Il 2019 è l'anno dei record, ma le buone notizie finiscono qui

Secondo molti degli indicatori utili a decifrare la sostenibilità del sistema previdenziale italiano analizzati dall'Ottavo Rapporto curato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, il 2019 è stato un anno da record: il mix di anticipi pensionistici, sgravi contributivi e crisi pandemica potrebbe però produrre risultati negativi già dal 2020 

Alberto Brambilla

Il bilancio del sistema previdenziale italiano inserito nel più ampio bilancio dello Stato, analizzato dall'Ottavo Rapporto annuale a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, evidenzia che il 2019 è stato - per le variabili che seguono - l'anno dei record

1) Partiamo dal saldo della gestione previdenziale che è negativo per 20,86 miliardi ma è il miglior risultato dal 2013, molto vicino a quello del 2012. A pesare sul passivo pensionistico sono le gestioni dei dipendenti pubblici ex INPDAP, che presentano un saldo negativo di 33,6 miliardi, il Fondo dipendenti delle Ferrovie dello Stato con 4,37 miliardi di deficit, i coltivatori diretti (-2,3 miliardi), quella degli artigiani, con oltre 2 miliardi di passivo, e alcune gestioni speciali, tra cui Ipost (l’ex ente previdenziale dei dipendenti delle Poste), con un disavanzo di 795 milioni.

Le gestioni obbligatorie INPS in attivo sono quattro: il FPLD, il fondo pensione dei lavoratori dipendenti privati, con un consistente attivo di 20,18 miliardi che si riduce a 6,34 miliardi a causa dei disavanzi dei cosiddetti fondi speciali, la gestione commercianti con più 880 milioni, quella dei lavoratori dello spettacolo (ex ENPALS) con 400 milioni, e la gestione dei lavoratori parasubordinati con un attivo di 7,39 miliardi. Presentano inoltre un saldo positivo di 3,84 miliardi tutte le Casse dei liberi professionisti, con l’eccezione dell’INPGI (l’Ente di previdenza dei Giornalisti), in gravissime difficoltà. 

2) Gli occupati aumentano anche nel 2019 raggiungendo quota 23.376.000 (erano addirittura 70mila in più nel luglio dello stesso anno con un tasso di occupazione totale al 59,2%, e 136mila unità in più rispetto al 2018). A fine 2019 il tasso di occupazione totale è stato pari al 59,1%, quello femminile al 50,1% (49,6% nel 2018) e quello degli over 50, in virtù delle riforme delle pensioni, al 61%: i tassi migliori di sempre, anche se aumentano (+20%) le ore di cassa integrazione a causa della contrazione occupazionale dell’ultimo trimestre del 2019 e il “monte ore lavorato” dei dipendenti resta ancora inferiore del 5% rispetto al livello del 2008. E così pure le ore lavorate nell’anno per addetto, ridottesi dello 0,5% rispetto alle 1.291 del 2018 (circa 300 ore in meno sullo standard). 

3) I pensionati, che nel 2018 avevano registrato il numero più basso degli ultimi 25 anni a 16.004.503, nel 2019 sono aumentati di 30.662 unità, anche se in misura minore rispetto a quanto ci si aspettasse per l’entrata in vigore di Quota 100 e anticipi pensionistici vari (APE, opzione donna, precoci, anticipate); Quota 100 che, oltre a non aver aumentato l’occupazione, ha dunque interrotto la fase di riduzione del numero di pensionati che durava dal 2008. Solo l’elevato numero di cancellazioni delle pensioni baby e dei prepensionamenti in pagamento da oltre 35/40 anni ha contenuto tale aumento. Tuttavia il rapporto attivi pensionati, fondamentale per un sistema pensionistico a ripartizione come il nostro, ha toccato il livello di 1,4578, contro l’1,4521 del 2018, miglior risultato di sempre, nonostante Quota 100.

Figura 1 - Numero di occupati, pensionati e rapporto occupati/pensionati

Figura 1 - Numero di occupati, pensionati e rapporto occupati/pensionati

Fonte: Ottavo Rapporto "Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano", Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

Purtroppo le buone notizie finiscono qui perché il mix di anticipi pensionistici, sgravi contributivi e crisi pandemica ha prodotto -  in base alle prime stime - risultati negativi nel 2020, situazione che perdurerà almeno fino al 2023. Per il 2020 il disavanzo, al netto dei trasferimenti dal bilancio dello Stato, aumenterà a 33 miliardi per poi ridursi gradualmente a poco più di 25 nel 2023. Il numero dei pensionati aumenterà, per effetto dei provvedimenti di prepensionamento e Quota 100, di circa 100mila unità per poi ridursi intorno ai 16,050 milioni nel 2023. L’occupazione nel 2020 si è ridotta di circa 700mila posti di lavoro (473mila l’ultimo dato Istat di ottobre), prevalentemente a tempo determinato.

Quest’anno l'occupazione regolare potrebbe aumentare di 350.000 unità ma ciò dipenderà da alcune variabili, tutte nella disponibilità del governoa) dall'andamento del piano vaccini che, per consentire una ripartenza dell’economia, dovrebbe entro fine giugno immunizzare almeno il 65% della popolazione (39 milioni di italiani). Un obiettivo difficile da raggiungere che dovrebbe essere abbinato a un piano di almeno 2 milioni di tamponi a settimana e, soprattutto, alla disponibilità di terapie efficaci disponibili entro marzo 2021 da usare ai primi sintomi di COVID-19; b) dall'impiego dei fondi europei e soprattutto dall'avvio dello Sblocca Cantieri, con la nomina urgente dei commissari. Questi interventi potrebbero ridurre gli effetti dello sblocco dei licenziamenti prevedibile per giugno e assorbire la maggior parte dei lavoratori in CIG-COVID che, a fine 2020, erano ancora circa 1,8 milioni. Il 2020 è stato del resto l’anno record della CIG con oltre 4 miliardi di ore autorizzate (20 volte la media degli ultimi 3 anni). Senza questo “scatto” sarà difficile centrare gli obiettivi di crescita del PIL e occupazione.

Passando al bilancio nel suo insieme, a fronte di una spesa pubblica totale di 870,74 miliardi, il costo complessivo delle “prestazioni sociali” - il welfare state (pensioni, sanità e assistenza sociale) - è ammontato a 488,336 miliardi, pari al 56,08% dell’intera spesa statale, il livello più elevato da quando questa rilevazione viene fatta (ultimi 12 anni). Se rapportiamo la spesa alle entrate effettive (841,441 miliardi) per il welfare spendiamo il 58% di quanto lo Stato incassa ogni anno. Siamo quindi ai primi posti nel mondo per spesa sociale, anche se la politica e altri potenti influencer sembrano non accorgersi e chiedono continuamente altri sostegni, tutti ovviamente sulle spalle dei nostri figli e nipoti.

Figura 2 - Andamento della spesa sociale e della povertà

Figura 2 - Andamento della spesa sociale e della povertà

Fonte: elaborazioni a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Ma come si finanzia questa enorme spesa? Per finanziarla occorrono ovviamente tutti i contributi sociali e quasi tutte le imposte dirette (IRPEF, IRAP, IRES, ISOST, nazionali e territoriali) sicché per finanziare investimenti, scuola, università e ricerca - in una parola, il “futuro” del Paese - restano solo le imposte indirette e, purtroppo, tanti debiti. Tuttavia, a differenza della credenza comune che individua nelle pensioni il grosso della spesa sociale, al netto dell’assistenza queste costano 210 miliardi lordi e su questo importo lo Stato preleva IRPEF per circa 54 miliardi, con il che la spesa netta è inferiore a 157 miliardi, totalmente finanziata dalla produzione (aziende e lavoratori). Per inciso, l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL, anche considerando le integrazioni al minimo e la GIAS dei dipendenti pubblici, al lordo dell’IRPEF è pari al 12,88%, in linea con la media Eurostat.

La separazione tra assistenza e previdenza è pressoché indicata nel Rapporto con l’augurio che possa servire alla Commissione recentemente insediatasi al Ministero del Lavoro. Il grosso del costo, ormai fuori controllo, è dovuto alla spesa assistenziale a carico della fiscalità generale, passata dai 73 miliardi del 2007 ai 114,27 del 2019 e che nel 2020 aumenterà ancora di molto. Manca ancora a distanza di 15 anni la “banca dati dell’assistenza” che consentirebbe aiuti più mirati verso coloro che hanno realmente necessità, mentre attualmente molte prestazioni assistenziali - compreso il reddito di cittadinanza e la pensione sociale - vanno a malavitosi ed evasori totali. Nel 2019 su 16 milioni di pensionati, quasi la metà erano totalmente o parzialmente assistiti e a carico della fiscalità generale; nello stesso anno, su 1,2 milioni di nuove prestazioni erogate dall’INPS  (anche qui una enormità di prestazioni pari al 2% della popolazione) la metà sono state di natura assistenziale.

Figura 3 - Redistribuzione della ricchezza in Italia

Figura 3 - Andamento della spesa sociale e della povertà

Fonte: elaborazioni a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Il problema sarà la sostenibilità di questa spesa, visto che il 43,88% dei contribuenti versa solo il 2,42% di IRPEF, un altro 13,84% versa il 6,56%. In totale il 60% di italiani versa poco più del 9% di IRPEF pari a circa 16 miliardi, ma ne riceve “in cambio” per la sola sanità 50,3, altri 70 miliardi per l’assistenza e 54 per l’istruzione. Totale 174,3 miliardi a carico del restante 40% della popolazione, ma soprattutto del 13% (redditi da 35mila euro in su) che versano quasi il 60% di tutta l’IRPEF. Difficile in queste condizioni sostenere l’attuale livello di welfare.

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

15/2/2021

L'articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, L'Economia del 15/2/2021
 
 

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