Equità intergenerazionale: il coraggio che manca

A maggior ragione se analizzato all'interno del più ampio contesto economico-finanziario del Paese, il sistema pensionistico italiano pone problemi non solo in termini di sostenibilità, ma anche di futura adeguatezza: tanti i nodi da sciogliere, tra cui un evidente conflitto intergenerazionale che un meccanismo "a ripartizione" non si può permettere

Francesco Briganti

In questi ultimi mesi mi è capitato spesso di dover illustrare in giro per il mondo le principali riforme pensionistiche fatte in Europa. Nel quadro di una pressione demografica sempre più pesante e di un impoverimento generale del Vecchio Continente, l’Italia appare per molti aspetti il Paese più inguaiato. Il problema non è tanto, o solo, la futura sostenibilità del riformato sistema pensionistico, ma la sua futura adeguatezza. In altri termini, un sistema pensionistico potrebbe essere certamente sostenibile se pagasse pensioni da fame, ma non certo adeguato.

In effetti, un denominatore comune delle tante riforme introdotte in Europa è una riduzione del calcolo delle prestazioni che verranno erogate ai futuri pensionati. Da noi si è andati giù molto più duramente, ed era probabilmente inevitabile. Sull’innalzamento dell’età pensionabile non credo che vi sia molto da dire, se non che la misura sia assolutamente sensata: si vive di più e quindi bisogna lavorare di più. Il caso dei lavori usuranti rappresenta naturalmente un caso a parte, e molte legislazioni hanno infatti previsto che per tali lavori l’età pensionabile debba essere più bassa.

Ma la verità è che per troppi anni si sono fatti errori irresponsabili e madornali che hanno contribuito drammaticamente ad appesantire sia il fardello della pressione demografica, che in Italia è la peggiore del Continente, sia della cosiddetta dipendenza economica. La dipendenza economica, elaborata qualche anno fa con dati e proiezioni molto puntuali dalla Camera del Lavoro austriaca, è focalizzata sul rapporto fra popolazione potenzialmente attiva per età ma esclusa dal mercato del lavoro, e quella invece realmente occupata. In altri termini, a poco importa dividere la popolazione fra under quindicenni e ultra sessantacinquenni (dipendenza demografica), se poi gran parte della fascia intermedia non lavora. Dipendenza economica quindi intesa come “spreco” di risorse non occupate in età lavorativa, di cui l’Italia soffre molto più di altri Paesi: si pensi ai milioni di donne non lavoratrici soprattutto nel Mezzogiorno, ai giovani disoccupati, o a quelli emigrati (più di un milione negli ultimi dieci anni); o tutti quegli italiani che sono andati in pensione troppo presto, e che ancora anziani non sono, o non che lo erano all’epoca del loro pensionamento (la cosiddetta “silver economy” e le sue potenzialità per esempio dovrebbero essere assolutamente incoraggiate).

Come scritto anche recentemente in alcuni quotidiani nazionali insomma, il sistema pensionistico dovrebbe essere studiato nel più ampio contesto economico del Paese: il suo tasso di disoccupazione (o inoccupazione), la sua produttività, e la sua crescita economica.

Come noto, la grande maggioranza dei sistemi pensionistici continentali si basa sul finanziamento a ripartizione, secondo cui i contributi dei lavoratori attivi vengono direttamente spesi per finanziare le pensioni in fase di pagamento. Il principio che sta alla base di questa forma di finanziamento viene comunemente chiamato “solidarietà intergenerazionale”, dal momento che la generazione più giovane pagherebbe in favore di quella più anziana, nell’attesa poi che la successiva pagherà per la prima. Il concetto di solidarietà è un principio nobile e presuppone reciprocità, lealtà e buona fede: “un rapporto di fratellanza e reciproco sostegno che collega i singoli componenti di una collettività nel sentimento [...] di questa loro appartenenza a una società medesima e nella coscienza dei comuni interessi e delle comuni finalità” (Treccani). In altri termini il principio esclude che essa sia a senso unico e che, sistematicament,  giovi a un gruppo a discapito di un altro.

Di fatto però, nella situazione attuale e negli anni futuri, riesce difficile parlare ancora di una “solidarietà” fra generazioni. E questo almeno per tre ragioni: in primo luogo perché come già detto, molti, troppi italiani sono andati in pensione giovani, per non dire giovanissimi (si pensi alle baby pensioni); perché la quantità di pensione che costoro stanno percependo – alta o bassa che sia - non corrisponde a quanto avevano versato al sistema previdenziale durante la loro vita lavorativa (era il sistema retributivo); e infine perché gli oneri delle riforme pensionistiche introdotte per riparare questi danni sono stati scaricati sulle nuove generazioni, senza invece intaccare le vecchie. Non mi riferisco qui all’innalzamento dell’età pensionabile, ma al ricalcolo al ribasso delle prestazioni a parità di contribuzioni versate dai più giovani in favore dei pensionati. Contribuzioni che in Italia hanno dei costi a dir poco stellari sui salari e che non basteranno a costituire pensioni altrettanto vantaggiose per i contribuenti odierni. E fin qui, rimaniamo alle ingiustizie generazionali limitate al sistema pensionistico.

Ma se si allargasse il ragionamento alla sopraddetta dipendenza economica, e quindi allo stato economico generale del Paese, a queste ingiustizie se ne aggiunge un’altra ben nota a tutti, ma forse ancora poco affrontata in termini di iniquità generazionale: è il nostro mostruoso debito pubblico, di cui quello pensionistico rappresenta una parte, ma certo non la sola. Ancora una volta sono infatti le nuove generazioni che porteranno per decenni questo macigno, senza però averlo creato, e senza averne neppure giovato dei benefici. “I quarantenni pensionati danzavano sui prati, dopo dieci anni volati all'aeronautica; e gli uscieri paraplegici saltavano; e i bidelli sordomuti cantavano; e per un raffreddore gli davano quattro mesi alle terme di Abano; con un'unghia incarnita eri un invalido tutta la vita tutta la vita”, per dirla con la canzone del Checco Zalone nazionale, quando rimpiangeva nel suo film la Prima Repubblica.

Riprendendo la definizione di solidarietà, parlare di “reciproco sostegno, comune appartenenza, coscienza di comuni interessi e finalità”, in un tale quadro appare a dir poco grottesco. Ma il danno principale non sono forse tanto le ingiustizie compiute, ma le conseguenze di tali azioni che sembrano ormai essere irreparabili per i prossimi decenni.

E’ la coperta troppo corta creata dallo stesso debito, si dice, che rende il costo del lavoro altissimo (e stipendi netti fra i più bassi dell’Europa occidentale); che impedisce di lanciare incisive politiche espansionistiche, o nuovi progetti, o finanziare educazione e ricerca; o ancora, che ci preclude di creare decise politiche sociali che favoriscano le giovani coppie a creare famiglia. Va da sé che se le nuove generazioni non riescono a pagarsi un affitto, a contrarre un mutuo per comprare una loro casa, o a permettersi, appunto, di fare figli, la dipendenza economica e demografica si avviterà sempre di più su sé stessa. E l’economia italiana non ripartirà mai a ritmi decenti.

Diranno in molti della generazione più matura: “Ma il danno è già stato fatto, noi cosa c’entriamo?”. E soprattutto: “Cosa possiamo fare ora?”.

Alla prima domanda risponderei che in effetti la grandissima maggioranza di questa gente non ha effettivamente colpe: il sistema era irresponsabilmente generoso, e quindi in milioni ne hanno legalmente goduto. Ma, venendo alla seconda domanda, io credo che costoro potrebbero fare molto.

Prima di tutto dovrebbero ben acquisire questa semplice ma fondamentale consapevolezza, che poi è il principio cardine di tutto il ragionamento: la pensione che percepiscono, i beni che hanno accumulato, e gran parte dei posti di lavoro (pubblici) che spesso hanno avuto per una vita, sono stati creati con denaro che il Paese non si poteva permettere. Si è insomma scandalosamente vissuti al di sopra delle nostre possibilità, ma siccome tutti i nodi vengono al pettine, quel debito pubblico e pensionistico accumulato lo stanno ora pagando i loro figli: “Ed i debiti, pubblici, si ammucchiavano, come conigli….Tanto poi, eran ..., dei nostri figli” (Zalone ancora).

Ma se tale consapevolezza fosse veramente diffusa, e si aprisse quindi una seria discussione sulla solidarietà intergenerazionale nel Paese, sarebbe malafede ed egoismo rifiutarsi caparbiamente di accettare qualcosa che tenti almeno in parte di bilanciare tali squilibri.

Si potrebbe cominciare a comprare ai propri figli una pensione integrativa, e subito! E’ evidente che i giovani disoccupati o gli occupati con stipendi da fame non potranno permettersi questo lusso. Un trasferimento di risorse dalla generazione più abbiente a quella bisognosa si potrebbe poi praticare in mille modi. Penso solo allo scandalo di quell’esercito di giovani praticanti e tirocinanti non pagati, o pagati a 500 euro al mese, mentre i loro “tutori” non se la passano certo male. O quanto meno non sempre. Bando alle ipocrisie, signori. Sarà pur vero che le cose non vanno più bene per nessuno come ai bei tempi passati, ma basti vedere ancora le auto, le seconde case, le barche, o semplicemente i dati sulla ricchezza privata degli italiani per capire che di margini per praticare un po’ più di “solidarietà intergenerazionale” ce ne sono, eccome. E aggiungo: sarebbe troppo facile, cieco, e irresponsabile essere più generosi solo coi propri figli naturali: è una generazione tutta che sta pagando questo prezzo ingiusto. Ed è il Paese intero che sta rischiando il collasso.

E qui arrivo al punto più delicato. Alla luce di questa consapevolezza, persino i cosiddetti diritti pensionistici “quesiti” potrebbero (dovrebbero) serenamente essere rimessi in discussione. Diritti quesiti che andrebbero piuttosto letti come appropriazione indebita, tenuto conto che quel denaro, in realtà, non c’era. Lo ripeto ancora una volta: non sarebbe giusto usare il termine “furto”, perché il furto è un illecito penale che presuppone il dolo, cioè la consapevolezza e volontà di impossessarsi di cose altrui, sottraendole a chi le detiene, al fine di trarne profitto. E sono profondamente convinto del fatto che nella stragrande maggioranza dei casi, tale mala fede non ci sia stata.

Ma se un domani vi fosse una discussione su un’eventuale riduzione delle pensioni medie o alte (non mi riferisco certo a quelle minime di sostentamento) per meglio “spalmare” il peso dei sacrifici per una società più giusta (in Olanda se ne sta parlando), il dibattito andrebbe affrontato seriamente, e senza tabù ideologici o di convenienza. Sarà un 5, 10 o 15% di quelle prestazioni pensionistiche? Saranno, questi tagli, graduali per permettere ai pensionati più benestanti di prepararsi a tali riduzioni? Se ne parli apertamente e si trovino le giuste misure. Con tali risparmi si potrebbe forse abbassare il costo del lavoro per le nuove generazioni; oppure aumentare i coefficienti di calcolo per le loro pensioni future.

Non sarà certo facile, ma ancora una volta la chiave di tutto è la consapevolezza di una colossale ingiustizia generazionale.

Diritti quesiti, si diceva. E chi li pagherà se lo Stato collassasse? La Grecia e altri nostri vicini dovrebbero avercelo già insegnato: quando non ce n’è più, non si salva nessuno, e ogni promessa fatta diventa inconsistente.

Letto in questa prospettiva, il dibattito politico italiano degli ultimi vent’anni è stato completamente inutile, senza mai centrare il punto. Da troppo tempo, la vera emergenza del Paese non era il conflitto fra destra, sinistra, federalisti o chiunque altro. Il vero conflitto, crescente, è quello generazionale, su cui purtroppo nessuno ha mai veramente fatto o detto qualcosa, nonostante i diversi governi di diversi colori si siano succeduti nel tempo. Oppure qualcuno veramente pensa che questa situazione sia colpa dei cinesi scorretti e copioni, dell’euro, dei tedeschi cattivi ed approfittatori, degli immigrati che ci rubano il lavoro (di badanti, spazzini, cuochi, o raccogli pomodori nelle campagne del Sud), o dei profughi africani? Per piacere, non scherziamo.

Il vero rischio che corriamo è che, oltre al patto “intergenerazionale”, qui si rompa anche lo stesso contratto sociale rousseauiano su cui si è creato lo stato democratico-liberale: quello per cui i cittadini si sottomettono consapevolmente a regole e ad alle Istituzioni in forza di un patto che queste servano a perseguire il bene comune, e a interpretare la voce della volontà generale.

Concludo elencando i motivi per cui ho poche speranze che un vero dibattito maturo sulle ingiustizie generazionali venga avviato nel nostro Paese: oltre all’ovvio egoismo e dogmatismo degli intoccabili diritti quesiti, registro tre altri fattori deprimenti: il primo, forse più ovvio, è la nostra classe politica fatta da quasi 1000 parlamentari, i più pagati d’Europa, ma ancora più gravemente i più pagati del mondo in termini di rapporto fra lo stipendio medio del Paese e la loro remunerazione (4,95 volte la media del salario italiano, contro le 3,1 volte degli americani, i secondi più pagati; 2,6 rispetto ai tedeschi; e 1.9 rispetto ai francesi). Insomma, sarebbe forse più facile vedere Dracula in fila all’AVIS a donare il sangue, piuttosto che aspettarsi da una siffatta classe politica una discussione sull’ingiustizia di certi privilegi (a proposito, che fine hanno fatto i vitalizi? Siamo ancora in attesa di sentenze e di nuovi ricorsi?).

Il secondo motivo per cui ho poche speranze è la conformazione della platea elettorale italiana a cui si rivolgono questi stessi eletti. La nostra età media è la più alta d’Europa (44.7 anni nel 2015, neonati compresi; in Irlanda 38.6), il che significa che gran parte dell’esito delle elezioni lo decidono praticamente i pensionati e i cittadini vicini all’età pensionabile. Nessun politico oserebbe quindi darsi la zappa sui piedi, facendo certe proposte ad una fascia così ampia di elettori.

Ma la terza ragione è forse la più drammatica: i “giovani” (si fa per dire, perché includo anche gli ultratrentenni: da noi in Italia si usa fare così…), per quanto precari e frustrati, non hanno ancora preso coscienza di tali ingiustizie, e sembrano così lontani da ogni interesse, dibattito o discussione su questo tema, che non saranno che certo loro ad alzare la voce. Di un nuovo 68’, insomma, non se ne vede neanche l’ombra. Perché, allora, cambiare le cose in loro favore rischiando di pagare un prezzo elettorale così elevato?

Salvo miracoli, temo quindi che bisognerà aspettare ancora molti anni. Salvo qualche buona azione volontaria ed individuale, se i giovani non si sveglieranno, non ci resterà che aspettare l’inevitabile: che quei diritti “quesiti”, per quanto tali sulla carta, non saranno un giorno più esigibili, in quanto le casse si svuoteranno definitivamente, e un riordino brutale di tutto il sistema, per una volta, non si potrà imputare alla perfida Germania che non si fida di noi ma, più banalmente, alla semplice matematica.

Francesco Briganti, Chief Executive Officer EBWI - Employee Benefits and Welfare Institute

 
23/10/2017
 
 

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