieme dei beni e dei servizi necessari a condurre un livello di vita dignitoso». La seconda delega riguarda il riordino delle prestazioni di natura assistenziale finalizzate al contrasto della povertà. Infine, la terza che affida al Governo il compito di rafforzare il coordinamento degli interventi dei servizi sociali.

Il Rei - Il reddito d’inclusione rappresenterà la naturale evoluzione dell'attuale Sia. Come per la «Carta-Sia» (forma evolutiva della «Carta acquisto»), il diritto sarà vincolato al perfezionamento di alcuni requisiti tra cui, principalmente, l'indicatore della situazione economica equivalente (Isee) e l'adesione a un progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa. Tali progetti, finalizzati al superamento della condizione di povertà della famiglia, saranno predisposti da équipe multidisciplinare costituita dagli ambiti territoriali, in collaborazione con i centri per l'impiego. In sostanza, il reddito d’inclusione consisterà in un beneficio economico (fino a 400 euro mensili) e servizi alla persona. Non solo un credito finanziario (la carta acquisti), spendibile per fare acquisti (supermercati ecc.) o per pagare le bollette, ma anche servizi alla persona individuati e specificati dal progetto personalizzato. Lo strumento avrà una durata limitata nel tempo ma potrà essere rinnovato, subordinatamente alla verifica del persistere dei requisiti, ai fini del completamento o della ridefinizione del percorso previsto dal progetto personalizzato. Saranno previste cause di sospensione e decadenza (es. mancato rispetto del progetto personalizzato, percezione di redditi oltre a una determinata soglia).

Chi ne avrà diritto - La definizione dei beneficiari è affidata ai decreti attuativi, che dovranno comunque tener conto di alcuni principi. E cioè: il riconoscimento deve essere vincolato a un requisito di durata minima di residenza in Italia; va considerata la condizione economica del nucleo familiare e della sua relazione con una soglia di riferimento per l'individuazione della condizione di povertà; deve essere previsto un graduale incremento del beneficio e di una graduale estensione dei beneficiari da individuare prioritariamente tra i nuclei familiari con figli minori o con disabilità grave o con donne in stato di gravidanza accertata o con persone di età superiore a 55 anni in stato di disoccupazione (situazioni anche oggi tutelate dal Sia).

Le risorse - I cittadini in condizioni di povertà assoluta, cioè non in grado di far fronte a un paniere di beni e servizi essenziali, sono, secondo l’Istat, 4,6 milioni. La riforma conta su stanziamenti per un miliardo nel 2017, cui si aggiungono 600 milioni di residui, e un altro miliardo nel 2018. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, punta a raggiungere quest’anno 400 mila famiglie per circa 1,7 milioni di individui. Va infine precisato che i decreti attuativi richiedono una procedura decisamente complessa. Oltre al parere delle commissioni parlamentari è necessaria l’«intesa» all’unanimità con tutte le Regioni. Pare proprio non ci sia nulla da fare per la tanto evocata «semplificazione».

27/3/2017

 
 
 

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