Gli effetti dell’alimentazione sulla sanità e sul welfare mix

Alcune riflessioni su alimentazione e welfare state: quali gli effetti sulla spesa sanitaria di junk food e "malalimentazione" e quali le possibili soluzioni?

Alessandro Bugli - @a_bugli

Il dato della bilancia domestica è cresciuto e l’outlook è positivo! Chilo dopo chilo.

L’apparentemente lieta constatazione per la crescita, induce però a riflessioni di segno “negativo”.

Così, astraendo dal caso singolo, mi chiedo, se non si interviene subito, quale potrebbe essere la mia proiezione a 20/30 anni da oggi: necessità di abiti più spaziosi, di antidolorifici per la “sciatica”, di farmaci per il probabile diabete (già condiviso dai parenti stretti) e sicuramente maggiori difficoltà a sedermi negli angusti sedili aerei e di treno di nuova generazione.

Cosa fare, lo so. Eppure non lo faccio.

La constatazione mi induce un pensiero di carattere più generale: esiste una regola di legge per cui chi si nutre troppo o male (e, quindi, finisce ragionevolmente per stare male, necessitare di cure, dover disertare con più frequenza il lavoro) deve contribuire in grado maggiore al finanziamento delle prestazioni per sanità e assistenza? Una sorta di bonus/malus in stile RC auto dell’alimentazione?

Va da sé che non ci si ammala e non si muore solo per questioni di alimentazione. Ma la “malalimentazione” il suo contributo sembra darlo, eccome.

I dati

Il 26 luglio di quest’anno l’ISTAT ci ha offerto questa foto del Paese:

Nel 2015:

- il 45,1% della popolazione di 18 anni e più è in eccesso di peso (35,3% in sovrappeso, 9,8% obeso), il 51,8% è in condizione di normopeso e il 3,0% è sottopeso;

- l'eccesso di peso si diffonde con tendenza crescente nel tempo, soprattutto tra i maschi (da 51,2% nel 2001 a 54,8% nel 2015).

- i bambini e gli adolescenti in eccesso di peso raggiungono la quota considerevole del 24,9% nel biennio 2014-2015, con forti differenze di genere (28,3% maschi, 21,3% femmine).

Stando all’indicazione fornita dall’Italian Barometer Diabetes Monitor del gennaio 2015 (che richiama il dato dello Studio SPESA; Centri di Farmacoeconomia e Centro di Studio e Ricerca sull’Obesità dell’Università di Milano, 2005):

“In Italia ci sono 22 milioni di italiani sovrappeso e 6 milioni di obesi e questo si traduce in un costo annuo di ben 22,8 miliardi di euro, dei quali il 64% per ospedalizzazioni”

La lotta all’obesità e al “junk food” nel mondo

Così, rivolgendomi alla rete, scopro dalla stampa che molte nazioni avrebbero introdotto aggravi fiscali per i consumatori di prodotti ipercalorici ma poveri di nutrienti e vitamine (“cibo spazzatura” e bevande “iper-zuccherine”). Vedi in questo senso: Messico, Ungheria, Danimarca, Francia, Australia, UK,…

Un caso ancora più noto sarebbe quello del Giappone, dove si passerebbe per la “misura” pubblica del giro vita e, in caso di bocciatura, alle conseguenti sanzioni.

Anche in Italia, da anni, se ne dibatte (ex multis, da ultimo, DDL n. 2300 del Senato).

Va detto, però, che, almeno in tema di “junk food”, bisognerebbe chiarirsi sulla definizione. Molti puntano il dito, sempre e solo, contro le grandi catene di fast food. Siamo sicuri che il problema stia lì (o solo lì) e non risieda in qualche insospettabile banco del supermercato, alimentari, localino di quartiere, italiano o etnico? In fondo, non pare che i big del fast food raggiungano capillarmente tutto il territorio italiano; eppure, in alcune Regioni in cui sono poco diffusi, l’obesità è ben più elevata di quanto avviene nelle città metropolitane italiane.

Molti sostengono che la tassa sui “cibi spazzatura” finirebbe per danneggiare le fasce più povere della popolazione, che maggiormente si rivolgono a soluzioni alimentari di scarsa qualità. Giusta considerazione, ma la risposta all’accesso al cibo da parte dei più deboli non sembra quella di garantire un diritto al “junk food”, ma percorrere altre vie.

Non è tutto.

Volendo anche aiutarsi da sé, è possibile che per chi voglia garantirsi per spese sanitarie o per malattie attraverso polizze assicurative, lo stato di grave sovrappeso alla data della firma del contratto sia elemento che induca la compagnia a non stipulare o possa condurre ad escludere dalla garanzia le malattie più comuni che sono conseguenza altamente probabile dello stato di obesità. Incredibilmente interessante, astraendo dal tema dell’obesità, l’esempio del Sud Africa dove alcune polizze assicurative consentirebbero di accedere a sconti per l’acquisto di cibi “sani” oppure sull’abbonamento alla palestra. Esempi simili, si registrano, ad esempio, anche negli USA.

Cosa si potrebbe fare?

Nessuna pretesa di esaustività, lasciando agli esperti di sanità e alimentazione di dare le risposte.

Per i giovani e giovanissimi la risposta potrebbe/dovrebbe essere, come sempre, l’educazione. Ciò a partire dalle scuole e dalle mense scolastiche.

Nessuno, poi, apprezzerà mai la qualità del cibo e della cucina se non ha mai visto il ciclo di produzione di un determinata “materia prima” o non abbia assistito all’arte di tramutarlo in buona cucina. Il pensiero va alla nonna e ai lunghi preparativi per le feste di famiglia a chiudere i “cappelletti” (dopodiché ne ho mangiati sin troppi e la moderazione, invece, dovrebbe essere la regola).

Per quanto riguarda in dettaglio il “junk food”: in un Paese a livello di tassazione elevatissimo come l’Italia, l’idea di un’imposta “di scopo” sul cibo ipercalorico e nient’affatto nutriente non pare doversi scartare a priori (stiamo parlando di qualcosa di diverso dal regime IVA differenziato esistente). Ciò a patto che l’imposta stessa: a) sia destinata a finanziare campagne educative, sanità e assistenza, a beneficio dell’intero sistema; b) vada di pari passo con l’incentivo all’acquisto di soluzioni alimentari sane e equilibrate.

Per il settore della sanità integrativa, fondi e compagnie di assicurazione: nei limiti del possibile, questi potrebbero fare leva sui loro prodotti per incentivare uno stile di vita sano nei propri utenti consumatori, con guadagno per l’una e l’altra parte. L’idea di prevedere una riduzione di tariffa per chi dimostri (dati alla mano) di tenere uno stile di vita corretto oltre alla possibilità di accedere, a fronte dell’acquisto di soluzioni salute, a cibi “sani” e palestre a prezzi scontati è una vecchia idea che oggi appare quanto mai attuale.

 

27/09/2016

 
 
 

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