Niente blocco all’aumento dell’età di pensione

Governo e sindacati ancora distanti sull'aumento dell'età pensionabile, malgrado il piano dell'esecutivo  per escludere dall'incremento le categorie disagiate. I principali nodi della trattativa in corso

Domenico Comegna

Nella trattativa tra Governo e sindacati sulle pensioni non trova spazio il rinvio dell’adeguamento demografico, che porterà la soglia anagrafica a 67 anni nel 2019. Su questo punto l’esecutivo non è disposto a cedere, ma solo ad allargare la platea dei lavoratori già oggi esclusi, aggiungendo alle attuali 11 attività, altri 4 profili professionali: operai siderurgici, braccianti agricoli, lavoratori marittimi e pescatori. In pratica, le undici attività attualmente considerate per il pensionamento agevolato diverrebbero così quindici. In tutto 20-30 mila persone l’anno per un costo di qualche centinaio di milioni di euro (10% dei pensionamenti stimati per il 2019). Inoltre, cosa importante, c'è la promessa di valutare una rivisitazione del meccanismo di calcolo dell’adeguamento alla speranza di vita, tenendo in maggior conto i cali della stessa (si è verificato nel 2015 e potrebbe riverificarsi nel 2017) e allungando lo scatto, da biennale a triennale. Insomma, un meccanismo più soft, senza scossoni per i conti pubblici. Restando sul tema, vale la pena fare infine quattro chiacchiere per sfatare il “mito” dell’età pensionabile più alta del mondo, una diceria ormai presente solo nei talk show e non anche nella realtà. Ma cominciamo col distinguere i lavori “usuranti” da quelli “gravosi”.

Lavori usuranti - Le categorie dei beneficiari sono quelle già individuate nel 2011 (decreto legislativo n. 67), come, ad esempio, chi lavora nella produzione a catena, in galleria, in spazi ristretti, chi esporta amianto, ecc. (vedi elenco completo nella tabella sottostante). Ebbene, questi lavoratori possono continuare ad andare in pensione con il “vecchio” sistema delle quote: 61 anni e 7 mesi di età e 36 anni di contributi, oppure 62 anni e 7 mesi e 35 di contributi (si contano anche le frazioni di anno). Nessun problema con la speranza di vita. Infatti, grazie alla Legge di Bilancio 2017, i suddetti requisiti non sono soggetti agli adeguamenti demografici sino a tutto il 2026, né devono più aspettare l’apertura della cosiddetta “finestra mobile”: 12 o 18 mesi dal perfezionamento dei suddetti requisiti. Gli interessati dovranno dimostrare di aver svolto le suddette attività per almeno 7 negli ultimi 10 anni di lavoro, oppure, in alternativa, per almeno la metà della vita lavorativa complessiva. L’unico adempimento burocratico loro richiesto è, per così dire, la prenotazione. Devono avanzare richiesta di pensionamento anticipato entro il primo maggio dell’anno precedente a quello in cui si maturano i requisiti. La richiesta non è da confondere con la domanda di pensione che sarà presentata solo in un momento successivo, dopo la comunicazione da parte dell’Inps di accoglimento della domanda di accertamento di lavoro usurante. Peraltro, la presentazione della domanda oltre il termine previsto comporta, in caso di accertamento positivo dei requisiti, il differimento del diritto alla decorrenza da uno a tre mesi a seconda dei mesi di ritardo: un mese, per un ritardo della presentazione massimo di un mese; due mesi, per un ritardo della presentazione superiore ad un mese ed inferiore a tre mesi; tre mesi per un ritardo della presentazione pari o superiore a tre mesi.

Lavori gravosi - Gli addetti alle mansioni gravosi sono i dipendenti addetti alle 11 attività indicate nella Legge di Bilancio 2017, i quali svolgono, al momento del pensionamento, da almeno 6 anni in via continuativa attività lavorative per le quali è richiesto (testuale) “un impegno tale da rendere particolarmente difficoltoso e rischioso il loro svolgimento in modo continuativo”. Si tratta, più precisamente: degli operai dell'industria estrattiva e dell'edilizia; dei conduttori di gru, di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni; dei conciatori di pelli e pellicce; i conduttori di convogli ferroviari e personale viaggiante; i conduttori di mezzi pesanti e camion; professioni sanitarie infermieristiche con lavoro organizzato in turni; gli addetti all'assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza (le badanti); gli insegnanti della scuola dell'infanzia; il personale non qualificato addetto a servizi di pulizia; i facchini e gli operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori rifiuti. Tutti costoro, se hanno compiuto i 63 anni di età ed accumulato almeno 36 anni di contributi, possono accedere all’Ape sociale, ossia il sussidio (a carico dello Stato) corrisposto dall’Inps sino all’età della pensione di vecchiaia. Come dicevamo, l’ultimo faccia a faccia tra Governo e sindacati pare orientato ad un allargamento delle attuali undici attività, con l’aggiunta di altre quattro (siderurgici, braccianti agricoli, lavoratori marittimi e pescatori). Inoltre, a quanto è dato sapere, la proposta del Governo prevedrebbe una apposita commissione con Inps, Inail, Istat, i Ministeri della Salute, del Lavoro e dell'Economia e i sindacati, che lavori fino a giugno (o settembre), per definire meglio le differenze della speranza di vita in base al lavoro che si svolge. Una differenziazione dei requisiti previdenziali sulla base delle mansioni. In sostanza: dimmi che mestiere fai e ti dirò a che età andrai in pensione. Senza rinvio del decreto ministeriale atteso entro fine anno per l’innalzamento a 67 anni dell’età dal 2019. L'ipotesi dello stop, inoltre, sarebbe limitata al solo requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia e non anche a quello contributivo (42 anni e 10 mesi) richiesto per la pensione anticipata che, quindi, dal 2019 continuerebbe a salire. 

L’età sul tetto del mondo - L’Italia vanta davvero il primato internazionale in termini di età di pensionamento, come si sente spesso dire quando si parla di pensioni? La risposta, in realtà, cerca proprio di sfatare questo falso mito. In proposito occorre innanzitutto fare chiarezza tra età legale  e età media effettiva di pensionamento. Basta dare uno sguardo alle statistiche Ocse sui sistemi pensionistici (anni di riferimento 2009-2014) per scoprire che non è vero che il record è nostro. Come detto, conta l’età effettiva di pensionamento e non quella legale, visto che ovunque sono previste deroghe o forme di flessibilità che consentono ritiri dal mercato del lavoro prima dell’età di vecchiaia. Ebbene l’Italia è battuta nella classifica dei ritiri ad età più avanzata da diversi paesi del nord Europa. Non solo, si scopre anche, sempre sfogliando le statistiche Ocse, che l’età effettiva di pensionamento è andata calando un pò ovunque dagli anni Settanta in poi, salvo risalire negli ultimi anni. In Italia, per esempio, gli uomini andavano in pensione a un’età effettiva di 65 anni in media negli anni ’70, contro i 61 anni e 4 mesi del 2014. Si vede che all’epoca, con un mercato del lavoro in espansione e nonostante la durezza di molte mansioni - le tecnologie di oggi erano molto limitate - si lavorava più a lungo senza grandi problemi. Insomma, alla luce di questi dati, guardando cioè l’età legale piuttosto che quella effettiva alla decorrenza della pensione, non è realistico sostenere che i nostri sono i requisiti più severi al mondo. C’è, per chiudere, da smentire un’altra fake news, secondo la quale l’innalzamento dell’età sarebbe tra le principali ragioni della disoccupazione giovanile, a causa del rinvio del pensionamento dei lavoratori più anziani. 

Breve storia età vecchiaia

Attività gravose e lavori usuranti

Domenico Comega, Comitato Tecnico Scientifico Itinerari Previdenziali

17/11/2017

 
 

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