Le Casse dei liberi professionisti a supporto dell’economia del Paese

La mission previdenziale delle Casse di Previdenza costituisce la loro peculiarità di azione, ma la loro ampia visione di investimento porta al tempo stesso a ricadute sull’economia reale che prescindono dalle specifiche professioni: il punto di vista di Alfredo Granata, Direttore del Patrimonio Inarcassa 

Niccolò De Rossi e Gianmaria Fragassi

L’investimento a sostegno dell’economia reale, oltre che attraverso il diffuso utilizzo di titoli di Stato, si realizza anche tramite strumenti definiti spesso “alternativi”. A tale definizione si affianca anche la caratteristica di illiquidità di tali strumenti che, in prima battuta, potrebbe rendere difficoltosa la loro valutazione all’interno del profilo rischio rendimento di un investitore previdenziale quali le Casse di Previdenza.

Come inserire allora nell’asset allocation questi strumenti senza impattare sulla solidità degli Enti? Alfredo Granata, Direttore del Patrimonio di Inarcassa, racconta a ilPunto come la Cassa ha investito nell’economia reale italiana.

Inarcassa è stata una delle prime Casse di Previdenza a investire in economia reale del Paese. Secondo voi, soprattutto in un contesto macroeconomico come quello attuale, quanto è importante - anche alla luce del compito previdenziale che dovete svolgere - coniugare la ricerca di nuove fonti di rendimento ed essere di supporto allo sviluppo del Paese?

Nel corso degli ultimi anni è aumentata la necessità di ricercare fonti alternative di reddito, considerata la sempre più scarsa redditività nominale offerta dalle componenti obbligazionarie che, per ragioni di rischiosità più contenuta, continua comunque a costituire una parte prevalente dei portafogli istituzionali. Al contempo, a seguito delle forti restrizioni al credito concesso dagli istituti bancari, sono aumentate le sollecitazioni al mondo degli investitori istituzionali per contribuire, con parte delle loro risorse, al finanziamento dell'economia. Inarcassa già da tempo ha assunto tali iniziative. E, nonostante il non sempre brillante risultato abbia destato in passato negli organi di Vigilanza qualche invito alla prudenza, continua a investire in tali iniziative in misura coerente con il profilo di rischio complessivo del patrimonio.

La ricerca di tali fonti alternative di reddito deve comunque inserirsi in un processo di costruzione del portafoglio che tenda a privilegiare oltre agli aspetti reddituali di lungo periodo, gli elementi di diversificazione e di decorrelazione con gli asset più rischiosi. Due aspetti da considerare sempre sono il grado di liquidabilità, che non deve essere assoluto ma coerente con l'intera struttura del portafoglio, e la redditività che deve essere il più possibile costante nel tempo per assicurare ritorni pensionistici stabili e non creare grosse discontinuità nelle prestazioni. Resistenze all'investimento dettate da una presunta eccessiva rischiosità dello strumento illiquido celano solo la difficoltà nel misurare, per tali asset, i canonici parametri valutativi adottati per le asset class liquide. La quota destinata agli asset reali italiani è già molto significativa all’interno del patrimonio e la sua composizione è stata concepita in modo da non stravolgere il profilo di rischio/rendimento del portafoglio. L’eventualità di aumentare tale quota non può non considerare l’inevitabile aumento del profilo di rischio del patrimonio. L’incentivo fiscale può essere un elemento di stimolo (Inarcassa ha utilizzato tale opportunità sia nella versione normativa del 2015 che in quella più recente del 2017), ma non certo il presupposto per incrementare l’investimento in tali asset.

Ad esempio, entrando nel dettaglio della vostra attività, ci racconta brevemente verso quali strumenti vi siete diretti per effettuare investimenti in economia reale e che peso attualmente ricoprono all’interno del vostro portafoglio?

Secondo un processo di selezione che segue le migliori pratiche di mercato sono state deliberate nel tempo numerose iniziative di investimento. Inarcassa detiene infatti partecipazioni nelle maggiori società italiane quotate che costituiscono la spina dorsale del settore infrastrutturale del Paese: Enel, Eni, Snam, Terna, Leonardo, Fincantieri, Italgas, etc. per un controvalore pari a circa il 7% del patrimonio.

Sul fronte degli investimenti in strumenti di private equity e venture capital, fin dal 2001 tale asset class è entrata a far parte stabilmente dell'AAS. Il profilo commissionale e la ridotta entità delle risorse effettivamente investite rispetto a quelle messe a disposizione inducono a valutare con molta attenzione tale asset. La Cassa ha inoltre effettuato investimenti in infrastrutture che, per il loro carattere di scarsa correlazione con gli asset quotati, consentono di conseguire ritorni reddituali stabili nel tempo. Nel 2009 ha sottoscritto quote del primo fondo F2i, intervenendo in misura significativa nel 2013 anche nel secondo e nel 2017 anche nel terzo. A ciò va aggiunto l’investimento in Arpinge SPA, in attuazione di quanto iniziato a studiare nel 2011. Inoltre, Inarcassa ha sfruttato, fin da quando si sono presentate sul mercato, le opportunità di investimento in strumenti di debito di piccole e medie imprese (loans e mini-bonds), sottoscrivendo quote di fondi specializzati. Tutto ciò senza dimenticare l’investimento nel capitale sociale della Banca d’Italia per 225 milioni, il continuo apporto al settore immobiliare domestico e ovviamente il finanziamento del debito pubblico italiano.

Poiché tali investimenti richiedono una certa coerenza con la struttura interna e con il profilo di rischio/rendimento scelto, quanto è rilevante avere una governance forte che possa incidere anche sulle scelte del gestore?

Molto. Infatti, come già detto, occorre necessariamente contemperare la ricerca di tali fonti alternative di reddito (caratterizzate da aspetti reddituali di più lungo periodo), con gli elementi fondamentali per una costruzione ottimale del portafoglio ovvero la diversificazione e decorrelazione con gli asset più rischiosi. Gli aspetti da considerare sono dunque molteplici. La prima riflessione non può che essere riferita alla caratteristica di liquidabilità, che necessariamente dovrà trovare coerenza con l’intera struttura del portafoglio e non in assoluto; l’investimento in strumenti illiquidi, con profili di rischiosità maggiori, non può dunque incontrare resistenze di realizzazione per la difficoltà di applicazione dei parametri valutativi adottati per le tradizionali asset class “più” liquide. In secondo luogo, la redditività deve essere il più possibile costante nel tempo per assicurare ritorni pensionistici stabili e non creare discontinuità nelle prestazioni da erogare. Il terzo punto trova sostanza nella chiara e puntuale analisi dei profili dei costi degli strumenti di investimento alternativi, che evidentemente potranno differire dai tradizionali. Ultima, ma non per importanza, una solida governance che dimostri capacità di controllo e di monitoraggio delle iniziative da intraprendere.

Ritenete necessaria una qualche forma di richiesta, magari congiunta a livello di Investitori Istituzionali Italiani, verso il mondo politico/legislativo per incentivare sotto vari aspetti il ruolo di finanziatori dell’economia reale del Paese?

Riteniamo solo necessario che venga una volta per tutte riconosciuto il ruolo importante di investitore istituzionale alla pari delle Imprese di Assicurazione, dei Fondi Pensione complementari e delle Fondazioni bancarie e che dunque la disciplina normativa, la quale legittimamente dovrà trovare un momento di rinnovamento riguardo il controllo delle Casse Previdenziali, consenta un coerente svolgimento di tale ruolo.

Niccolò De Rossi e Gianmaria Fragassi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

6/2/2019

 
 

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