Legittimo il bonus Poletti: il punto sulla decisione della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale ha respinto le censure di legittimità sollevate sul decreto in materia di perequazione delle pensioni: cosa stabilisce la sentenza

Domenico Comegna

Disinnescata la mina della perequazione delle pensioni. Il cosiddetto “bonus Poletti” (riferito al Ministro del Lavoro Giuliano Poletti), ossia il contentino erogato ai pensionati per riparare al blocco 2012/2013 dell’indicizzazione degli assegni d’importo superiore a 1.405 euro, è legittimo. Anzi, hanno spiegato i giudici dell’Alta Corte in Camera di Consiglio, «la nuova e temporanea disciplina (prevista dal decreto-legge n.65 del 2015) realizza un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica». Respinte dunque le numerose censure mosse (da ben 14 tribunali) al decreto d’urgenza varato dal Governo in seguito alla bocciatura del predetto blocco biennale da parte di una precedente sentenza (la n. 70/2015) della stessa Consulta.  Restano così a bocca asciutta i circa 6 milioni di pensionati che intendevano riottenere per via giudiziaria quanto loro negato in via legislativa: l’attribuzione piena della rivalutazione. Bisogna dunque mettersi l’anima in pace e accontentarsi del “bonus”, e cioè degli aumenti risicati, giudicati legittimi. A guadagnarci di più è comunque il bilancio pubblico. Una sentenza sfavorevole avrebbe pesato sui conti pubblici per circa 30 miliardi di euro, cifra ricavata dalla relazione di accompagnamento al disegno di legge di conversione del decreto 65/2015.

La perequazione -  È l’automatismo che consente l’adeguamento delle pensioni al costo della vita Istat, al fine di salvaguardare, in qualche misura, il reale potere d’acquisto. La disciplina risale alla legge Finanziaria 1999, modificata più volte, specie negli anni di crisi per ridurre la spesa pubblica. Dal 2001 la perequazione attribuisce questi aumenti: 100% dell’Istat alla quota di pensione fino a tre volte il minimo Inps; 90% alla quota fra tre e cinque volte; 75% alla quota superiore a cinque volte.  Ad eccezione del 2008 (non ci fu perequazione per le pensioni superiori a otto volte il minimo), il criterio è rimasto valido fino al 2011. Negli anni 2012 e2013, la riforma Fornero (l’ormai famoso decreto “Salva Italia”, D.L. n. 201/2011) ha attribuito la rivalutazione al 100% alle pensioni fi no a 3 volte il minimo e nessuna a quelle d’importo superiore. L’operazione, però, come detto, è stata censurata dalla sentenza n. 70/2015. Sentenza che da una parte rendeva felici i pensionati, ma dall’altra gettava nel panico il Governo temendo ripercussioni sui già difficili conti pubblici. Naturale conseguenza sarebbe dovuta essere la soppressione della norma incostituzionale, vale a dire il riconoscimento delle rivalutazioni non concesse nel biennio 2012/2013 (al 90% per la quota di pensione fra 3 e 5 volte il trattamento minimo; e al 75% per la quota oltre 5 volte); nonché ricalcolare le pensioni nel 2014 e 2015 e negli anni successivi tenendo conto delle rivalutazioni (2012 e 2013) non attribuite.

Il contentino -  Consapevole dell’impossibilità di scaricare sul bilancio statale la spesa necessaria ad applicare la sentenza , il Governo corse ai ripari introducendo una misura ad hoc, battezzata bonus Poletti, con il D.L. n. 65/2015 convertito in legge n. 119/2015. L’operazione ha portato alla rielaborazione delle perequazioni dal 2012 al 2015: per gli anni 2012 e 2013: 100% fi no a tre volte il minimo; 40% oltre tre e fino a 4 volte; 20% oltre 4 e fino a 5 volte; 10% oltre 5 e fino a 6 volte; nessuna rivalutazione oltre 6 volte il minimo. Inoltre, per gli anni 2014 e 2015 la rivalutazione 2012 e 2013 è stata considerata in misura ridotta, cioè al 20%; e per l’anno 2016 al 50%.

Effetto trascinamento -  Vale la pena sottolineare che il blocco della rivalutazione non interessa solo le annualità in cui ha effettivamente operato il congelamento, ma si trascina in modo strutturale in tutti gli anni successivi. Infatti, la mancata indicizzazione riduce la base del rateo di pensione su cui ogni anno si applica la perequazione e, quindi, l'importo messo in pagamento risulta ogni anno inferiore. Vediamo, facendo un conto approssimativo e sommario, quale risulta in realtà il danno reale provocato dal blocco. Osserviamo, ad esempio, il caso di un assegno Inps dell’importo di 2.500 euro alla data del dicembre 2011: a gennaio 2015 è stato pagato in misura pari a 2.518 (1.843 euro netti). Anche questo assegno è ripartito, nel gennaio 2014, con le nuove e più severe regole sull’indicizzazione intervenute nel frattempo.  Senza il congelamento dell’Istat, il vitalizio, a gennaio 2015, risulterebbe pari a 2.655 euro (1.923 al netto dell’Irpef), 137 euro in più di quella riscossa all’inizio del 2016, anno in cui l’inflazione è risultata pari a zero.  Non bisogna dimenticare, infine, che dal 1992 tutte le rendite non sono più agganciate agli aumenti contrattuali dei lavoratori in attività, come avveniva nella Prima Repubblica. Ma solo all’inflazione (e in modo parziale). In vent’anni, insomma, gli assegni Inps hanno visto praticamente evaporare il loro potere d’acquisto

Il tormentone della rivalutazione delle pensioni

Domenico Comegna, Comitato Tecnico Scientifico Itinerari Previdenziali

26/10/2017

 
 
 

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