Introdurre flessibilità nella rigida riforma Monti-Fornero è possibile: lavoratori precoci e donne

Non solo esodati, la riforma Monti-Fornero ha prodotto alcune rigidità, che potrebbero essere appianate con qualche "ritocco": il commento e le proposte del Prof. Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, in materia di pensioni per donne e lavoratori precoci 

Alberto Brambilla - @AlBrambilla

La riforma Delle pensioni "targata" Fornero ha introdotto una serie di rigidità che hanno prodotto non solo gli "esodati", fenomeno in via di conclusione, se non già concluso, ma anche problematiche che si riflettono sui cosiddetti lavoratori "precoci" e in parte sulle donne.

Premettendo che la citata riforma non può e non deve essere cancellata, va pur detto che sulla base dei bilanci sostanzialmente in pareggio e con probabilità di surplus nel medio termine del sistema pensionistico, qualche ritocco può essere fatto. Del resto, anche la legge di riforma al comma 28, dell'art. 24, rendendosi forse conto della eccessiva rigidità, prevedeva l'istituzione di una Commissione per valutare "eventuali forme di gradualità di accesso alla pensione". Comma rimasto inevaso, come il successivo 29 per l'educazione previdenziale e il 30 per il tavolo tra le parti sociali.

Prendiamo i precoci, cioè quei lavoratori che hanno iniziato a lavorare prima dei 19 anni, diceva la legge Dini del 199), o prima dei 20/21 anni, diremmo noi oggi. Per loro, pur essendo state eliminate (prima solo fino al 2017, ora definitivamente) le penalizzazioni per chi matura l'anzianità contributiva prima dei 62 anni (1% per anno fino a 60, poi 2% per età più basse: se si va in pensione a 58 anni l'importo è ridotto del 6%), occorre pur sempre aspettare i 42 anni e 10 mesi di anzianità, che aumenteranno di 3 mesi nei prossimi anni e così via. Sono persone che vista l'età di inizio lavoro non fanno attività da scrivania e quindi, diremmo noi, 41 anni di lavoro dovrebbero bastare. La citata legge Dini prevede che ogni anno lavorato prima dei 19 valga 1,5 anni, sicché chi ha iniziato l'attività lavorativa a 16 anni beneficia di uno sconto di 1,5 anni (saremmo vicini ai 41 anni agognati).

Peccato che questa regola valga solo per i contributivi puri (quelli che hanno iniziato a lavorare dall'1/1/1996). Per gli altri nessuno sconto. Considerato il bilancio delle pensioni, che come abbiamo visto è in buona salute, introdurre questa norma anche per i "misti", cioè per tutti quelli che al 31/12/1995 già lavoravano, risolverebbe molti problemi. Resta tuttavia il nodo di fondo dell'indicizzazione dell'anzianità contributiva che ben due ordini del giorno approvati da Camera e Senato invitavano il Governo (Monti), che accettava, a rivedere. Portare l'anzianità contributiva a 41 anni, (magari escludendo le anzianità figurative superiori a 2 anni), sarebbe una correzione equa e risolverebbe, senza eccessivi costi per lo Stato, molte situazioni precarie.

Per le donne visto che la cosiddetta "opzione donna" che introdussi nel 2004 con Maroni e Tremonti, è ormai scaduta e non proponibile alle vecchie condizioni, si potrebbe optare per l'introduzione combinata della norma sopra citata accompagnata da un "bonus" di 8-10 mesi per ogni figlio, fino ad un massimo di tre (ma lasciamo alla politica la determinazione dei mesi e del numero di figli che concorrono alla quantificazione  dell'anticipo). A queste condizioni, applicando, ai fini del calcolo contributivo, un'anzianità contributiva maggiorata del bonus, la pensione si potrebbe percepire  con qualche anno di anticipo e per un valore più elevato. Forme di flessibilità che aiuterebbero e magari incentiverebbero anche una maggiore maternità, il che, di questi tempi, non guasta. 

21/3/2017

 
 
 

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