Pensioni d’oro, un taglio tira l’altro

Oltre al danno del taglio tout court, la beffa dell’indicizzazione monstre: i pensionati che ricevono le prestazioni più alte, col Governo Conte, subiscono un danno molto ingente

Giovanni Gazzoli e Mara Guarino

Insieme al conguaglio delle pensioni indicizzate, dopo maggio entrerà in vigore anche il “taglio” delle cosiddette pensioni d’oro, vale a dire delle pensioni d'importo superiore ai 100.000 euro lordi l’anno, così come deciso in Legge di Bilancio.

Anzitutto, occorre sottolineare che di vero e proprio taglio si tratta, perché non c’è alcun ricalcolo delle pensioni sulla base dei contributi versati; e, per giunta, si potrebbe dire che si tratta di un taglio “brutale”, senza precedenti per percentuale di riduzione e per durata (5 anni). La tabella evidenzia in particolare la riduzione della pensione calcolata sugli importi massimi di scaglione. In pratica, un pensionato che riceve una pensione annua lorda di 130.000 euro, sui 30.000 eccedenti il massimale dei 100.000 euro si troverà un taglio del 15%, ossia 4.500 euro lordi. Con una pensione di 350.000 euro dovrà contribuire per 67.000 euro, somma delle aliquote applicate sui tre scaglioni che compongono la sua pensione lorda; con una pensione pari a 700.000 euro, la riduzione sarà pari a 199.500 euro. 

Tabella 1 - I tagli alle pensioni alte (*valori stimati su dati casellario centrale dei pensionati; valori in euro). Elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Tabella 1 -  Ta gli alle pensioni alte (*valori stimati su dati casellario centrale dei pensionati; valori in euro).
Elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

A queste cifre si devono poi aggiungere i “danni” dovuti all’indicizzazione, che per queste fasce di pensione sono molto elevati. Anche qui, come ben evidenziato in tabella, infatti, i nuovi parametri che calcolano l’indicizzazione all’inflazione determineranno una perdita annuale per coloro che ricevono una pensione di 15 volte superiore al minimo (ossia circa 7.700 euro lordi mensili) di almeno 460 euro all’anno rispetto al vecchio metodo di calcolo, che diventano almeno 660 euro rispetto ai contributi ricevuti qualora l’indicizzazione fosse al 100% dell’inflazione (come applicato, ça va sans dire, nel momento in cui i contributi sono stati versati). Moltiplicato per 20 (cioè gli anni di aspettativa di vita a 65 anni), fanno oltre 13.000 euro che, ricordiamo, si aggiungono al taglio. Non proprio spiccioli, insomma. 

Tabella 2 – Indicizzazione delle pensioni d’oro. Elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Tabella 2 – Indicizzazione delle pensioni d’oro. Elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Peraltro, i pensionati colpiti sono in realtà molto pochi: 35.642, pari allo 0,22% dei pensionati totali. Dunque, il ricavo lordo per lo Stato, ottenuto moltiplicando le stime del numero di pensionati per la media delle classi di importo annuo lordo della pensione, sarà piuttosto modesto soprattutto se si considera che si tratta, appunto, di pensioni lorde: al netto, il ricavo per le finanze pubbliche si riduce a poco più di 120 milioni l’anno che, con molta probabilità, produrranno costi ben maggiori per lo Stato a seguito dei numerosi ricorsi.

In conclusione, due ulteriori considerazioni. In primis, è utile specificare che gli stessi parametri saranno applicati anche a coloro che usufruiscono di Quota 100 e di pensione anticipata; in secondo luogo, da sottolineare che anche per il nuovo meccanismo di indicizzazione, il risparmio totale per le casse dell’Erario è contenuto, poiché le percentuali di indicizzazione sono di poco superiori a quelle previste dalla Legge 208/2015 del Governo Renzi. Ne valeva la pena?

Giovanni Gazzoli e Mara Guarino, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

29/4/2019

 
 
 

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