Il nostro sistema previdenziale sarà sostenibile in un'Italia più anziana?

Nei prossimi anni la sostenibilità finanziaria e sociale del sistema pensionistico italiano dipenderà molto anche dalla capacità della politica di gestire l'incremento della speranza di vita: active ageing, prevenzione e politiche attive del lavoro le strade da intraprendere per migliorare la stabilità della nostra previdenza

Alberto Brambilla

Come previsto Quota 100 non verrà rinnovata. La soluzione probabile alla fine del dibattito parlamentare sarà: a partire dall’1 gennaio 2022 “Quota 102” con 64 anni di età, 38 anni di contributi, con un numero limitato di contribuzioni figurative al fine di premiare il lavoro; “Quota 103”, con 64/39 o 65/38 a partire dal primo luglio del 2023; un parziale rinnovo per i disoccupati di APE sociale, di Opzione Donna ma con 60 anni di età e 35 di contributi, magari con il calcolo contributivo per il solo periodo dall’1 gennaio 1996; e un uso sempre più intensivo dei contratti di espansione e dei fondi di solidarietà. 

Fino al 2026 sarà poi in vigore la cosiddetta pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne, strada di pensionamento che dovrebbe comunque restare con queste caratteristiche anche in futuro, perché l’indicizzazione delle anzianità contributive all’aspettativa di vita è tecnicamente un errore. Come si fa a mandare in pensione un soggetto che ha 67 anni di età e 20 di contributi (dei quali magari una parte figurativi) e negare il diritto a chi ha lavorato più del doppio? Tuttavia le forze politiche, nel discutere questo delicato tema dovranno considerare anche l’invecchiamento della popolazione e rispondere alla domanda: “Il nostro sistema previdenziale sarà sostenibile in un’Italia più anziana”? Nella speranza che i partiti guardino all’interesse del Paese, e soprattutto al futuro delle giovani generazioni, cercheremo di dare qui qualche indirizzo, speriamo utile.

A oggi il nostro sistema pensionistico è sostenibile e lo sarà anche tra 15 anni, nel 2035, quando le ultime frange dei baby boomer nati dal Dopoguerra al 1980 si saranno pensionati. In termini previdenziali il pensionamento di queste numerose coorti è in effetti fondamentale, perché dal 1959 al 1977 le nascite sono state oltre le 800mila unità con punte tra il 1964 e il 1975 di circa un milione di nati ogni anno.

Perché si mantenga la sostenibilità pensionistica, sono necessarie alcune condizioni. 

 

Le età di pensionamento

Premesso che anche un aumento delle nascite, mantra che caratterizza gran parte degli interventi sul tema, non risolverebbe il problema dell’aumento della forza lavoro (nel 2035/2040 un nato nel 2022 sarebbe ancora sui banchi di scuola), gran parte della responsabilità sul livello della sostenibilità è sulle spalle della politica. Politica che deve invertire la rotta di questi ultimi 10 anni nei quali l’età effettiva media di pensionamento si è ridotta a meno di 62 anni contro una media OCSE vicina ai 65, con grave rischio per la sostenibilità previdenziale e finanziaria (si ricordi l’ingente debito pubblico) delle future generazioni. Infatti, dal 2012, tra 9 salvaguardie (le prime due fatte da Fornero), precoci, APE sociale, Quota 100  - che scade proprio a fine anno - e l’ultima invenzione dei “lavori gravosi”, di cui non v’è alcuna traccia nella letteratura medico-scientifica, e senza dimenticare la pensione e il reddito di cittadinanza, oltre 850mila lavoratori (85mila l’anno) sono andati in pensione con i requisiti di età molto bassi, riducendo gran parte dei risparmi previsti dalla stessa riforma Monti-Fornero.

Occorre quindi correlare l’età di pensionamento alla speranza di vita, che in Italia è tra le più elevate a livello mondiale. Ma per alzare le età occorre riformare pesantemente l’organizzazione del lavoro; e qui veniamo al secondo punto. 

 

Invecchiamento attivo

Giusto dare flessibilità al sistema pensionistico ma è necessario migliorare di pari passo l’organizzazione del lavoro che, in Italia, è ancora arretrata. Non si può andare sui ponteggi, in fonderia, alla guida di mezzi pubblici e così via, oltre una certa età. Occorre semmai programmare la carriera lavorativa prevedendo, al crescere dell’età, il passaggio a mansioni sempre più consone all’anagrafe e allo stato di salute del lavoratore: necessità di cui imprese, sindacato e politica in questi ultimi anni non si sono mai occupati, ma che diventa improrogabile in presenza dell’invecchiamento della popolazione. 

 

Prevenzione

Anche qui il nostro Paese, che è tra i primi per aspettativa di vita, è arretrato nel progettare una vecchiaia in buona salute (ne sono la prova le troppe persone non autosufficienti). Duole osservare che da noi manca addirittura una normativa e una gestione pubblica e privata per affrontare questo fenomeno che si amplierà molto nei prossimi anni; peraltro, manca anche una legge organica sull’assistenza sanitaria integrativa che farebbe assai bene a tutti, finanze dello Stato comprese. 

 

Il mercato del lavoro

Mercato del lavoro che oggi vede la quasi totalità della spesa pubblica indirizzata verso le politiche passive/assistenziali e poco o nulla su politiche attive, formazione professionale e formazione continua, indispensabili ai fini di un invecchiamento attivo. Bisogna invertire la rotta con meno sussidi e più incentivi al lavoro, per poi sostituire gran parte degli anticipi pensionistici con il “secondo pilastro del sostegno al reddito”, vale a dire fondi di solidarietà, fondi esubero, contratti di espansione e isopensione. 

Quindi sistema sostenibile sì, ma a condizione che la politica faccia le cose per bene. 

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

26/10/2021

L'articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, L'Economia del 25/10/2021
 
 

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