Tecnostress, quando l’iperconnesione diventa pericolosa per la salute

Una malattia professionale, che colpisce in particolare i lavoratori digitali, con rischi psico-fisici da non sottovalutare: cos’è il tecnostress e come combatterlo?

Mara Guarino - @MaraGuarino

Mal di testa, insonnia, nervosismo, disturbi della memoria, ma anche problemi gastrointestinali e cardiocircolatori, attacchi di panico e depressione, senza dimenticare poi i fastidi connessi all’elettrosmog, vale a dire all’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici di tablet e telefonia mobile di nuova generazione: sono questi solo alcuni dei sintomi che caratterizzano il tecnostress, peculiare forma di stress indotta dall'intensivo utilizzo di tecnologie informatiche e, per questa ragione, sempre più diffusa tra i lavoratori digitali. Il termine è stato coniato per la prima volta nel 1984 dallo psicologo statunitense Graig Broad, che lo definì come “un disagio moderno causato dall’incapacità di coabitare con le nuove tecnologie del computer”, ma nei fatti quella del tecnostress è una storia relativamente recente, che avanza di pari passo con l’evoluzione del mondo del lavoro – si pensi ad esempio alla sempre maggior diffusione di telelavoro e smart working – in funzione dei fenomeni globali di digitalizzazione.

In particolare, in Italia, il tecnostress è riconosciuto come malattia professionale dal 2007: a fare giurisprudenza una sentenza del giudice Raffaele Guariniello, Procura di Torino, arrivata a seguito degli esposti di alcuni dipendenti di un call-center torinese. Oggi, dunque, anche il tecnostress rientra nella valutazione dei rischi in capo ai datori di lavoro, così come disposto dal Testo Unico per la sicurezza sui luoghi di lavoro (Dlgs 81/2008), e poi ribadito, oltre che dai più autorevoli esperti  in materia, dal successivo D.lgs 106/2009. Va d’altro canto sottolineato che, negli ultimi anni, non solo la diffusione di soluzioni digitali, ma anche la tecnologia stessa ha fatto passi da gigante e che i provvedimenti in questione, per quanto di estremo rilievo, risalgono a un momento in cui l’utilizzo di molti dispositivi non era ancora così massivo e sofisticato come lo è ai giorni nostri.

Quali i numeri del fenomeno? Interessanti in questo senso alcuni dati del 2015, quando Netdipenenza Onlus ha divulgato i risultati di una ricerca condotta a campione in collaborazione con Aifos (l’Associazione italiana Formatori e Operatori della Sicurezza sul lavoro): in quest’occasione, ben il 45% dei lavoratori intervistati ha svelato di aver avuto la percezione di disturbi di salute connessi con l’uso intenso di tablet, pc e smartphone. Occhi puntati, in particolare, sul problema dell’iperconnessione, che è sembrato affliggere, sebbene in forme diverse, la maggior parte degli intervistati: più di sei lavoratori su 10 hanno infatti svelato di connettersi, per motivi professionali, anche di sera; addirittura 9 intervistati su 10 ha poi confessato di non poter fare a meno di connettersi anche di sabato/o domenica. Nonostante una certa consapevolezza circa i potenziali rischi per la salute, domina l’idea di non “poterne comunque fare a meno”, come se ormai molti lavoratori vivessero in uno stato di dipendenza dalla tecnologia digitale.

Sempre Netdipendenza Onlus stimava nel 2013 che quasi 2 milioni di lavoratori in Italia fossero a rischio di tecnostress. Con danni potenziali ingenti, per la salute degli “stressati tecnologici” e per l’intero sistema economico, che deve a propria volta far i conti sia con gli eventuali costi sanitari del problema sia con aziende alle prese con assenze dal lavoro sempre più numerose e cali di produttività. Giornalisti, lavoratori del comparto ICT, grafici, pubblicitari, analisti finanziari ma anche manager, consulenti e, più in generale, quanti non possano fare a meno di videoschermi, dispositivi mobili e connessione Internet per esercitare il proprio lavoro tra le categorie professionali più a rischio.

L’evoluzione tecnologia è del resto ormai inarrestabile e, se è vero che ha certamente avuto esiti positivi su aziende e dipendenti, che hanno ad esempio potuto beneficiare tanto della nascita di nuove figure professionali quanto di nuovi modelli di organizzazione del lavoro (come il già citato smart working), lo è altrettanto che tutti questi cambiamenti –  per quanto spesso graditi - stanno mettendo anche in luce  le molteplici difficoltà di adattamento di schemi culturali e comportamentali ai nuovi scenari digitali. Cambia vorticosamente il volume di informazioni cui i lavoratori sono quotidianamente sottoposti, aumenta la richiesta di abilità multitasking, così come quella di attitudini relazionali, i ritmi si fanno sempre più accelerati, gli strumenti di lavoro si moltiplicano e non sempre fisico e mente sono in grado di reggere il passo, lasciando spazio a tensioni psicofisiche che possono appunto degenerare in tecnostress.

È indubbio che non si possa arrestare la digitalizzazione o, addirittura, fare dei passi indietro. I possibili rimedi al tecnostress vanno semmai cercati altrove e, in particolare, nell’aumentata consapevolezza individuale e collettiva dei rischi legati a un cattivo uso delle tecnologie, cui dovrebbe fare poi da contraltare un’adeguata promozione dei modelli di comportamento positivi. Formazione e valutazione dello stress lavoro correlato sono del resto già adempimenti obbligatori per legge ma, premesso quindi che spetta innanzitutto ai datori di lavoro il compito di prevenire e attenuare i fattori di rischio, anche i lavoratori possono contribuire attivamente e positivamente al processo, cercando di mantenere il giusto equilibrio tra vita personale e professionale.

Se durante le ore di lavoro non è da sottovalutare l’importanza del rispetto delle norme dedicate alla tutela della salute dei videoterminalisti (una su tutte, le pause), la prevenzione del tecnostress passa inevitabilmente dal rispetto di orari e spazi extralavorativi, quando diventa essenziale mantenere il giusto distacco dai device tecnologici. Consigliati dunque sport, attività all’aria aperta, ma anche meditazione e la pratica di tecniche di rilassamento, senza dimenticare infine il sentito invito a coltivare le occasioni di socializzazione che si pongono anche al di fuori di Rete e social network

2/1/2017

 

 
 

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