Ape sociale, meglio della pensione

Ape sociale, giustificata la corsa alle richieste entro il 15 luglio: se i fondi non saranno sufficienti, la pensione sarà posticipata. Priorità spetta a chi è più vicino all’età di vecchiaia

Leonardo Comegna

La corsa all’Ape sociale (deve essere richiesta entro il 15 luglio), il pensionamento anticipato senza spese a favore delle persone di 63 anni, che rientrano nelle categorie socialmente deboli e che hanno accumulato almeno 30 anni di anzianità contributiva è del tutto giustificato. E questo perché se i fondi non saranno sufficienti, la pensione sarà posticipata: la priorità spetta a chi è più vicino all’età di vecchiaia.  Le domande di Ape sociale, come indicato chiaramente nella Legge di Bilancio, sono accolte entro il limite di spesa di 300 milioni di euro per l'anno 2017 e di 609 milioni per l'anno 2018.  Come dice il proverbio: chi primo arriva meglio si accomoda. Un altro motivo per cui l’Ape sociale risulta appetibile è dato dal fatto che a parità di importo (massimo 1.500 euro lordi), la prestazione definita “ponte” (perché accompagna alla vecchiaia) è decisamente più favorevole della pensione vera e propria. Ma andiamo con ordine.   

Prepensionamento gratuito - L'Ape sociale consente il prepensionamento a chi ha compiuto i 63 anni di età. Due le condizioni stabilite: far valere un minimo di 30 anni di contributi (36 per i lavori gravosi) e maturare un trattamento almeno pari a 703 euro (1,4 volte la pensione minima). A differenza dell'Ape “volontaria”, che prevede un prestito bancario (gravato da un premio assicurativo), che dovrà essere restituito nell’arco di 20 anni, la versione sociale rappresenta un sussidio di accompagnamento alla pensione (interamente a carico dello Stato). Pari all’importo del trattamento spettante al momento dell’accesso alla prestazione, nel limite mensile di 1.500 euro (non soggetto a rivalutazione Istat), pagato per 12 mensilità (e non 13 come avviene per la normale pensione). 

Chi ne può usufruire - L'Ape sociale è  riservata solo ad alcune categorie, più precisamente: i disoccupati (licenziati), che hanno concluso integralmente la prestazione per la disoccupazione (Naspi) da almeno 3 mesi;  coloro che assistono, al momento della richiesta e da almeno 6 mesi, il coniuge (o persona  in unione civile) oppure  un parente di primo grado convivente portatore di handicap (legge n. 104/1992) in situazione di gravità (i c.d. caregivers);  gli invalidi civili che presentino una riduzione della capacità lavorativa, accertata dalle competenti Commissioni sanitarie, almeno  pari al 74% e i dipendenti che, al momento della domanda svolgono da almeno 6 anni in via continuativa attività lavorative per le quali è richiesto un impegno tale da rendere particolarmente difficoltoso e rischioso il loro svolgimento in modo continuativo (si veda tabella sul “Il Punto” del 23 maggio) e siano in possesso di un'anzianità contributiva di almeno 36 anni.

Ape meglio della pensione? - Decisamente sì. Per dimostrarlo basta mettere a confronto le due prestazioni di pari importo (1.550 euro lordi).  La rata mensile dell’Ape non viene rivalutata annualmente (a differenza di una normale pensione) e viene corrisposta per 12 mensilità e non per 13. Inoltre, non essendo una pensione, non prevede la 14^ a luglio, né l’integrazione al trattamento minimo, e gli assegni familiari. Questi aspetti negativi, tuttavia, sono ampiamente ricompensati da un prelievo fiscale più favorevole. Infatti, proprio perché non è una pensione, può godere del famoso “bonus Renzi “di 960 euro annui (80 euro al mese) non previsto a favore dei pensionati.

23/6/2017

 
 
 

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