Le scelte di investimento degli iscritti ai fondi pensione alla prova del coronavirus

Il perdurare dell'emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del coronavirus sta mettendo a dura prova i mercati finanziari, la cui volatilità influenza inevitabilmente anche i rendimenti dei comparti dei fondi pensione. Per gli iscritti, da un lato, è importante non fare scelte avventate che potrebbero riflettersi negativamente sulle singole posizioni e, dall’altro, l’occasione è utile per riflettere sull’adeguatezza dei propri portafogli previdenziali 

Michaela Camilleri

Il perdurare dell’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del coronavirus sta mettendo a dura prova il sistema economico e i mercati finanziari, la cui volatilità influenza inevitabilmente anche il risparmio previdenziale. Alcuni fondi pensione stanno pertanto invitando i loro iscritti a riflettere bene sulla possibilità di richiedere eventuali cambi di comparto d’investimento, liquidazioni o trasferimentiPoiché i comparti finanziari, in questo momento, risentono degli andamenti negativi dei mercati, è evidente che un’uscita immediata renderebbe definitive le perdite subite, escludendo la possibilità di beneficiare di futuri recuperi del mercato.

Nonostante l’eccezionalità della situazione possa indurre l’iscritto a compiere scelte avventate, è bene non farsi sopraffare dall’impulsività e dall’emotività.  In linea di massima, i risparmiatori sono particolarmente avversi alle perdite, tendenza che li porta ad attribuire maggior rilevanza alla perdita potenziale del denaro investito piuttosto che al guadagno che ne potrebbe derivare. E così capita spesso che, in un momento di difficoltà, scelgano di cambiare linea o prodotto di investimento senza considerare l’orizzonte temporale di investimento prefissato. Tuttavia, se, come nel caso dei fondi pensione, si tratta di un investimento di lungo periodo non bisogna farsi influenzare dalle performance di breve termine poiché vi saranno buoni margini per superare i picchi negativi, per quanto importanti possano essere. 

Questa riflessione sull’importanza di non cambiare comparto, o addirittura prodotto, proprio in questo momento di elevata volatilità dei mercati finanziari è utile per valutare il posizionamento degli iscritti nei diversi profili di investimento proposti dal fondo pensione. In tal senso viene in aiuto l’analisi realizzata dalla COVIP nell’ultima Relazione per l’anno 2018 che approfondisce le scelte di investimento degli iscritti ai fondi pensione e la loro esposizione in particolare alla componente azionaria. È bene premettere fin da subito che calcolare la quota di azioni presente nei portafogli dei singoli iscritti non è un semplice esercizio finanziario ma consente di trarre indicazioni sull’adeguatezza dei portafogli rispetto all’obiettivo previdenziale, nonché sulla coerenza riguardo ad alcune caratteristiche individuali come, ad esempio, l’età. Una buona regola è quella di posizionarsi su profili più “rischiosi”, cioè con un maggior peso della componente azionaria, nei primi anni della carriera lavorativa, per poi spostarsi gradualmente su profili più “conservativi” all’approssimarsi dell’età di pensionamento. Secondo questa logica alcuni fondi pensione propongono piani life-cycle o soluzioni più innovative come il Percorso Previdenziale Ideale di Solidarietà Veneto, che consente di ovviare proprio al rischio che lo switch tra i comparti avvenga in un momento particolarmente sfavorevole.

In realtà, ciò che risulta dall’analisi dell’Autorità di vigilanza è la prevalenza dei profili caratterizzati da una minore quota di azioni: il 43,7% degli iscritti è concentrato nei comparti garantiti e il 12,4% in quelli obbligazionari, il 37,5% nei comparti bilanciati e solo il restante 6,4% nei comparti azionari. Guardando alle diverse tipologie di fondi pensione, circa il 25% degli iscritti ai fondi negoziali e il 20% ai fondi aperti ha un profilo garantito; tale percentuale sale al 43,8% nei fondi preesistenti (si tratta delle gestioni assicurative) e al 75,8% nei PIP (gestioni separate di ramo I). Gli aderenti che si posizionano su profili bilanciati e azionari sono circa il 67% nei fondi aperti, percentuale che si riduce al 57% nei fondi negoziali, al 40% nei fondi preesistenti e del 20% nei PIP; in generale, la percentuale di iscritti con profilo azionario risulta significativa solo per i fondi aperti

Osservando la distribuzione degli iscritti per profilo di investimento e classi di età nelle diverse tipologie di fondi pensione (figura 1), gli iscritti ai PIP scelgono in larga prevalenza e a prescindere dall’età un profilo garantito, mentre per gli iscritti alle altre tipologie di forma si notano tendenze all’aumento del peso delle linee garantite al crescere dell’età. Per quanto riguarda i fondi negoziali, si osserva la sostanziale stabilità della quota di iscritti con profili azionari (molto bassa a prescindere dall’età), l’ampia prevalenza di iscritti di età compresa tra 35 e 54 anni con profilo bilanciato e l’aumento della frequenza dei profili meno rischiosi al crescere dell’età. Nei fondi aperti, il peso delle linee azionarie è relativamente maggiore rispetto alle altre forme per tutte le classi di età, così come risulta minore l’incidenza dei comparti garantiti.

Figura 1 - Iscritti per profilo di investimento e classi di età nelle singole tipologie di forma pensionistica 
(dati di fine 2018, valori percentuali)

Figura 1 - Iscritti per profilo di investimento e classi di età nelle singole tipologie di forma pensionistica

Fonte: COVIP, Relazione per l’anno 2018

Fin qui le scelte di investimento degli iscritti sono state valutate sulla base delle diverse soluzioni offerte dai fondi pensione, classificate in quattro profili principali (azionario, bilanciato, obbligazionario e garantito). Ciò, da un lato, permette di fare confronti agevoli ma, dall’altro, porta a includere nella stessa categoria anche linee di investimento piuttosto diverse rispetto alla quota di azioni detenuta (come nel caso, ad esempio, delle linee bilanciate verso le quali si indirizza la scelta di quasi il 40% degli iscritti). Scendendo allora nel dettaglio delleffettiva esposizione azionaria delle singole posizioni individuali, la COVIP offre questo approfondito spaccato (figura 2): nei fondi negoziali la quota azionaria si mantiene stabile intorno al 25% dai 20 fino ai 65 anni; anche nei PIP, il cui prodotto principale sono le gestioni separate di ramo I, caratterizzate dalla larga prevalenza di titoli di debito, la percentuale di azioni detenuta è costante (tra il 20 e il 25%) su tutto l’intervallo anagrafico; nei fondi aperti invece si registra una maggiore tendenza a ridurre la percentuale di azioni al crescere dell’età, dal 45-50% intorno ai 30 anni fino al 30% a 65 anni, così come nei fondi preesistenti in cui la quota azionaria scende nello stesso ampio arco anagrafico dal 30 al 20% del portafoglio.

Figura 2 – Quota azionaria nei portafogli previdenziali degli iscritti per tipologia di forma 
(dati di fine 2018, valori percentuali)

Figura 2 – Quota azionaria nei portafogli previdenziali degli iscritti per tipologia di forma (dati di fine 2018, valori percentuali)

Fonte: COVIP, Relazione per l’anno 2018

Quali sono le ragioni alla base di queste differenze nell’esposizione azionaria? Innanzitutto, la struttura dell’offerta di opzioni di investimento: nei fondi negoziali i comparti bilanciati - i più diffusi in termini di scelte degli iscritti - hanno il 31% di azioni e quelli azionari il 64%; nei fondi aperti, le azioni costituiscono il 45% del portafoglio delle linee bilanciate, anche qui le più diffuse tra gli iscritti, e l’87% di quelle azionarie. Nei PIP, invece, tali percentuali sono, rispettivamente, il 53 e l’83%, ma la gran parte del patrimonio complessivo, come si diceva, è accumulata presso le gestioni separate di ramo I. Anche la diffusione di piani di tipo life-cycle è diversa: essi sono offerti da due fondi negoziali per un totale di quasi 5.000 posizioni (lo 0,2% del totale); dieci fondi aperti per 251.000 posizioni (il 17% del totale) e 27 PIP per 370.000 posizioni interessate (l’11% del totale).

Per riassumere le indicazioni che giungono dall’analisi di questi dati, i risultati suggeriscono l’assenza di una vera e propria logica life-cycle nella costruzione dei portafogli previdenziali degli iscritti. In linea generale, la sostanziale stabilità dell’esposizione azionaria rispetto all’età indica che la quota azionaria nelle età di lavoro più basse può essere considerata subottimale se paragonata alla lunghezza dell’orizzonte temporale mancante al pensionamento; viceversa, per le età più anziane essa si posiziona su percentuali forse elevate rispetto all’imminente raggiungimento dell’età pensionabile e, quindi, alla necessità di preservare per quanto possibile il montante fino a quel momento accumulato.

Situazioni di mercato particolarmente critiche come quella che stiamo attraversando in questo periodo possono allora essere occasioni utili per riflettere sull’adeguatezza del proprio portafoglio previdenziale.

Michaela Camilleri, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

15/4/2020

 
 

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