Pension Markets in focus 2016: tutti i dati aggiornati di Ocse sui fondi pensione

Nel suo report annuale, Ocse ha presentato i dati aggiornati sui fondi pensione delle diverse nazioni per natura, risorse e sviluppo 

Alessandro Bugli - @a_bugli

La recente uscita del Pension Markets in focus 2016 di OCSE è l’occasione per alcune riflessione sull’andamento e lo sviluppo dei fondi pensione a livello globale. Proviamo, in questa prima puntata, ad affrontare la materia con un angolo visuale più ampio e meno fondato sulle sole dinamiche nostrane. Gli spunti che se ne ricavano non sono affatto trascurabili; tanto più per tutti i ragionamenti svolti e da svolgersi per lo sviluppo del “secondo” pilastro e l’eventuale nascita di un terzo “colonnino” previdenziale.

Dal campione dei paesi OCSE e non OCSE presi a riferimento si ricava che:

  • Gli asset dei fondi pensione ammontano a circa 34 mila miliardi di euro
  • I fondi dei Paesi OCSE hanno “in pancia” la maggior parte di questi asset, circa 33 miliardi
  • mentre, i non OCSE, circa 1,1 miliardi

Siamo al cospetto, quindi, di uno dei più sbalorditivi investitori istituzionali per quantità di risorse disponibili.

Ecco a voi, il fondo pensione.

Il tema oggetto del report di quest’anno è sintetizzabile nel seguente quesito: è vero che più sono i fondi pensione presenti in un determinato Paese, meno sono i risultati netti di gestione ottenibili dagli aderenti?

Non arriveremo, qui, oggi, subito, alla risposta.

Proviamo, per il momento, a porre le necessarie premesse di contesto che ci aiuteranno a dare futura risposta.

Un interessante primo dato viene dal confronto per Paesi in merito alla dimensione (in USD) dei fondi pensione a livello globale. Più è largo il cerchio, più il fondo dispone di importanti asset. Gli Stati Uniti la fanno da padrone. In Europa, “svettano” UK, Olanda e Svizzera. Non trascurabile neppure il dato di Giappone e Australia. Interessante le esperienze di Brasile, Cile e Sud Africa. Per nostro interesse, ho provato a isolare l’Europa, e pur nella confusione dei cerchi, l’Italia è ancora – relativamente - una piccola circonferenza:

I dati Ocse 2016 sui fondi pensione

Ora il dato più utile, parametrato al PIL di ogni singola realtà. OCSE e non OCSE. L’Italia, come più volte accennato, riposa ai piedi della classifica sia dei Paesi OCSE (8,7% su una media aritmetica di 49,5%, peggio ancora se prendessimo la ponderata, pari a 123,6%) che – se fosse tale – di quelli non OCSE (8,7% rispetto a una media aritmetica del 16,8% e una ponderata del 36,3).

Se, ora, riproponessimo i famosi cerchi, disegnandoli in funzione dei dati di cui sopra, scopriremmo in realtà che il mondo è fatto così (e l’Italia è un “cerchietto” nei più grandi cerchi di alcune altre realtà europee):

I dati aggiornati Ocse sui fondi pensione (report annuale 2016)

 

Attenzione, però, che dietro un apparente confronto omogeneo, si scoprono realtà molto diverse. Spieghiamo meglio. Cosa si intende per “forma pensionistica complementare”? Fondi pensione, polizze, riserve appostate a bilancio dal datore? In Italia lo sappiamo bene, ma all’estero la risposta è variegata. Proviamo a effettuare l’analisi sui primi 5 Paese OCSE per rapporto tra asset presenti nei fondi e PIL e quello che avviene in Italia. Se si mettono a confronto Danimarca e Islanda (realtà in cui la previdenza complementare risulta notevolmente sviluppata) si scopre che la Danimarca ha una notevole concentrazione di forme pensionistiche integrative a matrice assicurativa, mentre in Islanda la stragrande maggioranza delle forme esistenti ha natura vera e propria di fondo pensione autonomo, in linea con le tradizioni “negoziali” italiane. La varietà di forme (intese come asset in percentuale del PIL) è più o meno marcata tra le diverse nazioni. L’Italia è connotata da un bicolore, dove la tonalità riferita a “pension fund (autonomus)” la fa da padrona (v. anche il dato COVIP che segue, 99,3 miliardi di risorse tra fondi negoziali e preesistenti, indipendentemente dal possibile collocamento dei fondi aperti tra gli “autonomous” o “other”).

Fondi pensione: dati a confronto

Un ultimo dato che in questa primo approfondimento potrebbe essere di interesse è quello relativo alla natura delle forme pensionistiche complementari, se ad adesione collettiva (o, meglio, legata al rapporto di lavoro) ovvero individuale, in funzione del totale delle risorse investite.

Di seguito, la foto per i Paesi OCSE e non OCSE, da cui si ricava che anche in Italia le forme negoziali o ad adesione collettiva la fanno da padrona (in quanto a risorse investite) rispetto alle forme ad adesione individuale. Interessante notare come le nazioni con un rapporto asset/PIL più marcato a livello OCSE siano anche quelle dove i piani pensione occupazionali sono i più diffusi in stragrande maggioranza (Cile escluso).

I dati Ocse, aggiornati al 2016, sui fondi pensione

Il dato appena esposto, almeno per l’Italia, sembrerebbe porsi in totale contrasto con i dati relativi agli iscritti, per cui i PIP di “nuova” generazione sono la forma pensionistica con più iscritti in assoluto (2,7 milioni di aderenti/assicurati, rispetto ai 2,5 dei negoziali, agli 1,2 degli aperti e il meno di un milione di iscritti ai fondi preesistenti). In realtà, come più volte sottolineato da COVIP e dagli esperti, non è il numero di iscritti ad essere determinante in termini di risorse effettivamente raccolte e gestite. Potendosi avere un numero sterminato di adesioni a fronte di contribuzioni di poco inferiori o prossime ai 100 euro per zainetto pensionistico. Il che riporta alla ribalta il tema dell’adeguatezza dell’offerta previdenziale a contribuzione definita a fronte di posizioni così poco evolute in termini di raccolto e gestito. Servono non solo adesioni, ma anche effettive contribuzioni. Ma questo è un altro tema.

Alla prossima puntata.

 

7/11/2016

 
 

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