Una sanità non per tutti? Cala la fiducia nel SSN, in aumento la spesa privata

La fotografia scattata in occasione del Welfare Day racconta di almeno 12 milioni di italiani costretti a rinunciare alle cure (o a rinviarle) per motivi di natura economica 

Mara Guarino - @MaraGuarino

Mentre la sanità pubblica soffre, tra liste d’attesa che si allungano e un divario Nord-Sud che si amplifica nella percezione dei cittadini, continua a consolidarsi il ruolo di "secondo pilastro" dell’assistenza sanitaria integrativa: basti pensare che l'incremento della spesa  per la sanita privata rispetto al 2013 è del 4,2%, ben superiore dunque alla crescita totale dei consumi che, nello stesso periodo, è stata del 3,4%. Sono questi alcuni dei numeri emersi dal Rapporto Dalla fotografia dell'evoluzione della sanità italiana alle soluzioni in campo presentato da RBM Salute e Censis in occasione della settima edizione del Welfare Day, dove a catturare l’attenzione è stato in particolar modo il dato relativo al numero di quanti si sono visti costretti a rinunciare alle cure da ragioni di natura economica, 12,2 milioni di cittadini, almeno un milione in più di quanti avevano compiuto la stessa scelta, o rinviato prestazioni sanitarie per la stessa ragione, nel 2015.

Italiani che hanno rinunciato o rinviato le cure mediche nell'ultimo anno

Espandosi in particolare all'area della 'sanità negata' con 12,2 milioni di persone che nell'ultimo anno hanno rinunciato o rinviato prestazioni sanitarie, la spesa sanitaria privata degli italiani per il 2016  tocca dunque quota 35,2 miliardi. Dato peraltro tendenzialmente in linea con quanto rilevato dal Quarto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale Italiano curato dal Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali per il 2015, che ha stimato in 61 miliardi di euro la spesa privata per il welfare complementare: con ben 36 miliardi, quota più rilevante proprio quella rappresentata dalla spesa sanitaria, di cui l'89,7% (circa 32 miliardi) "out ouf pocket" e per il 10% intermediata tramite fondi sanitari o compagnie di assicurazione. Spesa out of pocket in salita dunque, ma da tenere comunque conto il fatto che il Report Rbm Salute - Censis non misura l’esborso per le assicurazioni sanitarie, mentre include viceversa la compartecipazione sanitaria, vale a dire i costi sostenuti per i ticket sanitari, e quella per i farmaci. 

Ma procediamo con ordine: quali le motivazioni che spingono gli italiani (o almeno quanti ne hanno la disponibilità) a rivolgersi al privato? Sul banco degli imputati innanzitutto l’inesorabile allungamento delle attese riguardante, in particolare, alcune tipologie di visite specialistiche o diagnostiche, come la mammografia, per la quale nel 2016 è stato necessario aspettare fino a 142 giorni nelle regioni del Mezzogiorno. Il sempre più difficoltoso accesso al pubblico spinge quindi inevitabilmente a guardare altrove: al privato in primis e così, secondo il Rapporto, è stato infatti per 31,6 milioni di italiani che, ritenendo di aver bisogno di almeno una prestazione sanitaria urgente, hanno preferito evitare i lunghi tempi d'attesa del pubblico rivolgendo la propria attenzione verso il privato. 

La lunghezza in giorni delle liste d'attesa per area geografica

Da non sottovalutare però anche un altro fenomeno, rappresentato dagli italiani che scelgono come possibile alternativa di rivolgersi ad aree geografiche più virtuose in campo sanitario, non senza dover comunque sostenere costi aggiuntivi (a cominciare da quelli relativi a trasporto, vitto e alloggio). Fortissima e, inevitabile dunque, la connotazione territoriale del dato relativo ai 6 milioni di “fuggiaschi”, che superano addirittura il 16% degli abitanti nel Sud e nelle Isole, quasi dimezzandosi invece al Nord-Ovest (8,8%). Del resto, anche il livello di soddisfazione espresso dai cittadini nei confronti del servizio sanitario offerto dalla propria Regione palesa una geografia coerente con il dato finora rilevato: si dichiara infatti insoddisfatto il 52,7% degli abitanti del Mezzogiorno. A livello nazionale, però, la percentuale cambia significativamente, tanto che il numero complessivo degli italiani non soddisfatti del funzionamento del Sistema Sanitario Nazionale scende al 35,5%. Sempre con riferimento a Sud e Isole, si può poi rimarcare come il 38,9% dei cittadini ritenga come addirittura che il livello del servizio sia peggiorato nel corso dell'ultimo anno (12,5% la media nazionale). 

Livello di soddisfazione degli italiani nei confronti del SSN

Rivolgersi al privato è dunque per molti una soluzione sempre più necessaria, ma il cui impatto sulle tasche dei cittadini non può essere trascurato: lo studio Censis – Rbm Salute puntualizza infatti che, tra i cittadini che hanno dovuto affrontare spese sanitarie private, hanno incontrato difficoltà economiche il 74,5% delle persone a basso reddito (e persino il 15,6% del campione ad alto livello di reddito). Anche in questo caso, il problema sembra affliggere in particolar modo il Sud, ma comunque significativo che pressoché ovunque siano soprattutto le visite specialistiche a essere indicate come causa massima di difficoltà per il portafoglio degli italiani in ambito sanitario. A seguire il non trascurabile acquisto di farmaci, altri accertamenti diagnostici e, dunque, cure e visite di tipo odontoiatrico.  

 

Emerge allora di conseguenza e di prepotenza dall’indagine un altro tema, quello dei cosiddetti “salute-impoveriti”, termine con cui il report si riferisce agli 1,8 milioni di cittadini entrati nell’area della povertà proprio a seguito delle spese sanitarie affrontate. Maggiormente coinvolte, in particolare, le persone a basso reddito (il 9%), i non autosufficienti (7,8%), i residenti al Centro (4,7%) e al Sud-Isole (4,1%), ma "guai a sottovalutare" - si legge nell'indagine - "che nell'area dei salute-impoveriti rientra anche il 3,7% di persone con reddito medio, a testimonianza del fatto che la malattia può generare flussi di spesa tali da colpire duro anche chi si posiziona in livelli non bassi della piramide sociale". Tanto che, conclude l'indagine a riguardo, "che sia perché si abbattono su redditi risicati o che sia perché hanno una tale dimensione quantitativa da schiacciare le risorse disponibili delle persone coinvolte, le spese sanitarie entrano a pieno titolo tra le cause di nuova povertà". 

8/6/2017 

 
 
 
 

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