Giovani in fuga dal Sud: e se la soluzione fossero i pensionati?

Negli ultimi 16 anni quasi 2 milioni di persone hanno lasciato il Mezzogiorno. Senza politiche adeguate, si rischiano povertà, incertezza economica e ampliamento del disagio sociale: ecco perché occorrono soluzioni innovative e non convenzionali. Perché ad esempio non seguire il modello portoghese e rendere il Sud Italia attrattivo per i pensionati stranieri (e italiani)?

Mara Guarino

Malgrado la lenta ripresa, la crisi economica ha accentuato i problemi del Sud in termini di reddito e di occupazione: i risultati dell’ultimo Rapporto Svimez evidenziano tendenze sociali che vanno approfondite e a cui occorre fornire, al di là dei numeri non sempre certificabili, delle risposte adeguate. Nell’ultimo anno, secondo le rilevazioni, le famiglie in povertà assoluta sono infatti cresciute passando dalle circa 700.000 del 2016 alle 845.000 del 2017 e, sempre più spesso, anche a causa della difficoltà di entrare stabilmente nel mercato del lavoro, la povertà riguarda i nuclei familiari più giovani.

Con simili presupposti, non stupisce neppure la rilevante migrazione all’estero e interna, a vantaggio in particolar modo del Centro-Nord: negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno oltre 1 milione e 800 mila residenti, la metà dei quali giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni. Non di minor rilievo e, peraltro trasversale a tutto il Paese, è poi il fenomeno delle pensioni in fuga evidenziato anche dal Quinto Rapporto Itinerari Previdenziali: delle oltre 373.000 prestazioni pagate all’estero nel 2016 circa il 16% è stata liquidata in “regime nazionale”, un dato che getta luce su un fenomeno forse non ancora molto rilevante per dimensione, ma destinato a proseguire e, verosimilmente aumentare, in futuro se si considera che costo della vita e vantaggi fiscali sono tra le principali ragioni di questa corsa verso l’estero.

Questo trend socio-economico, sommato alle tendenze demografiche in atto nel Sud del Paese dove, nel 2017, si sono registrati più decessi che nuovi nati, richiede soluzioni innovative e non convenzionali per rilanciare competitività e attrattività delle regioni meridionali. Perché non fare proprio del Sud e, ad esempio di Sicilia, Calabria e Sardegna (tra le regioni che più hanno sofferto gli effetti di crisi e trasformazioni socio-demografiche), il nuovo “Portogallo”, Paese che negli ultimi mesi è divenuto una delle mete per eccellenza dei pensionati italiani in fuga?

Secondo Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, «si può seguire il modello portoghese con una proposta ben strutturata - che, peraltro, abbiamo già presentato in occasione del Rapporto -  e a una serie di condizioni, che ne facciano una misura sperimentale e accessibile solo ai comuni meritevoli e che presentino adeguate garanzie superando un apposito processo di selezione. Occorrerebbe poi certo stipulare degli accordi bilaterali con i singoli Paesi dell’area Ocse e UE e, nel contempo, consentire ai nostri connazionali “scappati” all’estero di rientrare in Italia. Tutto ciò favorirebbe l’arrivo nelle regioni del Sud di pensionati nostrani e stranieri che potrebbero contribuire allo sviluppo del Mezzogiorno, con benefici per l’intero Paese»​. 

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Con quali risultati numerici? «È difficile quantificarne gli effetti. Tuttavia, partendo dagli almeno 60.000 pensionati italiani già all’estero, dove verosimilmente sono andati con i loro familiari, si può ipotizzare il rientro di qualche decina di migliaia di persone che avrebbero intanto il vantaggio di beneficiare del nostro sistema sanitario e vivrebbero in un Paese di cui conoscono la lingua, le leggi e le tradizioni, continuando al tempo stesso a beneficiare di una fiscalità favorevole. Probabilmente molti pensionati che oggi vivono soprattutto nelle regioni del Nord potrebbero decidere di spostarsi o di rientrare nelle loro regioni di origine. Se a questi sommiamo anche gli stranieri, sempre più numerosi alla ricerca di buon clima, buon cibo e bei paesaggi, incentivati dai vantaggi fiscali “portoghesi”, probabilmente si starebbe parlando di circa mezzo milione di persone. Non si tratta di una rivoluzione industriale né di una strategia capace di rilanciare in modo diretto la produttività italiana – spiega il Professor Brambilla - ma, tanto per cominciare, potremmo (e questa è una parte integrante della proposta) ripopolare i piccoli paesini di 2.000-3.000 abitanti che, negli ultimi anni, hanno perso il 20% e più di popolazione. Significherebbe poi smuovere l’economia e offrire opportunità anche ai giovani e, poiché da cosa nasce cosa, offrire anche skills professionali di eccellente livello, soprattutto nel settore della silver economy allargato. Vorrebbe dire ad esempio far crescere la domanda di abitazioni, il settore dei servizi, le attività turistiche e ricreative delle aree interessate, innescando un circolo virtuoso di cui beneficerebbe anche il mercato del lavoro. Basti pensare, a titolo esemplificativo, alla crescita che potrebbero avere tutte le mansioni correlate alla sanità e all’assistenza, anche con l’uso dei moderni device tecnologici, ma anche l’agricoltura e tutte le attività legate alle produzioni locali». 

Non di minore rilevanza è proprio il tema della sanità, cui potrebbero essere legati ulteriori benefici. «A differenza di quanto accade in molti Paesi esteri, il Servizio Sanitario Italiano è universalistico e di alta qualità; per questa ragione, molti gli italiani che sono andati all’estero, scelgono di rientrare in Italia in caso di necessità medico-sanitarie. Purtroppo non in tutte le regioni è così, in particolare in quelle meridionali che, tuttavia, presentano una spesa pro-capite molto vicina ai 1.870 euro della media nazionale. Se vogliamo cogliere l’opportunità e fare anche della nostra sanità un elemento attrattivo – spiega Brambilla – è necessario che le cure e le prestazioni offerte siano all’altezza. Sicuramente per fare “bella figura” con gli stranieri che scelgono l’Italia, certo, ma ancor prima perché la salute deve essere un diritto di tutti, non solo a parole ma anche e soprattutto a fatti. Che i residenti di una certa regione debbano spostarsi altrove nel loro momento di massimo bisogno, per sostenere esami diagnostici e cure efficienti in tempi ragionevoli è inaccettabile. Se alcune strutture manifestano carenze gravi, (e ce ne sono molte, basta vedere la grande migrazione sanitaria) non c’è dubbio che debbano essere immediatamente commissariate».

Come garantire dunque una “sfera fiscale” i cui benefici vadano a favore dei soli comuni meritevoli? «Proprio per questa ragione – chiosa il Professor Brambilla - la proposta è quella di un’autentica sperimentazione, che coinvolga i piccoli comuni che, selezionati tramite bando, dimostrino di avere la progettualità e le strutture per sostenere l’arrivo di pensionati italiani e stranieri. L’accesso ai vantaggi fiscali utili a richiamare “anziani” all’interno dei confini nazionali non deve insomma essere dato a pioggia, ma concesso a quelle sole amministrazioni che dimostrino un progetto di lungo periodo, nonché la capacità di garantire a tutti i cittadini una buona vivibilità dell’ambiente locale, un adeguato livello di sicurezza, e servizi di cura eccellenti».

Intenzioni sì, ma anche risultati, che devono essere valutati attraverso un’attività di monitoraggio costante. 

Mara Guarino, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

7/8/2018

 
 

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