Previdenza complementare, il vantaggio del contributo datoriale resta sempre

Malgrado un 2018 difficile e sotto alle aspettative per gli investitori, quanti hanno aderito alla previdenza complementare mediante conferimento del trattamento di fine rapporto hanno potuto se non altro contare su un "vantaggio" non da poco, il contributo del datore di lavoro

Leo Campagna

Il 2018 ha deluso fortemente le aspettative degli investitori. Pochi avrebbero immaginato dodici mesi fa che l’anno si sarebbe chiuso con i principali indici di Borsa in forte contrazione e con il mercato obbligazionario che, a parte l’eccezione dei bund tedeschi e dei Treasury USA, ha accumulato perdite in conto capitale di diversi punti percentuali. Se a questo aggiungiamo che i mercati emergenti non sono riusciti a svincolarsi da questa correzione (anzi, sono stati tra le asset class più bersagliate dalle vendite sui mercati) e che persino le materie prime hanno contabilizzato perdite, è facile intuire che pochi investitori possono vantare risultati positivi a fine 2018.

E questo è ancor più vero per chi ha quote di fondi azionari e bilanciati. Ma, quando si parla di fondi pensione, è sempre opportuno non trascurare quel vantaggio "speciale ed esclusivo" che spetta a chi aderisce a una forma di previdenza complementare conferendole il TFR: il contributo del datore di lavoro.

Un utile esercizio può dunque essere quello di fare un calcolo di quanto questo contributo possa incidere ipotizzando un lavoratore che, nel 1998, ha aderito a una forma di previdenza integrativa in una linea bilanciata. Immaginando che il lavoratore guadagnasse nel 1998 1.750 euro mensili e che nel dicembre scorso fosse arrivato a una retribuzione mensile di quasi 2.500 euro, in questi 20 anni, avrebbe versato complessivamente 47.377 euro, sommando il TFR mensile, l’1% del datore di lavoro e un altro 1% "sborsato" di tasca propria. A fine dicembre 2018, il valore delle quota accumulate sarebbe ammontato a 62.229 euro, nonostante che nel 2018 il fondo bilanciato abbia registrato una perdita di cinque punti percentuali. Escludendo dai versamenti i 5.317 euro a carico del datore di lavoro, i versamenti totale a carico del lavoratore scendono a 42.060 euro. Pertanto il capitale di 62.229 euro equivale a una rivalutazione di circa il 50% del proprio capitale versato.

Se però si considera il capitale medio investito dal lavoratore nei 20 anni (pari a 19.729 euro), il guadagno tra il valore finale delle quota accumulate (62.229 euro) e il totale dei versamenti del lavoratore (42.060 euro) - pari a 20.169 euro - equivale a oltre il doppio di quanto investito. Infine, senza il contributo del datore di lavoro le quote accumulate alla fine dei 20 anni varrebbero 55.244 euro, cioè circa 7.000 euro in meno.

Leo Campagna

7/2/2019

 
 
 

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