Cittadinanzattiva-Tdm: 4,3 milioni di italiani rinunciano alle cure per colpa di ticket e liste d’attesa. Spesa privata sopra la media Ocse

Sono soprattutto i cittadini delle Regioni del Sud a rinunciare. Ogni anno i cittadini a testa pagano in media oltre 50 euro come quota di compartecipazione in tutte le Regioni del Nord e del Centro, ad eccezione di Piemonte ...

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Sono soprattutto i cittadini delle Regioni del Sud a rinunciare. Ogni anno i cittadini a testa pagano in media oltre 50 euro come quota di compartecipazione in tutte le Regioni del Nord e del Centro, ad eccezione di Piemonte, Marche e PA Trento, con punte vicino ai 60 euro in Veneto e Valle D’Aosta, e in media 42 euro al Sud. Ecco il Rapporto 2015 dell'Osservatorio Civico sul federalismo in sanità.

Quasi un cittadino su dieci rinuncia a curarsi per motivi economici e liste di attesa. La prevenzione è sempre di più a macchia di leopardo, con un Sud che arranca e Regioni importanti come Lazio e Veneto che fanno passi indietro rispetto al passato. E non va meglio sul fronte dell’accesso ai farmaci innovativi, soprattutto per il tumore e l’epatite C: le differenze tra le Regioni sono marcate. E laddove il cittadino sborsa di più, per effetto dell’aumento della spesa privata per le prestazioni e della tassazione, i livelli essenziali sono meno garantiti che altrove.
 
È questa la fotografia del sistema salute scattata dal Rapporto 2015 dell’Osservatorio Civico sul federalismo in sanità, realizzato dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva. Un Rapporto che descrive un federalismo non rispondente ai bisogni di salute dei cittadini e dove il codice di avviamento postale fa la differenza per accedere ai propri diritti.
 
“È ora di passare dai piani di rientro dal debito ai piani di rientro nei Livelli Essenziali di Assistenza – ha dichiarato Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva – cruciali per la salute dei cittadini e la riduzione delle diseguaglianze. Per andare dietro alla sola tenuta dei conti, oggi alcune regioni in piano di rientro hanno un’offerta dei servizi persino al di sotto degli standard fissati al livello nazionale, ma con livelli di Irpef altissimi e ingiustificabili dai servizi resi. L’Irpef diminuisca proporzionalmente al diminuire del debito, sino a tornare, al momento dell’equilibrio, ai livelli precedenti al Piano di Rientro”.

La spesa sostenuta privatamente dai cittadini per prestazioni sanitarie in Italia è al di sopra della media Ocse (3,2% a fronte di una media Ocse di 2,8%). Molto diversificata anche la spesa privata per Regione (781,2 euro in Valle d’Aosta a fronte di 267,9 euro in Sicilia).
Per contro, la spesa sanitaria pubblica pro capite, nel 2013, assume valori massimi nella PA di Trento (2.315,27 euro) e Bolzano (2.308,21) o in Valle d’Aosta con 2.393,03, mentre presenta valori minimi in Campania (1.776,85 euro). Nelle Regioni in piano di rientro si registrano livelli di tassazione più elevati: l’addizionale regionale Irpef media più alta è stata registrata nel Lazio (470 euro per contribuente) seguita dalla Campania (440 euro). Nelle stesse regioni, l’aliquota Irap media effettiva ha raggiunto il suo valore massimo (4,9%).
In generale le Regioni in Piani di rientro, e la Campania in particolare, sono quelle che, a fronte di una minore spesa pubblica, spesa privata e di un’elevata tassazione, danno meno garanzie ai cittadini nell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza
 
“Alcune Regioni, ancora troppo poche, hanno saputo interpretare il federalismo sanitario come strumento per rispondere alle esigenze dei cittadini – prosegue Aceti – la sfida per il futuro del federalismo sanitario e del Ssn è portare le Regioni più critiche ai livelli delle più virtuose e proiettarle tutte verso il miglioramento dei servizi per i cittadini. Il primo passo per farlo è passare dall’approvazione all’implementazione uniforme delle norme: il Ministero della Salute deve esserne garante; le Regioni agire in modo sostanziale e non formale, con delibere copia-incolla. È emblematica la numerosità di norme che, da due anni, vogliono restituire centralità ed effettività ai Lea e quanto invece il monitoraggio e la garanzia siano ancora troppo formali. Nel sistema nazionale di monitoraggio Lea, mancano ad esempio il tasso di rinuncia alle cure, l’accesso alle terapie innovative, i tempi effettivi di attesa. Per fare un esempio le Marche, che hanno un buon punteggio Lea e sono tra la rosa di regioni benchmark, hanno al tempo stesso anche un alto tasso di rinuncia alle cure. Questo per i cittadini è paradossale”. È quindi evidente, per Aceti: la necessità di aggiornare gli indicatori di monitoraggio; ottimizzare i flussi informativi esistenti; garantire terzietà al monitoraggio Lea introducendo il punto di vista dei cittadini e prevedendo la partecipazione di rappresentanti di cittadini nella Commissione nazionale Lea.

 

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24/02/2016
 

 

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