TFR e fondi pensione, buon anniversario (?)

A dieci anni dall’entrata in vigore del meccanismo del silenzio assenso, un bilancio delle scelte degli italiani in fatto di destinazione del TFR 

Michaela Camilleri - @MiCamilleri

Dieci anni fa oltre 12 milioni di lavoratori sono stati chiamati a scegliere dove destinare il proprio trattamento di fine rapporto, secondo quelle che erano le nuove indicazioni dettate dal D.Lgs. 252/2005 e l’introduzione del cosiddetto “semestre del silenzio assenso”.

Mantenere il TFR in azienda oppure destinarlo al fondo pensione? Messi di fronte a questo bivio solo pochi italiani hanno deciso di percorrere la strada della previdenza complementare. Sforzo inutile allora quello del legislatore? Forse no, ma partiamo dal principio…

Il semestre del silenzio assenso. Con il termine silenzio assenso si intende la modalità di adesione alla previdenza complementare che si realizza per il lavoratore dipendente del settore privato tramite il conferimento tacito del TFR maturando. Entro sei mesi dalla data di assunzione, il lavoratore deve scegliere dove destinare il trattamento di fine rapporto. Le possibilità a disposizione sono due: conferire l’intero importo del TFR maturando ad una forma di previdenza complementare prescelta (con adesione sia individuale sia collettiva) oppure decidere di lasciare il TFR in azienda. In quest’ultimo caso, se l’azienda ha meno di 50 dipendenti, il TFR rimane effettivamente in azienda; se invece l’azienda conta più di 50 dipendenti il TFR confluisce nel conto di tesoreria istituito presso l’Inps.

Nel caso in cui il lavoratore, nei sei mesi di tempo indicati, non esprima alcuna volontà scatta il meccanismo di silenzio assenso e di conseguenza il TFR confluisce prioritariamente alla forma pensionistica collettiva prevista dagli accordi nazionali e/o territoriali, al fondo pensione aziendale o al fondo pensione aperto ad adesione collettiva (se operano più fondi il TFR silente confluisce al fondo che ha raccolto il maggior numero di adesioni all’interno dell’azienda). In assenza di una qualsiasi forma pensionistica complementare collettiva il TFR viene destinato in modo automatico a FONDINPS.

Il numero degli aderenti taciti - Stando ai dati pubblicati nell’ultima relazione Covip, sul totale dei nuovi iscritti nel 2015 (939.000, per la gran parte lavoratori edili iscritti contrattualmente al fondo di settore), resta limitato l’apporto delle adesioni mediante il conferimento tacito del TFR: circa 15.200, per la maggior parte confluite nei fondi negoziali (13.200) e per circa 1.000 in FONDINPS. Dall’avvio della riforma i nuovi aderenti taciti sono stati nel complesso 258.000, pari al 6% del totale dei nuovi iscritti lavoratori dipendenti del settore privato. Di questi, circa 202.000 sono affluiti con modalità tacita ai fondi pensione negoziali mentre residuale è stato l’apporto dei fondi aperti e di quelli preesistenti.

Silenzio assenso, un meccanismo ripetibile? - Sebbene il ruolo del silenzio assenso sia stato marginale nella dinamica di crescita delle iscrizioni, occorre rilevare che la raccolta delle adesioni tacite si è concentrata soprattutto alla scadenza del primo semestre del 2007, salvo poi esaurire in gran parte la sua forza propulsiva. Sul modello inglese, che obbliga il datore di lavoro a ripetere la procedura di iscrizione automatica ogni 3 anni in caso di opting out del lavoratore, forse si potrebbe pensare di riproporre periodicamente il meccanismo del silenzio-assenso a coloro che, a suo tempo, avevano esplicitamente rinunciato ad aderire alla previdenza complementare con il TFR.

Ma a questo punto resta da chiedersi, se fossimo posti di fronte a nuovo semestre di silenzio assenso saremmo pronti? Avremmo nel frattempo raccolto tutte le informazioni utili per fare una scelta davvero consapevole? Per memoria un breve confronto dal punto di vista della rivalutazione, della flessibilità e della fiscalità tra il mantenimento del TFR in azienda e il conferimento al fondo pensione.

Rendimenti - Lasciato in azienda il TFR si rivaluta per un tasso pari al 75% dell'inflazione annua più l’1,5%. Nei fondi pensione, invece, il rendimento del montante accumulato dipende dall’andamento dei mercati finanziari e dalla tipologia di gestione di linee d’investimento messe a disposizione degli aderenti. Come mostra il grafico che segue, la rivalutazione del TFR si è sempre attestata al di sotto del livello dei rendimenti dei fondi pensione per il periodo tra il 2008 e il 2015.

Flessibilità e fiscalità - Anche da questo punto di vista emergono differenze rilevanti. Il lavoratore che decide di mantenere il TFR in azienda può richiederne un’anticipazione dopo 8 anni di attività fino al 70% della somma accantonata per spese sanitarie per terapie e interventi straordinari, acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, congedi parentali e per formazione. L’anticipazione può essere ottenuta una sola volta nel corso del rapporto di lavoro, a condizione che la richiesta non sia stata presentata da più del 10% degli aventi diritto e nel limite del 4% del totale dei dipendenti. L’anticipo del TFR è soggetto a tassazione separata ad aliquota media (minimo il 23%).

Nel caso dei fondi pensione, invece, le anticipazioni possono essere richieste: in qualsiasi momento, fino al 75% della posizione maturata, per spese sanitarie a seguito di gravissime situazioni che necessitano di terapie e interventi straordinari e che riguardano l’iscritto, il coniuge e i figli; dopo 8 anni di iscrizione, fino al 75% della posizione maturata, per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa di abitazione per sé o per i figli; dopo 8 anni di iscrizione, fino al 30% della posizione maturata, per ulteriori esigenze dell’iscritto (possibilità molto utilizzata dagli iscritti negli ultimi anni colpiti dalla crisi economica).

Dando uno sguardo alla fiscalità, nei casi di anticipazione per spese sanitarie straordinarie sull’importo erogato si applica una ritenuta a titolo d’imposta dal 15% al 9%, in funzione degli anni di partecipazione complessiva al sistema dei fondi pensione (con una riduzione annua dello 0,30% dopo il 15esimo anno). Negli altri casi previsti si applica invece l’aliquota del 23%.

L’auspicio è che vi sia, da un lato, maggiore consapevolezza da parte dei cittadini per scelte previdenziali sempre più consapevoli e, dall’altro, la presa di posizione dei policy makers per fare informazione e per tentare di dare nuovo slancio alle adesioni.

22/2/2017 

 
 

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