Fondi pensione, le caratteristiche dell'aderente tipo

L'ultima relazione COVIP aiuta a delineare il profilo dell'aderente tipo dei fondi pensione: un "esercizio" utile a riflettere su come incentivare e indirizzare le adesioni 

Michaela Camilleri

Uomo, 47 anni, lavoratore dipendente, residente nelle regioni del Nord Italia ed eccessivamente prudente in termini di scelte d’investimento. Sono questi i tratti principali dell’aderente tipo dei fondi pensione stando ai dati riportati nell’ultima Relazione COVIP. Approfondire le caratteristiche socio-demografiche (età, genere, condizione professionale, residenza) e le preferenze in termini di opzioni di investimento offerte è interessante per capire se il profilo che emerge è in linea con quello dei soggetti più bisognosi di previdenza complementare e, di conseguenza, riflettere sulle possibili strategie, sia al livello di singolo fondo, sia più in generale di sistema, per incentivare e indirizzare le adesioni. Peraltro, come ricordato dal Presidente Padula in occasione della presentazione della Relazione per l’anno 2019, l’inclusione previdenziale è un tema centrale per il rafforzamento strutturale dei fondi, che acquista ancora più valore in un contesto di crisi come quello attuale.

Partendo dall’età anagrafica degli iscritti alla previdenza complementare, il 52,9% del totale degli iscritti è concentrato nelle classi centrali (35-54 anni), in diminuzione rispetto al 54,7% dell’anno precedente. Per contro, sono aumentate le classi alle estremità: il 29,5% degli iscritti ha più di 55 anni, in aumento dal 27,6% del 2018, e il 17,6% ha meno di 35 anni, percentuale che sale dal 16,4%. L’età media degli iscritti è pari a 46,4 anni, di poco più elevata per gli uomini (46,6) rispetto alle donne (46). Nelle diverse tipologie di forma pensionistica, l’età media è più elevata per gli iscritti ai fondi pensione preesistenti (50,1 anni) e più bassa nei fondi pensione aperti (44,4 anni); nei fondi negoziali e nei PIP è in linea con la media generale.

Fig. 1 – Iscritti per classi di età, genere e tasso di partecipazione

Fig. 1 – Iscritti per classi di età, genere e tasso di partecipazione - Relazione COVIP per il 2019

Fonte: Relazione per l’anno 2019, COVIP

Secondo il genere, gli iscritti di sesso maschile rappresentano il 61,9% del totale degli aderenti mentre le donne coprono il restante 38,1%. Evidenza che, peraltro, riflette le differenze di genere nella partecipazione al mercato del lavoro. Il peso delle donne nelle diverse fasce di età risulta molto vicino alla media di sistema, tranne in quella inferiore a 25 anni nella quale ha una quota lievemente maggiore, del 40,1%.

Considerando la condizione professionalesu un totale di 8,264 milioni di iscritti, 5,906 milioni sono lavoratori dipendenti e si concentrano per lo più nei fondi negoziali e preesistenti per 3,385 milioni e nei PIP “nuovi” per 2,039 milioni. I lavoratori autonomi invece sono 1,115 milioni e, di questi, il 92% è concentrato nei PIP “nuovi” (639mila) e nei fondi aperti (386mila). Vi è poi un numero elevato, circa 1,243 milioni, di cosiddetti “altri iscritti”, ovvero soggetti diversi dai lavoratori, quali i soggetti fiscalmente a carico, coloro che hanno perso i requisiti di partecipazione alla forma pensionistica per perdita o cambio di lavoro ovvero per pensionamento obbligatorio e, soprattutto, altri soggetti non classificati per i quali la forma pensionistica non dispone di informazioni aggiornate sulla situazione occupazionale.

Passando all’analisi della distribuzione geografica degli iscrittii tassi di adesione più alti si registrano nel Nord Italia, in particolare nelle regioni in cui l’offerta previdenziale è completata da iniziative di tipo territoriale, come la Valle d’Aosta (41,9%) e il Trentino-Alto Adige (52,3%). Valori superiori alla media (31,4%) si registrano nelle altre regioni settentrionali, con punte del 37,5% in Friuli-Venezia Giulia, del 34,6 in Piemonte e del 34,5 in Lombardia. Anche nelle regioni centrali i tassi sono più elevati rispetto al valore medio, a eccezione del Lazio dove si attestano intorno al 25,7%. Valori più bassi e decisamente inferiori alla media si rilevano in gran parte delle regioni meridionali, con un minimo del 22,5% in Sardegna.

In termini di scelte tra le diverse opzioni di investimento offerte dai fondi pensionesi osserva la prevalenza dei comparti caratterizzati da una minore quota di azioni e, di conseguenza, da un profilo di rischio/rendimento più basso: il 42,7% degli iscritti è concentrato nei profili garantiti e il 12,9 in quelli obbligazionari; nei profili bilanciati si colloca il 37,5% degli aderenti mentre è residuale, pari al 6,9%, il peso dei profili azionari. Il che potrebbe apparire coerente con i risultati relativi all’età anagrafica degli iscritti: se l’aderente è vicino all’età di pensionamento è tendenzialmente portato a scegliere linee di investimento meno rischiose. Tuttavia, da un’analisi più approfondita emerge una sostanziale stabilità dell’esposizione azionaria rispetto all’età, il che indica che la quota azionaria nelle età di lavoro più basse può essere considerata subottimale se paragonata alla lunghezza dell’orizzonte temporale mancante al pensionamento; viceversa, per le età più anziane essa si posiziona su percentuali forse elevate rispetto all’imminente raggiungimento dell’età pensionabile e, quindi, alla necessità di preservare per quanto possibile il montante fino a quel momento accumulato. Risultati che indicano l’assenza di una vera e propria logica life-cycle nella costruzione del portafoglio previdenziale.

A questo punto, ci si potrebbe chiedere: l’aderente tipo fin qui delineato corrisponde al ritratto del soggetto maggiormente bisognoso di previdenza complementare?

Come abbiamo visto dai dati riportati in apertura, la fascia dei giovani costituisce solo una piccola fetta degli iscritti alla previdenza complementare. Probabilmente perché, da un lato, la retribuzione percepita all’inizio dell’attività lavorativa è considerata troppo modesta per immaginare di destinarne anche solo una piccola parte al fondo pensione e, dall’altro, il momento del pensionamento appare così lontano nel tempo da passare in secondo piano rispetto ad altre priorità. Purtroppo, però, i soggetti che hanno maggiore necessità di una pensione complementare sono proprio le generazioni più giovani, per le quali - in applicazione del metodo di calcolo contributivo - varrà la regola “più contributi si versano, più alto sarà l’importo della pensione pubblica”, oltre a venire meno integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali. Stando a queste considerazioni sulla pensione “contributiva”, i soggetti più bisognosi di previdenza complementare sono anche i cosiddetti lavoratori discontinui, cioè tutti quelli che iniziano con lavori flessibili o subiscono interruzioni di contribuzione nel corso della loro vita lavorativa e che conseguentemente dispongono di minori contribuzioni.

Avranno altresì tassi di sostituzione più bassi della media anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti, assoggettati a contribuzioni inferiori rispetto ai lavoratori dipendenti. Come evidenzia la figura che segue, elaborata prima dello scoppio della crisi pandemica con ipotesi di crescita del PIL relativamente ottimistiche, i tassi di sostituzione netti stimati, cioè i rapporti tra la prima rata di pensione e l’ultimo stipendio (o reddito da lavoro) al netto del prelievo fiscale e contributivo, assumono valori significativamente più bassi nel caso dei lavoratori autonomi rispetto a quelli dei dipendenti per tutte le classi d’età, con una differenza di circa 6-7 punti percentuale: 73-77% per i primi, 66-70% per i secondi. Come accennato sopra, tale differenza è data da un livello di contribuzione dei lavoratori autonomi più basso (circa il 24% contro il 33% dei dipendenti).

Fig. 2 - Tassi di sostituzione netti per lavoratori dipendenti e autonomi con ipotesi di crescita del PIL dello 0,8%

Fig. 2 - Tassi di sostituzione netti per lavoratori dipendenti e autonomi con ipotesi di crescita del PIL dello 0,8%

Fonte: Settimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano, anno 2020, a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Come per l’età anagrafica, anche nel caso della condizione professionale, il profilo dell’aderente “tipo” non presenta le caratteristiche del soggetto più bisognoso di previdenza complementare: abbiamo visto infatti che lavoratori autonomi e liberi professionisti rappresentano una piccola quota del totale iscritti ai fondi pensione.

L’analisi fin qui condotta suggerisce allora la necessità sempre più stringente, a livello di sistema, di intraprendere adeguate campagne informative al fine di incentivare le adesioni specialmente dei soggetti più scoperti ma anche di indirizzare e consigliare al meglio i soggetti già iscritti alla previdenza complementare riguardo le proprie scelte di investimento.

Michaela Camilleri, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

4/8/2020

 
 

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