La sfida del vaccino: l'Italia e i suoi competitor

Dopo una claudicante gestione della crisi economica e sanitaria, il governo italiano è chiamato a confrontarsi con la ripresa post COVID-19, che passa anche per il piano vaccinale: una grande sfida logistica, nella quale il nostro Paese sembra già in ritardo rispetto al resto d'Europa

Giovanni Gazzoli

In cauda venenum, si potrebbe dire: se pensavamo che il 2020 si stesse avviando alla conclusione in modo positivo, con una distensione delle misure di contenimento del contagio e un conto alla rovescia in vista della distribuzione dei vaccini, ci siamo dovuti ricredere di fronte alla persistenza degli alti numeri relativi a contagi e decessi, che hanno convinto i governi di tutta Europa a ritornare sui propri passi, innalzando nuovamente la severità delle restrizioni. Nel frattempo, si sta poi diffondendo la cosiddetta “variante inglese” che, nonostante le rassicurazioni delle autorità sanitarie sulla sua incapacità di resistere al vaccino, rischia di minare quella che stava diventando la certezza di uscire a breve dal tunnel. In questa situazione, più che mai, ciò che i cittadini chiedono alla politica sono decisioni chiare, criteri trasparenti, norme lungimiranti e, soprattutto, la percezione di serietà, responsabilità e competenza. 

La gestione della crisi da parte del governo italiano nelle ultime settimane non ha trovato molto consenso nell’opinione pubblica, soprattutto per lo scarso impatto che questa ha avuto sul numero dei decessi: dato che, al 21 dicembre, ci vede al quarto posto a livello mondiale considerando i morti ogni 100.000 abitanti, che in Italia sono 113, contro i 115 del Perù, i 162 del Belgio e i 163 di San Marino. Il confronto con i nostri “competitor” europei è abbastanza desolante, se consideriamo che la Spagna soffre 105 morti ogni 100mila abitanti, il Regno Unito 101, la Francia 90 e la Germania 32. Proprio la decisione del governo tedesco di restringere la libertà di spostamento nonostante numeri molto migliori dei nostri, sembra aver suggerito al governo italiano l’inversione della rotta proprio nel momento in cui i colori delle regioni venivano uniformati a giallo e si andava verso un allentamento delle misure in vista delle feste. Da qui la polemica per quella che viene vista come una gestione incerta, contraddittoria e volta all’inseguimento del consenso e da cui deriva, come rilevato da recenti sondaggi, una scarsa fiducia nella possibilità che l'esecutivo possa gestire con efficienza ed efficacia sia la distribuzione dei vaccini, sia la successiva allocazione delle ingenti risorse in arrivo dall’Unione Europea. Questa sfiducia è immotivata? O il confronto con gli altri Paesi la giustifica?

Nella riunione del 21 dicembre, l’Ema ha dato il via libera condizionale al vaccino di Pfizer-BioNTech per tutte le persone sopra i 16 anni, seguito dall’ok della Commissione Europea. Inizialmente questa decisione era prevista per il 29 dicembre, ma la pressione dei vari governi e la velocità di altri Stati hanno portato l’Agenzia ad anticipare i tempi. Sarà dunque possibile realizzare quanto annunciato dalla Presidente Von der Leyen, ossia il “Vaccine Day” europeo, il 27 dicembre: ora la palla passa ai singoli Stati e – appunto – alla loro capacità di organizzare una sfida non solo logistica, ma anche politica e sociale, molto complessa. 

Il 27 dicembre dovrebbero essere disponibili in Italia le prime dosi di vaccino della Pfizer: lo avrebbe comunicato il Commissario Arcuri durante una riunione tra governo e Regioni, dal momento che proprio queste ultime riceveranno le dosi inviate da Pfizer il 26 all’Ospedale Spallanzani di Roma. Si è però parlato di dosi “simboliche”: solo 1.620 alla Lombardia, per intenderci, che sarà la Regione che ne riceverà di più, seguita dall'Emilia Romagna (975), dal Lazio (955), dal Piemonte (910) e dal Veneto (875), per un totale di 9.750. Da gennaio, poi, dovrebbe iniziare la prima vaccinazione di massa, con la consegna da parte di Pfizer del primo lotto di 1,8 milioni di dosi destinate a operatori sanitari e ospiti delle RSA, per poi qualche settimana dopo fare seguito con altri due milioni e mezzo di dosi. Al momento, però, ci sono alcune criticità: tra tutte, la difficoltà a reperire personale adeguato per le somministrazioni del primo lotto, nonché la necessità di aumentare i punti di somministrazione delle prime dosi, poiché delle 294 previste a oggi solo 222 dispongono di celle Ult (ultra-low temperature) per la conservazione del vaccino a -70°C.

 

Questa la situazione italiana. Ma come si comportano gli altri Paesi europei? 

Si diceva della Germania: il governo tedesco ha avviato la sua grande macchina organizzativa già a novembre, in tempo per ipotizzare di aver vaccinato entro gennaio tra i 3 e i 4 milioni di persone, classificate in 3 gruppi di priorità (i primi saranno gli anziani, i malati gravi e medici, infermieri e operatori sanitari), per poi arrivare entro marzo a 11-13 milioni. Sono stati identificati 440 punti di somministrazione, perlopiù grandi centri come palazzetti, grandi magazzini, hotel e centri per rifugiati. Ogni Stato avrà il suo piano, come ad esempio quello della Baviera che ha disposto l’allestimento di 99 punti per la somministrazione che reggano una capacità di 30 mila persone vaccinate al giorno. Alcune regioni mancano comunque ancora di personale medico, così come di interpreti e personale per la sicurezza: le opposizioni lamentano la troppa ambizione del piano che, a loro giudizio, sarà difficile da realizzare senza intoppi.

Anche la Francia parteciperà al “V-Day”, come annunciato dal Ministro della Sanità. Nella prima fase, che si svolgerà lungo tutto gennaio, sarà disponibile un numero limitato di vaccini, anche qui destinati agli anziani e allo staff medico, per un totale di circa un milione di persone. La seconda fase inizierà tra febbraio e marzo e coinvolgerà 14 milioni di persone (in ordine over 75, over 65, lavoratori nella sanità e lavoratori over 55), con vaccini provenienti anche da Moderna, AstraZeneca e Janssen. Le altre tre fasi del piano, destinate al resto della popolazione adulta divisa in vari criteri fino a maggiorenni, inizierà tra la primavera e l’estate, quando entrerà in gioco anche Sanofi. Infine la Spagna, uno dei Paesi che, insieme all’Italia ha più sofferto questa pandemia. Anche qui il Ministro della Sanità ha annunciato l’inizio della vaccinazione per il 27 dicembre, e come in Italia ogni regione gestirà autonomamente le dosi distribuite dal governo centrale. La popolazione è stata divisa in quindici gruppi, e la prima fase ne coinvolgerà quattro (ospiti e personale delle RSA, medici, infermieri, operatori sanitari e altri lavoratori nel settore sanitario, e ovviamente anziani, malati e disabili); un Consiglio inter-territoriale identificherà in corso d’opera il coinvolgimento prioritario di altri gruppi.

Insomma, come si è visto, i piani hanno molto in comune tra loro, dalla divisione della popolazione in fasce di priorità, alla distribuzione e amministrazione compartecipata dalle regioni, passando per l’identificazione di diverse fasi di vaccinazione. Anche l’inizio, previsto per fine dicembre, è uguale, poiché dipeso dal via libera dell’Ema. Quest’ultimo aspetto ha condizionato molto i Paesi europei, se si pensa invece che il Regno Unito, il quale non ha dovuto attendere l’agenzia, ha iniziato le vaccinazioni di massa l’8 dicembre, primo al mondo, vaccinando in una settimana più di 130mila persone.

Nonostante dunque i piani non siano ancora iniziati a causa delle procedure più lunghe adottate dell’Ema, l’Italia appare comunque già in ritardo: basti pensare che solo l'11 dicembre è stato pubblicato l’avviso di selezione delle agenzie del lavoro che dovranno reclutare 15mila tra medici e infermieri, aspetto sul quale gli altri Paesi erano pronti già da diverso tempo. Vedremo allora nelle prossime settimane se il ritardo saprà assottigliersi, o se il “modello italiano” si distinguerà un’altra volta. 

Giovanni Gazzoli, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

23/12/2020

 
 
 

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