Fondi pensione, se il TFR diventa flessibile

Pubblicata in Gazzetta Ufficiale (dopo una gestazione lunga due anni) la legge sulla concorrenza: il punto sui cambiamenti in materia di TFR e adesione alla previdenza integrativa, a cominciare dalla quota determinabile con la contrattazione collettiva

Domenico Comegna

La quota di Tfr da destinare alla previdenza complementare potrà essere determinata dalla contrattazione collettiva. Non solo, ma per i lavoratori disoccupati sarà più facile riscuotere sotto forma di rendita anticipata il capitale accumulato nel proprio Fondo pensione. Sono queste, in estrema sintesi, le novità più importanti in materia contenute nella nuova legge sulla «concorrenza» (n.124/2017 in G.U. n. 189/2017, in vigore dal 29 agosto), approvata dopo oltre due anni di gestazione. Le modifiche all'impianto della previdenza integrativa (decreto legislativo n. 252/2005) vengono incontro quindi alle sollecitazioni della Covip (l'Autorità di vigilanza del settore) con l'obiettivo di agevolare le adesioni anche nelle aziende con meno di 50 dipendenti, per le quali si continua a riscontrare un tasso decisamente basso.

Tutto o niente - La destinazione del Tfr (la vecchia indennità di liquidazione) maturando a un Fondo complementare è una scelta libera del lavoratore, il quale può decidere se lasciare la liquidità nell'impresa, e riscuoterla alla fine della carriera lavorativa, oppure se metterla (per intero) in un Fondo complementare, per avere una rendita integrativa della pensione pubblica obbligatoria. In sostanza, il lavoratore ha solo due alternative: o trasferire l'intera quota del Tfr maturando o lasciarla all'azienda e riceverla una volta cessato il rapporto. Se non viene fatta alcuna scelta, il TFR comunque finisce in previdenza integrativa: nel fondo pensione aziendale o settoriale ovvero, se questi fondi non esistono, a FondInps (fondo pensione operativo all'Inps). Con la modifica contenuta nella nuova legge, invece, gli accordi collettivi (anche a livello aziendale) potranno decidere quanta parte del Tfr potrà essere destinato alla previdenza complementare e quanta lasciarne in azienda. In modo da superare le resistenze dei lavoratori connesse alla perdita integrale di tale forma di liquidità. In assenza di indicazioni da parte della contrattazione collettiva, specifica la nuova norma, il conferimento della quota destinata alla previdenza complementare continua a essere (come prima) per intero (al 100%). In parole povere, la nuova norma concede decisi margini di flessibilità agli accordi, seguendo le osservazioni avanzate dalla Covip, che ha più volte raccomandato questa soluzione affermando che «le fonti istitutive potrebbero definire la misura del Tfr maturando da destinare alla previdenza complementare nel modo più consono rispetto alle esigenze dei soggetti interessati...». Insomma, una nuova formula che dovrebbe far superare la resistenza del lavoratore che non intende perdere l'intero gruzzoletto accumulato durante la sua vita lavorativa.

Il prepensionamento - Per il conseguimento della pensione integrativa valgono gli stessi requisiti fissati per il diritto alla pensione obbligatoria (quella Inps). Una novità della nuova legge riguarda la possibilità di ottenere la pensione integrativa prima (una sorta di prepensionamento). In base alle regole previgenti, la possibilità veniva riconosciuta ai lavoratori in caso di cessazione del lavoro e disoccupati da più di 48 mesi e per un anticipo massimo di 5 anni rispetto ai requisiti ordinari. Più precisamente, le novità sono le seguenti:

a) riduzione a 24 mesi del periodo d'inoccupazione per il diritto all'anticipo della pensione integrativa;

b) l'anticipo può riguardare sia tutta la pensione integrativa e sia parte di essa e può essere richiesta anche in forma di rendita temporanea, cioè fino alla maturazione dei requisiti per il diritto alla pensione obbligatoria;

c) i fondi pensione possono elevare l'anticipo da 5 anni (il minimo previsto per legge) fino al massimo di 10 anni.

Un tavolo pro riforma - La legge prevede, infine, la convocazione di un tavolo di consultazione (con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente) per avviare un processo di riforma delle forme pensionistiche complementari. Tra le finalità di quest'ultima, l'individuazione di strumenti di informazione per l'educazione finanziaria e previdenziale e in materia di forme di gestione del risparmio, inteso alla corresponsione delle prestazioni previdenziali complementari. In sostanza, si mirerà a favorire l’aggregazione dei Fondi pensione negoziali e a spingerli in qualche modo a investire nell’economia italiana, viste le basse percentuali di investimenti domestici. Praticamente, le stesse cose previste nel verbale governo-sindacati del 28 settembre 2016 nella cosiddetta “fase due” della riforma delle pensioni.  

                

Domenico Comegna, Comitato Tecnico Scientifico Itinerari Previdenziali 

28/8/2017

 
 

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