Se quasi la metà degli italiani non ha redditi, su chi grava il carico fiscale?

Dalle prime anticipazioni dell'Osservatorio Itinerari Previdenziali dedicato all’analisi delle dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF emergono alcune indicazioni utili in vista dell'imminente riforma fiscale: i contribuenti che dichiarano redditi oltre i 29.000 euro  sono il 21,18% ma corrispondono il 71,64% dell’intera IRPEF 

Mara Guarino

Aumentano, seppur modestamente, sia i redditi dichiarati sia il gettito IRPEF (172,56 miliardi rispetto ai 171,6 della rilevazione precedente), ma resta invece di fatto invariata – salvo piccoli scostamenti – la percentuale di cittadini che sopporta la gran parte del carico fiscale: al netto del bonus Renzi da 80 euro, il 21,18% dei contribuenti italiani con redditi da 29mila euro lordi in su corrisponde il 71,64% dell’intera IRPEF. 

Scendendo ancor più nel dettaglio, l’analisi condotta dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali a partire dalle dichiarazioni dei redditi riferiti all’anno di imposta 2019, rese nel 2020 e recentemente diffuse dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia e delle Finanze, rileva che il 78,82% degli italiani dichiara redditi fino a 29mila euro, corrispondendo di fatto solo il 28,36% di tutta l’IRPEF e, quindi, un’imposta neppure sufficiente a coprire la spesa per le principali funzioni di welfare, vale a dire sanità, assistenza sociale e istruzione. Nella successiva fascia di reddito, da 29.001 a 35.000 euro, si trovano 3.303.701 contribuenti versanti, il 7,96% del totale, che corrisponde complessivamente il 12,78% delle imposte; a salire la scomposizione mostra invece il 13,22% dei contribuenti con redditi da 35mila euro in su che, nella sostanza, sostengono il peso del finanziamento del sistema di protezione sociale italiano, versando il 58,86% dell’IRPEF. 

«Sono questi i dati su cui si dovrebbe riflettere quando si discute di riforma del sistema fiscale», spiega Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, rilevando una differenza tra le classi di reddito dichiarato troppo estrema per essere degna di un Paese sviluppato membro del G7 e peraltro destinata ad acuirsi negli anni a venire per effetto dei recenti provvedimenti che aumentano importo e platea dei destinatari di bonus e altre agevolazioni a sostegno del reddito. «Giusto aiutare chi ha davvero bisogno ma i nostri decisori politici tende troppo spesso a dimenticarsi che queste percentuale dipendono in buona parte anche da fenomeni di economia sommersa ed evasione fiscale, per i quali primeggiamo in Europa», puntualizza Brambilla. 

Fenomeni di elusione che, secondo il Professore, la continua elargizione di incentivi a pioggia a favore dei redditi più bassi, da una parte, e le “minacce” di abolizione delle tax expenditures per i redditi da 35mila euro in su, dall’altra, concorrono ad alimentare. «L’Italia è il Paese della tripla progressività: la prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda (altrettanto legittima) progressività è data dall’incremento dell’aliquota. La terza è una progressività “occulta”, perché esiste ma non è mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, e soprattutto pericolosa, perché più tasse si pagano meno servizi si ricevono. All’aumentare del reddito diminuiscono infatti fino a sparire le deduzioni, di fatto incentivando i cittadini a non dichiarare quanto davvero per poter così beneficiare di prestazioni sociali e altre agevolazioni da parte di Stato, Regioni e comuni». 

Alla luce di queste considerazioni non stupisce quindi il Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali il fatto che la metà degli italiani versi poco più del 3% del gettito IRPEF, pari a 172,56 miliardi di euro al netto di bonus e detrazioni varie, per un valore di 5,2 miliardi: solo per garantire a questi cittadini l’assistenza sanitaria, che nel 2019 è costata 1.930 euro pro capite, servono 52,7 miliardi di euro, pagati da altri contribuenti. «Un enorme trasferimento di ricchezza – aggiunge Brambilla - che trova conferma per tutte le principali funzioni dello Stato, dalla sicurezza all’istruzione passando per la spesa assistenziale, costata nel 2019 114,5 miliardi (poco meno dell’intera spesa sanitaria). Viene però da sé che un Paese in cui la redistribuzione per le sole sanità, assistenza e istruzione vale più dell’intero gettito IRPEF, perché quasi la metà dei cittadini dichiara redditi zero, è difficile possa avere un minimo di sviluppo. E infatti siamo il fanalino di coda per tassi di sviluppo, occupazione e produttività». 

Mara Guarino, Itinerari Previdenziali 

18/8/2021

 
 

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