Sanità, aumentano gli italiani che ricorrono al privato

Ha raggiunto i 34,5 miliardi di euro la spesa sanitaria privata, registrando un incremento in termini reali del 3,2% nell’ultimo biennio (2013-2015). Il doppio dell'aumento della spesa complessiva per i consumi delle famiglie nello stesso periodo (1,7%)...

Leonardo Comegna

Ha raggiunto i 34,5 miliardi di euro la spesa sanitaria privata, registrando un incremento in termini reali del 3,2% nell’ultimo biennio (2013-2015). Il doppio dell'aumento della spesa complessiva per i consumi delle famiglie nello stesso periodo (1,7%).  Insomma più sanità, ma solo per chi può permettersela.  È quanto emerge dalla ricerca Censis-Rbm Assicurazione Salute (società privata che vende polizze a copertura di spese sanitarie), presentata l’8 giugno a Roma al VI “Welfare Day”.

Ricorso al privato.  I numeri sono in forte aumento: nel 2012 erano 9 milioni (2 in meno) gli italiani che avevano dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie per difficoltà economiche. Dunque, meno sanità pubblica e più privata, fino ad arrivare alla sanità negata: niente cure senza soldi. Un problema che riguarda soprattutto gli anziani (2,4 milioni) ed i giovani nati tra gli anni ‘80 e il 2000 (2,2 milioni). In due anni, è aumentata di 80 euro a persona la spesa “di tasca propria” destinata alla sanità, ossia quella pagata dagli italiani e non rimborsata dal Servizio sanitario nazionale. Dal 2013 al 2015 si è passati infatti da 485 a 569 euro pro capite. Mentre, come detto, nello stesso arco di tempo, la spesa sanitaria privata è salita a quota 34,5 miliardi di euro, con un incremento del 3,2%. Negli ultimi 12 mesi 7,1 milioni di italiani hanno fatto ricorso all’intramoenia (ai medici che esercitano la libera professione all’interno degli ospedali), il 66,4% per evitare le lunghe liste d’attesa. Il 30,2% si è invece rivolto alla sanità a pagamento anche perché i laboratori, gli ambulatori e gli studi medici sono aperti nel pomeriggio, la sera e nei weekend. Ma a pesare è anche lo scadimento della qualità del servizio sanitario pubblico. Per il 45,1% degli italiani nella propria regione è peggiorata: lo pensa il 39,4% dei residenti nel Nord-Ovest, il 35,4% nel Nord-Est, il 49% al Centro, il 52,8% al Sud. Per il 41,4% è rimasta inalterata e solo per il 13,5% è migliorata.

Ticket e liste d’attesa. Nel Servizio sanitario nazionale il ticket è aumentato fino a superare il costo della stessa prestazione in una struttura privata. Il 45,4% dei cittadini ha pagato tariffe nel privato uguali o di poco superiori al ticket che avrebbe pagato nel pubblico. Questo dato cresce di 5,6 punti percentuali rispetto al 2013. E non solo caro-ticket. Il 72,6% delle persone che hanno dovuto scegliere la sanità privata lo ha fatto a causa delle liste d'attesa che nel servizio sanitario pubblico si allungano. Restando in tema di qualità, 5,4 milioni di italiani nell’ultimo anno hanno ricevuto prescrizioni di farmaci, visite o accertamenti diagnostici che si sono rivelati inutili. Tuttavia, oltre il 51,3% si dichiara contrario alla ventilata  sanzionare nei confronti dei medici per questo motivo. Il cosiddetto decreto “dell’appropriatezza”  che vuole eliminare le prescrizioni inutili, si legge nel rapporto, incontra l’ostilità dei cittadini, che sostengono la piena autonomia decisionale del medico nello stabilire le terapie, anche come baluardo contro i tagli nel sistema pubblico. Infatti, il 64% è contrario alla norma. Il 50,7% perché ritiene che solo il medico può decidere se la prestazione è effettivamente necessaria e il 13,3% perché giudica che le leggi sono motivate solo dalla logica dei tagli. Secondo Marco Vecchietti, Amministratore Delegato di Rbm Assicurazione Salute, bisognerebbe ripensare le agevolazioni fiscali per le forme sanitarie integrative. E questo per assicurare tutte le prestazioni che oggi sono pagate di tasca propria dagli italiani e per rimuovere le penalizzazioni di natura fiscale per i cittadini che decidono su base volontaria di assicurare la propria famiglia. La sanità integrativa è oramai un'esigenza per tutti gli italiani e non può più essere considerata un benefit per i lavoratori dipendenti o un lusso per i più abbienti.

 

10/06/2016

 

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