Perequazione e rivalutazione delle pensioni: cosa cambia per il 2017?

A quanto ammonteranno i trattamenti pensionistici per il 2017? Si è molto parlato del “mancato aumento” di inizio anno o, ancora, dei possibili conguagli in arrivo: per capire di cosa di tratta, facciamo chiarezza su perequazione e indicizzazione delle pensioni

Mara Guarino

A differenza dei redditi da lavoro, soggetti o alla contrattazione tra le parti nel caso di  rapporto di subordinazione o alle leggi di mercato nell’eventualità di rapporto di lavoro autonomi, il reddito della pensione è stabilito in base a una precisa formula di calcolo (contributivo, misto o retributivo a seconda del periodo d’ingresso nel mercato del lavoro) che, in linea teorica, lo definisce una volta per tutte. Come garantire ai percettori di rendita importi adeguati alle eventuali variazioni (al rialzo) di inflazione e costo della vita? Proprio allo scopo di proteggere il potere d’acquisto del trattamento pensionistico e assicurare ai pensionati un tenore di vita adeguato e costante nel tempo, è stato introdotto il meccanismo della cosiddetta “perequazione automatica”, aumento periodico dell’assegno pensionistico collegato all’inflazione. Più precisamente, quindi, l’espressione “perequazione automatica” indica il meccanismo di rivalutazione dell’importo di pensioni, rendite o eventuali trattamenti assistenziali erogati dalla previdenza pubblica sulla base dei parametri di riferimento periodicamente individuati dall’Istat.

Come funziona la perequazione? - È l’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati a stabilire il valore di riferimento per la stima dell’aumento da applicare, calcolato dapprima in forma di indice provvisorio e, a seguire, in via definitiva come indice da conguagliare a inizio anno.  Al termine di ogni anno, è dunque emanato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze un decreto che fissa “in via previsionale” la variazione percentuale che dovrà essere applicata ai trattamenti pensionistici mensili dell’anno successivo.  Proprio perché provvisorio, tale valore sarà poi sostituito – al termine dell’anno stesso - da un indice di variazione definitiva, sulla base del quale sarà effettuato un conguaglio che appiani eventuali divergenze tra la stima iniziale e il valore poi effettivamente riscontrato. Il conguaglio potrà pertanto essere:

  • positivo: nel caso in cui la variazione definitiva si sia rivelata superiore a quella previsionale, la differenza sarà corrisposta al percettore di rendita “in aggiunta alla pensione”
  • negativo: se la variazione definitiva si dovesse rivelare inferiore a quella previsionale, l’importo è “sottratto alla pensione”.

Si spiega quindi facilmente l’attenzione per l’importo della pensione del mese di gennaio in cui convergono sia l’eventuale conguaglio relativo all’anno precedente sia eventuali aumenti rispetto all’indice previsionale stimato per l’anno in corso.

Come si applicano gli indici? – Premessa fondamentale è che l’indicizzazione non si applica allo stesso modo a tutti i trattamenti pensionistici.

In linea generale, si può comunque affermare che da circa 20 anni è in vigore un meccanismo che prevede l’indicizzazione piena per le pensioni più basse e la rivalutazione parziale per quelle d’importo superiore. D’altro canto, occorre anche sottolineare che sulle indicizzazioni si sono susseguiti nel tempo molteplici interventi e spesso contradditori, seppure accomunati dall’intenzione di produrre eventuali risparmi di sistema. Se, dunque, in alcuni periodi le pensioni non hanno ricevuto alcuna perequazione, in altri i trattamenti pensionistici hanno subito differenti indicizzazioni che si sono tramutate nei fatti in una riduzione strutturale, e non più recuperabile, nel valore delle prestazioni. Ragioni per le quali, Suprema Corte e Cassazioni si sono espresse negativamente su tali provvedimenti.

Non ultima, la sentenza della Corte Costituzionale 70/2015 con cui la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalità del “blocco biennale” previsto per i trattamenti superiori a 3 volte il minimo Inps della legge Monti-Fornero. Ne è conseguito il decreto legge 65/2015 che, per il recente 2016, ha stabilito la rivalutazione parziale dei soli trattamenti compresi tra 3 e 6 volte il minimo Inps, confermando viceversa l’assenza di rivalutazione per gli assegni pensionistici con importi superiori a 6 volte il trattamento minimo Inps.

E per il 2017? - Per l’anno attualmente in corso, avrebbe dovuto essere ripristinata l’indicizzazione precedentemente in vigore, vale a dire del:

  • 100% del costo vita sulla quota di pensione fino a 3 volte il trattamento minimo Inps;
  • 90% del costo vita sulla quota di pensione tra 3 e 5 volte il trattamento minimo Inps;
  • 75% sulla quota di pensione superiore a 5 volte il trattamento minimo Inps.

Il condizionale è però d’obbligo perché la legge di Stabilità 2016 ha di fatto prorogato il regime provvisorio in vigore nel 2015 a tutto il 2018.

Perequazione e rivalutazione delle pensioni: cosa cambia per il 2017

Come si arriva quindi agli importi definiti per il 2017? - L’indice Istat relativo all’inflazione 2016 è risultato negativo e, pertanto, all’1 gennaio 2017 non è stato riconosciuta alcuna rivalutazione delle pensioni. Non solo, poiché l’indice d’inflazione provvisorio per la rivalutazione delle pensioni nel 2015 era stato individuato come pari allo 0,3%, salvo poi essere definitivamente fissato dall’Istat nello 0,2%, dall’1 gennaio 2016 le pensioni si sarebbero dovute ridurre di quanto corrisposto in più nel 2015, cioè dello 0,1%. Per evitare una rivalutazione negativa, la Legge di Stabilità 2016 ha tuttavia previsto che a gennaio fossero posti in pagamento gli importi “corretti” sulla base dell’inflazione definitiva 2014, ma senza alcuna trattenuta riferita al 2015. Il conguaglio si sarebbe dovuto effettuare nel 2017, cosa che non è avvenuta. Il termine (c.d. Legge Milleproroghe) è infatti slittato al gennaio 2018.

Mara Guarino

28/3/2017

 
 

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