Un’industria cosmetica senza trucchi

Un business da 450 miliardi di dollari, i cui investitori e consumatori finali mostrano sempre maggiore attenzione nei confronti dei cosiddetti criteri ESG: in che modo la sostenibilità sociale, etica e ambientale sta cambiando lindustria cosmetica

Fionna Ross

L’industria cosmetica è un grande business. Il giro d’affari mondiale è di 450 miliardi di dollari, più del PIL di alcuni Paesi sviluppati. Dalla cura dei capelli al make-up, il mercato dei prodotti di bellezza fa parte della vita quotidiana di ciascuno di noi. Ma se da una parte questo settore aiuta a esaltare la nostra immagine, è possibile che nel contempo arrechi danni ad altri?

Negli ultimi anni, i produttori del settore cosmetico sono stati costretti a rivedere le loro pratiche di fronte ai molti dubbi espressi dall’opinione pubblica. Questo processo è stato in buona parte innescato dalla crescente attenzione verso i criteri ESG, ovvero i fattori ambientali, sociali e di governance. La democratizzazione delle informazioni, avvenuta grazie a internet, ha consentito a investitori e consumatori di fare scelte sempre più informate in merito alle società da sostenere con il proprio denaro. Ne è risultata una rivisitazione del settore che, per così dire, si è tolto il trucco scegliendo di adottare procedure più in linea coi criteri ESG.

Microperle alla deriva - Un esempio sono le microperle, minuscoli pezzetti di plastica inferiori al millimetro di gran moda fra bagnoschiuma e scrub, che hanno sostituito sostanze naturali dal potere esfoliante per la pelle come mandorle e avena.

L’impatto ambientale nel lungo termine derivante dall’utilizzo di questi granuli sintetici è stato completamente trascurato. Enormi quantità di microperle sono entrate nelle condutture idriche inquinando di particelle plastiche l’acqua di grandi bacini, come per esempio il lago Erie nel Nord America. Gli animali acquatici hanno confuso queste microperle per nutrimento e hanno messo in pericolo altre specie lungo tutta la catena alimentare.

Fortunatamente, l’impatto distruttivo delle microperle ha attirato l’attenzione globale. Negli Stati Uniti, una legge del 2015 - il Microbead-Free Waters Act -  ha proibito l’utilizzo di queste sostanze nei cosmetici che richiedono il risciacquo dopo l’uso, con decorrenza dallo scorso luglio. Nel 2016, il Canada ha inserito le microperle tra le sostanze tossiche elencate nell’Environmental Protection Act. E il governo britannico ne ha proibito la vendita a partire dalla fine del 2017. L’Oréal, Crest, Johnson & Johnson e altre multinazionali di prodotti per la cura della persona si sono impegnate a non utilizzare più microperle entro la fine dell’anno.

Non è tutto oro quel che luccica... - Eyeliner glitterati, terre, blush e fard luccicanti vanno molto di moda, ma l’origine di questi prodotti può riservare sgradevoli sorprese. La mica, un minerale, fra i principali ingredienti di questi scintillanti cosmetici, spesso viene estratta illegalmente in India da bambini di sei anni. Anche se il lavoro minorile al di sotto dei 14 anni è illegale nel subcontinente indiano, l’estrema povertà e la servitù debitoria (il pagamento di un debito col lavoro) spesso spinge i genitori a mandare i loro figli a lavorare in miniera. Oggi in India, cinque bambini su dieci muoiono ogni mese per incidenti nelle miniere.

Le grandi aziende cosmetiche hanno quindi iniziato a cercare nuove forniture di mica. Estée Lauder, L’Oréal, Shiseido, Coty e altri marchi specializzati hanno contribuito all’iniziativa Responsible Mica, con cui si impegnano a una fornitura di mica responsabile entro il 2020 con l’obiettivo di estirpare la piaga del lavoro minorile e di creare condizioni di lavoro più sicure. Altre società del settore, come Lush, si sono impegnate a bandire la mica dai loro prodotti per questioni etiche. Sono tutti passi positivi per mettere fine allo sfruttamento umano nell’industria cosmetica.

Il problema dell’olio di palma -  L’olio di palma viene usato in numerosi prodotti ogni giorno, dagli snack ai cosmetici. Non solo è un’alternativa conveniente e versatile agli acidi grassi idrogenati, ma serve anche come emulsionante per lozioni e creme di bellezza. Circa il 70% dei prodotti cosmetici mondiali contiene olio di palma, la maggior parte del quale proviene dall’Indonesia e dalla Malesia.

L’enorme domanda di olio di palma ha devastato interi ecosistemi tropicali e la vita dei loro abitanti. Le foreste pluviali vengono abbattute e bruciate per piantare palme da olio. Specie animali già in via di estinzione, come l’orangotango e il rinoceronte, stanno perdendo il loro habitat. Le operazioni di raccolta dei frutti della palma da olio genera enormi quantità di emissioni di gas con effetto serra e dense nubi di smog. Come se tutto ciò non bastasse, nelle piantagioni sono comuni anche abuso dei diritti umani e prassi di lavoro discutibili.

In risposta alle crescenti preoccupazioni sulla catena di fornitura dell’olio di palma, molte grandi aziende cosmetiche si sono impegnate a produrlo con procedure sostenibili. Alcune di queste società hanno iniziato ad acquistarlo da agricoltori indipendenti che, oltre a guadagnare dalla produzione di una commodity di valore, sono impegnati nella lotta contro la distruzione dell’ambiente. I programmi per la tracciabilità come il Sustainable Palm Oil and Traceability, che coinvolge i piccoli produttori di Sabah in Malesia (SPOT), sostengono gli agricoltori meno strutturati, insegnando loro metodi di coltivazione più sostenibili e che fanno un uso più limitato di pesticidi e fertilizzanti.

Benvenuto progresso… - Il cambiamento certo non può avvenire da un giorno all’altro. Ma la crescente attenzione degli investitori per i criteri ESG stimola le imprese ad adottare procedure meno dannose e più sostenibili. Gli investitori chiedono più trasparenza e questo dovrebbe tradursi in resoconti più dettagliati sui progressi fatti dalle società verso il conseguimento di tali obiettivi.

La popolarità in aumento per i marchi cosmetici e per i prodotti per la cura personale attenti all’ambiente dovrebbe incoraggiare le società a ripensare all’impatto che i loro prodotti hanno sull’ambiente e sulla forza lavoro. È un bell’inizio per rifare il trucco al settore.

Fionna Ross, Senior Analyst – Responsible Investing, North American Equities Aberdeen Standard Investments

5/3/2018


Le società menzionate sono riportate solamente a scopo informativo e non devono essere interpretate come una raccomandazione a comprare o vendere alcun titolo.

 
 
 

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