Economia reale, un tema “trendy” o una necessità?

Quello degli investimenti in economia reale è uno dei temi più discussi del momento, tanto che verrebbe da definirlo addirittura "di  moda", ma perché è così importante sostenere l'economia del Paese? E quali, al momento, le ragioni che frenano gli investitori istituzionali italiani? 

Gianmaria Fragassi

Gli investimenti in economia reale rappresentano un tema di strettissima attualità sia nel dibattito pubblico sia tra gli addetti ai lavori, ponendo la tematica tra quelle più alla moda. Il tema è stabilmente ai primi posti nei trending topic italiani sugli investimenti. La necessità di aumentare gli investimenti in economia reale da parte degli investitori istituzionali è, del resto, tanto reale quanto necessaria, come oltretutto sottolinea anche l’impietoso confronto con l’Europa.

Ma perché è così importante sostenere l’economia del nostro Paese? Stressando il concetto, per rispondere alla questione, basta immaginare questo semplice percorso: il tessuto economico italiano è basato sulle piccole e medie imprese; la maggior parte di esse sono Pmi non quotate che insieme rappresentano il 70% del Pil italiano e garantiscono l’80% dell'occupazione. Nell’ultimo triennio, però, le banche hanno ridotto di oltre 60 miliardi di euro il credito a queste imprese (si veda tabella).

Il mercato delle Pmi sta vivendo uno storico passaggio del modello dei finanziamenti bank oriented al modello market oriented. Il finanziamento orientato al mercato e non più alle banche fa sì che manchino dei denari – nello specifico, appunto, 60 miliardi di euro negli ultimi tre anni – che possano consentire alle imprese ricerca, sviluppo e investimenti. Da più parti dunque, a torto o a ragione, viene richiesto uno sforzo agli investitori istituzionali per aumentare la percentuale di investimenti utili a colmare questo gap. Ma in che modo?

Il finanziamento delle imprese deve virare verso un sistema più attuale e moderno, sicuramente passando dall’utilizzo di una serie di strumenti di investimento più o meno alternativi in diverse asset class che adoperino strumenti innovativi. Manca però in Italia un passaggio logico, vale a dire il salto di qualità che le Pmi Italiane dovrebbero fare per rendersi investibili agli occhi del mercato. Ciò non significa soltanto la quotazione sul listino borsistico, ma soprattutto l’attivazione di un processo interno di modifica e implementazione a partire dalla governance con un occhio di riguardo a strategie di lungo termine.

Ma cosa frena oggi gli investimenti in economia reale? Sicuramente non bastano queste poche righe per elencare tutti i motivi. Concentriamoci allora su qualche breve spunto di riflessione.

Innanzitutto, purtroppo, la società in cui viviamo ci porta a essere sempre più orientati verso il breve, brevissimo, periodo a discapito della pianificazione di lungo termine. Pur essendo il tema degli investimenti previdenziali per definizione connesso al lungo periodo, tutti gli input della società attuale portano a ragionamenti focalizzati sull’oggi. Anche a livello normativo, nazionale e comunitario, ci sono del resto più incentivi e normative per essere concentrati sul breve termine rispetto al lungo. La direttiva europea IORP II, che dovrà essere recepita entro il prossimo 13 gennaio, identifica funzioni fondamentali, audit indipendente, risk manager e funzione attuariale dove necessario. Pensare di dare in outsourcing queste funzioni, per chi già non le ha internamente, è una soluzione di brevissimo termine non strutturale. Non sarebbe allora forse più opportuno (almeno dove le dimensioni lo consentano) internalizzare nei fondi queste funzioni, migliorandone di conseguenza la governance? Il lavoro da fare sarebbe molto, ma i risultati potrebbero essere sorprendenti.

In tema di investimenti, oggi l’investimento in fondi alternativi che meglio coniuga le esigenze delle economia locale, gli orizzonti di lungo periodo e i ritorni attesi è senz’altro quello in infrastrutture/fondi infrastrutturali che hanno una durata media di circa 15/20 anni. La visione di breve termine unita a un’offerta di prodotti che pare essere insufficiente, sono tra le principali cause dello stallo di investimenti in economia reale. I fondi infrastrutturali, insieme a fondi di private equity, ai fondi immobiliari e di real estate sono a oggi gli strumenti che più si adattano - per le loro caratteristiche - alle esigenze degli investitori istituzionali.

Un ultimo aspetto sul quale puntare l’attenzione nell’approccio agli investimenti in economia reale è, infine, la figura dell’Advisor di cui si avvalgono gli investitori istituzionali. Spesso, infatti, le scelte di allocazione dei patrimoni verso economia domestica o verso l’estero sono consigliate dalla presenza sul mercato italiano di società di advisoring estere. Legittimo però chiedersi come possano degli advisor stranieri conoscere le aziende italiane, il contesto nel quale operano, le dinamiche che ruotano attorno a determinati settori. Non sarebbe forse più opportuno avvalersi dei servizi di advisor di soggetti con un’anima italiana o comunque radicati sul territorio italiano?

Per la quantità e la qualità di spunti di riflessione che offre, l’economia reale è senza dubbio un tema di cui è necessario occuparsi. Un tema è trendy nel momento in cui se ne parla, smette di esserlo quando non se ne parla più. Considerandone l’importanza per il Paese, l’auspicio è che questo tema resti di moda per molto molto tempo.

Gianmaria Fragassi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

3/10/2018

 
 

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